L’infernale Quinlan

Se mi chiedessero di sintetizzare i meccanismi di alcuni dei linguaggi politici che hanno caratterizzato l’ultimo quindicennio italiano (e in effetti mi è stato chiesto e ne parleremo ad Albinea, sabato e domenica, nell’incontro voluto da Pippo Civati), certamente evocherei, tra le tante, almeno una figura filmico-letteraria, quella dell’infernale Quinlan, il personaggio interpretato nel ’58 da Orson Welles.
Il capitano di polizia Quinlan ha un grande fiuto, un intuito ineguagliabile nel trovare indizi e incastrare i colpevoli, che del resto sono così visivamente colpevoli come solo in un film degli anni ’50 in bianco e nero.
Ma c’è un problema: Quinlan costruisce le prove che incastrano i colpevoli, prepara trappole e dispositivi che inchiodano forse i colpevoli, o forse gli innocenti. E di prova in prova Quinlan stesso diventa il vero colpevole, forse l’unico del film, costruisce una tagliola nella quale egli stesso cade.
Questo ronzare sulle identità locali e sull’inesistenza del paese in quanto tale, nell’ultimo quindicennio, appare come un metodo Quinlan elevato a linguaggio politico, la fabbricazione perenne del dispositivo che fornisce la prova del nostro non esistere, della nostra inadeguatezza come paese.
Sul non esistere dell’Italia i Quinlan di oggi si sprecano. Del resto gli indizi sono molti, ma le prove che sono state date sono in realtà meccanismi linguistici e discorsivi per nulla disinteressati. In fondo è così, il risorgimento e la storia successiva sono retorica, nel senso brutale di discorso vuoto e incompiuto (e quindi prova a carico), gli italiani sono troppo diversi tra loro, la loro storia lontana troppo lontana, la loro storia vicina troppo poco condivisa, l’identità non c’è, se non quando la si intende nei termini di un perimetro strettissimo che serve ad escludere. Poi basta aggiungere un d’Azeglio sugli italiani che non ci sono e un Tomasi di Lampedusa su un carattere di perenne mutamento fatto solo per immobilizzare, ed ecco fatto: la prova di Quinlan.
Se fosse proprio “il tocco del male” di Quinlan una delle cifre culturali di questo giro di anni?
Ne è scaturito un racconto di noi stessi di corto respiro, affannato e incerto, che ci spinge e intende spingerci sempre di più nel reticolo delle famiglie e del familismo, nel tribalismo come orizzonte, nell’immobilismo come attesa che non apre gli spazi e non prepara a nulla.
Gli unici ad essere avvantaggiati e corroborati da questo racconto sono naturalmente i raccontatori, i Quinlan della politica e della loro sottocultura. Ma la non esistenza del paese, contraddetta così fortemente dalle reali dinamiche economiche e culturali che muovono gli italiani, può essere sbugiardata da racconti più veri e più ampi. Manca forse ancora il poliziotto Mike Vargas-Charlton Heston di quel film del ’58, che capisce il gioco di Quinlan e lo incastra, ma il paese sta forse ricominciando a raccontarsi in altro modo.
Perché in fondo, è bene ricordarlo, Quinlan aveva un fiuto e un tocco diabolici, ma in quel film non l’ha fatta franca. 

 

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