Abolire gli stage dopo gli studi?

Tempo fa mi interrogavo sul senso degli stage gratuiti (o quasi gratuiti) e sulla vera e propria piaga per i ragazzi – e quindi per tutti – dell'entrata nel mondo del lavoro subendo lo scacco di serie di stage capestro e inutili.
Ne era scaturita sul blog un'interessante discussione tra i commentatori.
Ieri sera a France 2 Martine Aubry, segretaria del Partito Socialista francese e candidata alla primarie per le presidenziali, è andata più lontanto, dicendo che vanno vietati gli stage, di ogni tipo, "après l'obtention du diplôme", dopo l'assunzione del titolo di studio universitario. Durante gli studi lo stage è utile e necessario, dopo non si vede perché una persona che ha titolo ad assumere una posizione debba essere pagata meno (o non pagata).
Certamente è una proposta che va chiarita meglio. Può essere anche sfumata e insomma va discussa. Ma è una proposta forte. Se cominciassimo a parlarne anche in Italia?

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5 thoughts on “Abolire gli stage dopo gli studi?

  1. Gentile Paolo, 

    la ringrazio per la sua risposta. E' ben possibile che io non ho alcuna idea della realtà delle imprese. Ma sa, per fortuna il mondo (dell'economia) non è fatto solo delle piccole imprese italiane, che riescono a difendersi dalla competizione internazionale solo macellando le nuove generazioni. CI sono aziende che per essere più competitive scommettono sui giovani e non li sfruttano. E ci sono nazioni, per fortuna, che si guardano bene dal costringere un'intera generazione ad emigrare. 

    Quanto alla filantropia delle aziende italiane, io mi limito a constatare (e a raccontare) la mia esperienza. Io insegno all'università, da anni, e nessuno (tanto meno la scuola) mi ha mai insegnato come si insegna, come ci si rapporta agli studenti, come poter costruire una lezione ecc. E' una competenza che ho accumulato con anni e anni di lavoro, di errori, di congetture e di sperimentazioni. E credo tra l'altro che questo sia l'unico modo di imparare. A differenza di lei e di tutto il mondo delle aziende italiane, io devo rinnovare la mia formazione autodidatta molto più spesso che ogni sette anni, perché la disciplina che insegno si muove molto molto rapidamente. Ed è così anche per i miei amici imprenditori.

    Tutto questo mi è stato possibile solo perché c'è stata un'azienda che si chiama università, che almeno qui all'estero è (stata) ancora capace di scommettere sui giovani: li assume a tempo pieno, li paga a tempo pieno, esigendo moltissimo da loro, imponendogli di imparare in fretta, sommergendo il neofita con mille responsabilità. Ma appunto: lavorare all'estero ha significato per me capire la differenza che c'è tra l'avere una responsabilità (spesso anche superiore alle tue competenze e alle tue capacità) ed essere trattato come un bambino un po' imbecille, che non sa nulla e deve aspettare per lavorare, guadagnare, vivere. 

    Io non nego la "complessità del mondo in cui viviamo". Ma complessità non è un sinonimo di ingiustizia. Certo, in un contesto statale, come quello italiano, in cui le università fanno lavorare i giovani per anni senza pagarli, tutto può sembrare ovvio. Ma le assicuro che all'estero non è così. E che le aziende (e le università, come quelle francesi o americane ad esempio) che sanno scommettere sui giovani guadagnano, perché dinanzi a grandi guadagni si presentano candidati veri, molto competitivi, e non bamboccioni ricchi e benestanti perché finanziati dalle famiglie ma privi di qualsiasi ambizione, volontà, spirito di sacrificio. E gli imprenditori italiani potrebbero scegliere la via della competitività. Ma sono i primi a cullarsi probabilmente. 

    Il fatto che avvocati, medici giornalisti ecc ecc., facciano lo stesso non toglie nulla al crimine economico, prima che sociale e politico che l'Italia sta compiendo. Perché ripeto, macellare, sterminare i propri giovani significa solo aver paura del mercato vero, delle scommesse che sono necessario in un regime di vera competizione. A me sembra che i primi a essere un po' bamboccioni in Italia siano proprio gli imprenditori. Hanno paura del mercato, e cercano sempre il papà Stato. 
      
    In ogni caso, si può scegliere: costruire un mondo non solamente più equo, ma decisamente più competitivo, o invece premiare la mediocrità e rendere il lavoro il privilegio di qualche figlio di una media borghesia più o meno ricca, ma economicamente, culturalmente e politicamente del tutto sgangherata. E' quello che è successo negli ultimi anni in Italia. E si vedono le conseguenze. Politiche. Sociali. Economiche. In bocca al lupo. 

  2. Sono l'utente anonimo numero 1, e rinuncio al mio anonimato, mi chiamo Paolo.
    Corretta la valutazione di Gianluca, che pragmaticamente osserva che la quantità di abusi è così elevata da richiedere comunque interventi dissuasivi dello stage. Ma ricordo a tutti che mentre tutti parliamo di stage e di aziende, nel mondo delle professioni lo sfruttamento è molto più diffuso e legalizzato, si chiama tirocinio e riguarda notai, medici, giornalisti, avvocati. L'impresa oggi, per quanto possa essere piratesca, non riesce nemmeno lontaneamente ad avvicinarsi ai livelli di sfruttamento cui sono sottoposti gli specializzandi in medicina, o i praticanti nello studio legale.
    Ciò premesso, chi parla di presunta trasmissione di competenze non ha evidentemente nessuna esperienza della realtà delle imprese. Qualunque professionista che lavori in un'azienda (ingegnere, laureato in economia, diplomato in discipline tecniche) con un minimo di anzianità, diciamo 10 anni, sarà pronto a testimoniare che per svolgere il suo lavoro, quello per cui è pagato, le competenze apprese a scuola sono ormai marginali, mentre ciò che prevale è la competenza e l'esperienza acquisite lavorando.
    Oltre a questo, ogni professionista è consapevole che ogni 7/10 anni deve rinnovarsi, tornare a scuola per imparare cose nuove. Gianluca e io l'abbiamo fatto, già da grandicelli, spendendo non poco dei nostri soldi e delle nostre energie.
    Le imprese non sono sicuramente istituti pubblici a scopo pedagogico, ma le imprese non sono necessariamente associazioni che hanno l'unico fine di generare profitto. La nostra costituzione – art. 41 – prevede che sia possibile determinare programmi "perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali." Molte imprese sono volte unicamente al profitto di pochi, molte altre generano primariamente occupazione, reddito per chi ci lavora, coesione sociale. Pensare sempre e solo all'impresa in termini di attività esclusivamente lucrativa mi sembra un approccio semplicistico, che non aiuta a comprendere la complessità in cui viviamo. 
     

  3. Mi permetto di rispondere all'utente anonimo. Ci sarebbe innanzitutto una questione di principio: non si tratta di limitare gli abusi dello stage, lo stage è in sé un abuso. Perché la presunta "trasmissione di competenze" di cui lei parla non è finalizzato a scopi umanitari, ma a integrare e formare un futuro componente dell'azienda. Che, è bene ricordarlo, non è un istituto pubblico a fini pedagogici, ma una associazione privata volta a fini di lucro, in cui il guadagno non è egualmente ripartito tra i dipendenti. Ora non vedo alcuna ragione perché una associazione il cui fine è lucrare debba sfruttare la vita altrui senza pagarla, o pagandola a sottoprezzo, fingendosi improvvisamente un soggetto moralmente e politicamente rilevante, capace di formare soggetti, di diffondere competenze (che in uno stato dovrebbe essere la scuola pubblica a diffondere).
    In secondo luogo (e questa, mi sembra, è il peccato più grave dell'utente di cui sopra): ammettiamo pure che l'azienda sia davvero capace di diffondere competenze che permettano al lavoratore di crescere, maturare, e lavorare ovunque (e non solo nell'azienda che l'ha sfruttato per due mesi). Ammettiamo pure che sia un soggetto dunque che possiede una rilevanza morale, politica, sociale pari a quella di uno stato educatore o di una scuola. Ebbene, in questo caso, l'azienda (o l'imprenditore di cui sopra) dovrebbe pure accorgersi del miserevole stato in cui versa l'attuale società europea -e italiana. Masse intere di giovani sfruttati, non pagati, disoccupati, privati di qualsiasi prospettiva esistenziale. E soprattutto, costretti ad emigrare. Da anni. Dinanzi a loro, una classe politica che sta dissipando le ultime risorse rimaste prima del diluvio universale che si abbatterà fra una manciata di settimane, e una generazione che non è assolutamente capace di assumersi le sue responsabilità. E che non sa fare altro che difendere a denti stretti i suoi privilegi. Anche a costo di mangiare, cucinare, sterminare i suoi figli. 
    Complimenti vivissimi, da parte di un emigrato. 

  4. dicendo che "ha titolo a occupare una posizione" sintetizzavo il pensiero di martine aubry, ma non l'ho virgolettato perché al momento in cui ho scritto il post non c'era il video del suo intervento su youtube.  per completezza dico che la aubry parla di stage dopo la laurea, mentre andrebbero aumentati, se ho capito bene la proposta, prima. Questo proprio per dare più competenze, in una fase di formazione. Ricordo inoltre, ma non vorrei sbagliarmi sui numeri, che lo stage, per essere tale, non deve essere fatto oltre i due anni successivi la laurea, con la nuova manovra un anno (ma davvero non mi sono mai occupato dettagliatamente della faccenda). quindi passato quel periodo già ora non si può più parlare propriamente di stage.
    il tuo invito a non concentrarsi sugli abusi lo trovo giusto, ma mi pare che i numeri degli abusi siano talmente alti, che dire " non si fanno più stage dopo la laurea" possa essere un punto di partenza di discussione interessante, per cercare di riformare il sistema (soprattutto se lo dice un candidato presidente).  una cosa è dire il primo anno ti pago meno perché hai il profilo giusto ma per ora impari e poi ti prendo, una cosa è dire stai qui 6 mesi a 200 euro e poi vediamo ( e 6 mesi dopo rifare la stessa cosa con un altro).
    l'uso improprio dello stage, diciamo proprio l'uso illegale, quando così diffuso, inquina peraltro, a mio avviso, la competizione fra aziende e quindi il mercato. chi ha un turn over di collaboratori gratuiti pressocché infinito, è scorretto nei confronti di altre aziende.
    rispetto alle competenze sono d'accordo con te, riconoscerai però che a volte le competenze richieste sono talmente a misura di azienda che una compartecipazione (azienda-stagista) all'investimento mi pare altrettanto giusta. grazie per l'intervento.

  5. Caro Gianluca,
    raccolgo nuovamente il tuo stimolo, con l'augurio di non innescare una guerra santa come nei precedenti post.
    In linea generale, sarebbe opportuno osservare che l'abolizione (il divieto, la criminalizzazione, il proibizionismo etc. etc.) di qualcosa non dovrebbe essere la soluzione per un abuso della cosa medesima; il divieto di consumo di alcolici non dovrebbe essere la soluzione contro l'abuso di alcool, e alla stessa stregua credo si potrebbero eliminare gli abusi di stage senza necessariamente eliminare gli stage. La lotta contro l'occupazione illegale non si risolve eliminando lo stage, perchè ci sarà sempre qualche altra forma di sfruttamento ai limiti di legalità (es. falsi contratti a progetto, che dichiarano meno delle ore di lavoro effettivamente spese, e dove non c'è alcun progetto). Servono politiche del lavoro diverse, serve una diversa coscienza sociale, servono tante cose, e credo sia un tema diverso dal decidere se lo stage – non l'abuso di stage – sia utile o meno.
    La seconda riflessione parte da una frase che tu scrivi: "non si vede perché una persona che ha titolo ad assumere una posizione debba essere pagata meno ".
    Mi ha colpito "ha un titolo per assumere una posizione".  Con le doverose eccezioni, ad esempio tutte le professioni mediche, io credo che oggi nella grande maggioranza dei lavori che facciamo il titolo non abbia alcuna relazione. Io non so che titolo occorre per sedere sulla mia poltrona, e raramente conduco ricerche di nuovo personale avendo in testa un titolo di studio.
    Oggi le aziende ricercano COMPETENZE, non titoli. Le due cose spesso non coincidono. Proviamo quindi a riformulare un diverso punto di vista: attraverso uno stage, l'azienda investe su una persona che non possiede le competenze richieste e la forma, con l'obiettivo di acquisire – in un ragionevole intervallo di tempo – una risorsa competente. L'azienda che investe risorse (formazione, training on the job, tutoring etc.) inizialmente non ha alcun ritorno dal lavoro di questa risorsa, in quanto poco competente. La persona in stage acquisisce effettivamente nuove competenze, che ne completano il profilo professionale. Dopo pochi mesi, l'azienda assume la giovane persona, che ora è diventata competente ed è quindi una risorsa utile e preziosa, e la paga regolarmente. Se le ipotesi fossero queste, se tutto potesse avvenire nell'ambito di uno scambio trasparente e definito da un contratto tra le parti, che definisse quali  le competenze attese, l'oggetto della formazione,  i tempi, le modalità di monitoraggio, le mansioni durante il periodo di stage etc. etc., perchè dovrebbe essere scandaloso pensare che in questo periodo la persona potrebbe essere pagata meno, anche molto meno di quanto teoricamente previsto per analoga posizione? Il mio invito è quello di provare per un momento a lasciare da parte il pensiero dei possibili abusi, che sicuramente esistono e devono essere combattuti, per concentrarsi su ciò che significa effettivamente fare uno stage. 

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