Barocco francese

In un sistema istituzionale piuttosto complesso, come quello francese, il Senato rappresenta il barocco.

Non dà la fiducia (e non la ritira) al governo – il quale peraltro ha un'autonomia relativa rispetto ai poteri del Presidente – si adegua tendenzialmente alle linee dell'Assemblea, e soprattutto è una Camera che non viene votata a suffragio diretto. In poche parole, a votare i senatori non sono tutti i cittadini, ma circa 150mila "grandi elettori", composti prevalentemente da amministratori locali, sindaci, consiglieri comunali, provinciali, regionali più altri rappresentanti di interessi istituzionali.
In questo modo il corpo elettorale risulta sbilanciato sulle zone rurali, tradizionalmente di destra, anche se ci sono alcuni correttivi, ragione per cui il Senato, nella Quinta Repubblica, non ha mai avuto una maggioranza di sinistra.

Almeno fino a oggi. L'avanzata della sinistra nelle elezioni locali degli ultimi anni e una crescente sfiducia nella politica di Sarkozy (costantemente sotto in tutti i sondaggi per le prossime elezioni) hanno infatto per la prima volta fatto perdere la maggioranza alla destra presidenziale. Non cambia moltissimo, niente a che vedere con una coabitazione, ma per Sarkozy la situazione si fa ancora meno agevole.

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Dura minga

La "dimenticanza" di Obama forse segna l'inizio delle pressioni internazionali perché in Italia si cambi governo. Il fallimento italiano sarebbe la fine dell'euro e dell'Europa, il che genererebbe un caos incontrollabile e duraturo. Il rischio è diventato troppo alto per tutti.
Intanto Bossi, il rivoluzionario del dito medio e delle pernacchie (ha fatto altro?), ministro delle riforme istituzionali da tempo immemore, decide di tirare a campare fino a gennaio.

Del resto Standard & Poors è influenzata dai comunisti, i mercati non capiscono nulla (del resto lo diceva il papà di Berlusconi negli anni '50, no?) e la crisi non c'era, era solo un problema di "percezione".
Secondo me "non dura, dura minga, non può durare".

Ghigliottina.com

Forse mi sbaglio, ma da un po' di tempo i social network, come facebook, si stanno riempiendo di commenti e considerazioni che ricordano più lo sfogo che l'esercizio della critica e l'esposizione delle idee.

Se a questo aggiungiamo la violenza e la stupidità dei commenti anonimi ai post dei blog in generale (non in questo blog, i cui lettori sono così educati che commentano in privato o mi contattano su facebook con nomi e cognomi…) ne risulta una sensazione di sconforto.
Ma lo sconforto sarebbe nulla rispetto alla preoccupazione per la perentorietà di tesi e soprattutto di modi per esporle (spesso le due cose coincidono) che stanno montando, almeno così mi pare, nell'opinione pubblica dei social network, anche da parte di persone per nulla anonime e rispettabilissime.

Nelle ultime settimane ho letto difese oltranziste della necessità etica di conoscere dettagli privati del tutto ininfluenti di politici intercettati, ho letto del dovere di prendere a pedate i padani, perché la Padania non esiste (il che però allora vuol dire prendere a pedate un avversario politico, non un padano), ho letto di padre Pio che non confessava i comunisti, ho letto da parte di alcuni difensori dei diritti degli omosessuali della necessità di fare i nomi dei politici omosessuali in una sorta di outing forzato per sburgiardare i politici incoerenti, ho letto di zoccole alla gogna, del culo della Merkel come prova provata che il nostro paese è compromesso.
Una tale virulenza è naturalmente giustificata facendo ricorso alla coerenza, all'esempio, al diritto, alla libertà, cioè a tutto il contrario di quello che si legge.

Forse era ovvio, dopo vent'anni di sfondamento populista delle barriere del linguaggio, che tutti, da tutte le parti, non facessero più caso al fatto che il linguaggio è un'arma vera e propria, è uno strumento che prefigura la realtà fattuale, che organizza le possibilità di reazione agli avvenimenti, che inquina o bonifica la realtà, che non si limita a descriverla, ma la crea.

Forse mi sbaglio, ma non vorrei che al ventennio populista seguisse una fase ancora peggiore, quella del giacobinismo.

Abolire gli stage dopo gli studi?

Tempo fa mi interrogavo sul senso degli stage gratuiti (o quasi gratuiti) e sulla vera e propria piaga per i ragazzi – e quindi per tutti – dell'entrata nel mondo del lavoro subendo lo scacco di serie di stage capestro e inutili.
Ne era scaturita sul blog un'interessante discussione tra i commentatori.
Ieri sera a France 2 Martine Aubry, segretaria del Partito Socialista francese e candidata alla primarie per le presidenziali, è andata più lontanto, dicendo che vanno vietati gli stage, di ogni tipo, "après l'obtention du diplôme", dopo l'assunzione del titolo di studio universitario. Durante gli studi lo stage è utile e necessario, dopo non si vede perché una persona che ha titolo ad assumere una posizione debba essere pagata meno (o non pagata).
Certamente è una proposta che va chiarita meglio. Può essere anche sfumata e insomma va discussa. Ma è una proposta forte. Se cominciassimo a parlarne anche in Italia?

Basta conservatorismi, spiegateci bene cosa volete fare

Nel nostro paese ci si può vantare, dopo aver governato dieci anni, di aver scritto una manovra fondamentale in quattro giorni. Ci siamo abituati a questi paradossi, che hanno marcato il linguaggio pubblico di un lungo ciclo politico.
Per il prossimo ciclo, vorremmo però sbarazzarci di questa insipienza sui tempi e sui modi dell'azione politica (per non parlare dei linguaggi).

E su questo le opposizioni devono cominciare a correre.
Ci piacerebbe sapere quali riforme i partiti che ambiscono al governo hanno già pronte o avranno pronte prima di governare. E su quali settori intendono operare cambiamenti di lunga durata (e come, naturalmente). Non vorremmo poi trovarci a fare manovre e riforme finte in quattro giorni alla fine di un altro estenuante quinquennio.

Tutto questo parlare politologico su alleanze tra partiti e su squadre di governo appare, in questi mesi più che mai, come un confronto tra conservatorismi:
Il mio partito è più compatibile con un conservatorismo di centro, un conservatorismo di sinistra, o un conservatorismo di centro-sinistra?

Qualcuno ha detto giustamente che il prossimo parlamento sarà in qualche modo "costituente". Ci piacerebbe allora che in primo luogo già la preparazione alle elezioni del nuovo parlamento fosse all'altezza di quel compito.

I vari partiti di opposizione sono pronti? Con l'ultima (pessima) legge elettorale i partiti avrebbero avuto almeno l'enorme possibilità di rinnovare senza problemi, e in base alla loro visione del paese e del mondo, la classe dirigente. Non di stravolgerla, non di buttare a mare la vecchia, non di disperderne il know how esistente, ma di rinnovarla, di portarla a una fase successiva, di metterla in sintonia con l'Italia che spinge verso la propria riforma.
Non l'hanno fatto e hanno rinunciato così anche a quel ruolo critico e popolare che la nostra tradizione assegna loro. Una nuova operazione di casting sarebbe insopportabile e il referendum per l'abolizione di quella legge è un strumento a questo punto fondamentale (a proposito: è in corso ancora per pochi giorni la raccolta delle firme ed è il caso di firmare in fretta).

Ci piacerebbe sapere come i partiti intendono riformare i livelli istituzionali e amministrativi, per rendere lo stato più efficace ed efficiente. Efficacia ed efficienza dell'amministrazione sono straordinariamente connessi. C'è una riforma pronta? Tiratela fuori dal cassetto e spiegatecela.

Il mondo dell'università e della ricerca sono palesemente inadeguati, nel loro funzionamento medio. Quali sono i nodi? I colli di bottiglia? Ce lo spiegate adesso o negli ultimi 4 giorni delle prossime manovre?

Si può organizzare il paese secondo il merito e le capacità? E a quelli che hanno paura di queste parole, possiamo spiegare che ognuno di noi ha meriti e capacità. Davvero ognuno. Basta solo organizzarli al meglio. Proviamo a farlo diventare un criterio organizzativo per sprigionare l'energia di tutti?

La politica europea. Quali sono gli obiettivi italiani dentro l'Unione Europea? Certo siamo in un momento di debolezza, abbiamo necessariamente ridotto le nostre ambizioni. Ma è possibile stabilire degli obiettivi per contare di più? è possibile più Italia dentro l'Europa (il che implica in primo luogo il ridarsi dignità nei conti pubblici per poi rendere il governo dell'area  più compatibile con le nostre esigenze)?

Nessuno parla più della politica estera. Con il quadro mediterraneo così cambiato, con una Turchia potenza regionale che cresce all'8,5 % e il nord Africa sul filo delicatissimo di un cambiamento che può aprire una stagione completamente nuova, non c'è un partito che ci spieghi il nostro ruolo.

Non ci interessano i conservatorismi, non ci interessano gli equilibri. Ci interessa vedere le carte che avete pronte, le riforme che farete dal primo giorno, come intendete smontare la macchina e rimontarla. Se ce lo spiegate credo che lo capiremmo. Se non siete pronti, fatevi aiutare. Una mano il paese ve la dà, ma voi date una mano al paese.

Smile! You’re on candid camera!

Alcuni paesi europei chiedono alla Cina di comprare sul mercato del debito i loro titoli nazionali, cioè: nella finzione mercatista che il mercato si debba regolare da solo, chiedono giustamente a un paese che non è riconosciuto come "a economia di mercato" di drogare il loro mercato (qualcuno dice metterlo sotto morfina) per poter dire che i mercati sono contenti. La Cina cosa risponde? "Va bene. Però ci dovete riconoscere come paese a economia di mercato".

Put the blame on mame

"Nulla nella vita va temuto, va solo compreso". La frase è attribuita a Marie Curie e come darle torto. Quello che sta succedendo in questi mesi è un rompicapo, ma ha delle vie d'uscita. E le dobbiamo imboccare noi, non si proporrano da sole.
Il futuro però un po' ci disorienta, in questo momento davvero non riusciamo a immaginarlo. Soprattutto non riusciamo a dislocarlo, come abbiamo fatto per un secolo, in un altro posto, lontano e pieno di opportunità. L'Europa è un'area unitaria in fondo, parlo dal punto di vista dell'immaginario e della nostra conoscenza reciproca, siamo a un'ora e mezzo di volo da ogni suo punto. Possiamo certo viaggiare per cercare condizioni migliori, ma l'Europa ha perso il suo fascino esotico. E' una fortuna, s'intende, questo restringimento geografico, perché è un arricchimento e un ampliamento delle nostre esperienze reali, ma forse è anche una piccola perdita di immaginario. E l'America, che non cresce come dovrebbe, che non ci promette un altro mondo, smetterà di darci ispirazione? Io mi auguro, e credo, di no. Dove altro metteremmo al riparo la nostra immaginazione e la nostra idea di un futuro possibile, lontano nello spazio ma a portata di mano?