Una domanda di inizio anno accademico

Esiste una relazione tra il ruolo di studenti e docenti in una lezione universitaria e la concezione del dibattito pubblico nei vari paesi?
Me lo chiedo spesso all’inizio dell’anno accademico, soprattutto da quando ho cominciato ad avere esperienze di insegnamento fuori dall’Italia. Ma non mi sono mai dato una risposta convincente. Neanche con questo post.

Quando lavoravo all’università di Monaco mi aveva colpito la grande presenza di seminari rispetto alla lezione frontale (almeno nella mia esperienza in discipline umanistiche e storico-filosofiche).
Nel seminario il ruolo degli studenti è attivo, le ore sono concepite spesso come discussione direttamente su un testo, filosofico o storico.
In poche parole se si parla di Machiavelli ci si aspetta che ognuno abbia letto proprio il testo in questione e che si senta libero di prendere la parola sulla base di quel testo particolare.

Credo che in questo caso l’idea sia che il senso critico degli studenti si sviluppa meglio e si affina imparando a dialogare nel merito di un testo e dal dibattito con gli altri, senza timori reverenziali.
Il rischio concreto però è che si tralasci il contesto di un’opera e che prendere la parola diventi un obbligo “sociale” anche se in realtà non si ha la competenza sufficiente.
In altri termini, non è detto che tutti abbiano chiaro che problemi specifici Machiavelli volesse risolvere in rapporto al suo tempo (che va al di là del testo).
La Vorlesung invece, la lezione frontale, veicola decisamente un altro senso di autorità e competenza. Un professore parla, da una cattedra, spesso da un leggio e stando in piedi, e gli studenti ascoltano.

Un po’ quello che succede in Italia, dove la lezione frontale è sempre prevalente, anche nei seminari, che riproducono spesso lo schema di autorità “professore che parla/studenti che ascoltano”. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Si impara (anche) stando zitti ad ascoltare. Certo chi parla deve dire qualcosa e deve saperlo dire.
Inoltre in Italia si dà un’attenzione costante al contesto di opere e autori, cosa che si può fare solo con strumenti esterni al testo stesso, cioè con libri che parlano del libro. L’anacronismo è un peccato imperdonabile e per esempio la filosofia è quasi sempre storia della filosofia (anche presso quegli accademici che si definiscono filosofi tout court).
Il rischio naturalmente è quello di risolvere qualsiasi cosa nel suo contesto, qualsiasi novità nelle sue premesse storiche, anche qui con conseguenze culturali più ampie, per esempio su cosa si intenda per trasformazione, per responsabilità, per decisione, anche sull’idea che si ha del proprio essere pronti a prendere la parola pubblicamente.

Tutto il contrario degli anglosassoni (presso i quali non ho però mai insegnato) che pretendono spesso dal testo storico soluzioni possibili per problemi intellettuali attuali.

La Francia ha un sistema di insegnamento e ricerca molto articolato. Oltre all’università esiste un forte CNRS (il nostro CNR) votato quasi esclusivamente alla ricerca ed esistono i cosiddetti Grands Ètablissements (uno dei più noti per gli studi storici e sociali è l’EHESS di Parigi), che sono allo stesso tempo istituti di ricerca e di formazione alla ricerca.
In questo caso l’insegnamento base è il “seminario di ricerca”, ma con differenti concezioni. All’EHESS per esempio non ci sono fisicamente le cattedre o le pedane. Chi dirige il seminario non ha una posizione separata e le aule sono a forma rettangolare così come la disposizione dei banchi. In questo modo si garantisce che tutti siano sullo stesso piano, possano vedersi e prendere facilmente la parola. Chi dirige non trasmette solo delle informazioni o delle idee, ma è pronto a rimetterle in questione perché i partecipanti sono spesso non solo studenti, ma dottorandi e ricercatori.
L’enfasi è quasi sempre posta sul dibattito, sullo scambio e spesso quasi sulla battaglia delle idee.
Del resto l’intellettuale, in Francia, ha ancora un ruolo pubblico importante. Ci si aspetta che sappia assumere decisioni, che abbia una funzione critica e che sappia indicare nuove strade. Se la Francia si ritiene ancora una potenza, è anche perché ritiene di saper produrre interpretazioni della realtà e visioni del mondo.

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