La lettera (quasi recapitata)

La lettera all’AISDP ha avuto molti lettori e molte riprese. Il quotidiano Europa l’ha ripresa integralmente, il giornale on line Linkiesta anche e molti blog ne hanno fatto menzione (per esempio qui). Molti mi hanno scritto (anche alcuni soci dell’associazione) e continuano a scrivermi: si dicono quasi su tutto d’accordo o mi segnalano casistiche praticamente infinite e moltissimi colgono il senso culturale e politico della lettera.

Mi fa piacere e rilancio sul fatto che certe opinioni avrebbero una grande utilità se espresse pubblicamente.

Tutti mi chiedono di rendere nota la risposta dell’Aisdp, naturalmente. I tempi accademici sono però un po’ più lunghi di quelli giornalistici.

A parte una cortese e personale risposta del presidente, al quale ho naturalmente inviato la lettera prima di renderla pubblica, una risposta non c’è e non so se sia previsto un dibattito interno su quella che in fondo è solo una lettera di dimissioni di un membro aggregato.

Del resto ai soci dell’associazione la lettera non è ancora arrivata (come alcuni di loro mi hanno fatto notare). L’hanno letta qui. Daremo conto del corso del dibattito, se mai ci sarà, e cercheremo di stimolarlo ulteriormente, come sarà possibile, in caso contrario.

Ricevo da Simona Forti e volentieri pubblico

Alcuni colleghi, professori e soci dell’Associazione, ma non solo, mi hanno scritto in privato, dicendosi d’accordo con la mia presa di posizione, a volte con sfumature diverse o non in toto. Mi auguro che possano esprimere anche in pubblico le stesse riflessioni.

Simona Forti, ordinaria di Storia della Filosofia Politica all’Università del Piemonte Orientale, ed ex segretaria dell’AISDP, che ringrazio molto per il suo graditissimo messaggio, mi autorizza invece a pubblicare le sue considerazioni:

Caro Gianluca, sono d’accordo praticamente con tutto quanto affermi nella tua lettera aperta.  Mi auguro pertanto che il Presidente dell’AISDP la faccia circolare tra tutti i soci: potrebbe diventare l’occasione per una discussione dagli esiti non scontati. Nel recente passato, ci sono state parecchie ‘voci discordanti’ all’interno dell’Associazione, ma purtroppo molto spesso non hanno trovato ascolto o, peggio, sono state recepite come  provocazioni o pretesti moralistici per nascondere tornaconti personali. Forse, anche se con parecchi anni di ritardo, è arrivato finalmente il momento in cui le nostre discipline umanistiche, e le associazioni che le rappresentano nel mondo universitario, incomincino una riflessione seria sulla loro funzione intellettuale. Spero che i cambiamenti in atto possano valere per tutti noi come occasione da non lasciarsi scappare. Con affetto e stima Simona Forti

Perché lasciare un’associazione scientifica

In Italia esistono centinaia di associazioni scientifiche, che corrispondono spessissimo a una disciplina accademica in senso stretto (quella che viene chiamata una “classe di concorso”). Le finalità sono la diffusione della disciplina nella società, ma anche, e spesso soprattutto, la difesa dei suoi interessi accademici (e non di tutti i suoi iscritti, ma di quelli che hanno un potere nell’università). Ho scritto questa lettera aperta (già inviata al presidente che ho pregato di trasmetterla ai molti soci), con cui lascio una di queste associazioni per i motivi indicati,  e la riporto qui perché penso possa avere un valore generale.

Gentile Presidente,

Le comunico con questa lettera aperta la mia decisione di lasciare l’Associazione Italiana degli Storici delle Dottrine Politiche, per due motivi generali.

Il primo è che in questi anni non ho sentito una sola parola pubblica (pubblica, perché in camera caritatis se ne sentono anche troppe) sullo svolgimento dei concorsi. Il secondo è l’incapacità dell’associazione di interpretare il ruolo dei ricercatori senza posto fisso.

1.Pur lavorando all’estero da quasi cinque anni, ho partecipato in questi anni a vari concorsi in Italia, sia relativi alla classe di “Storia delle dottrine politiche”, che ad altre discipline. Il dato statistico è impressionante (e non nuovo): vincono sistematicamente i candidati “interni”. I dati sugli ultimi 28 concorsi del nostro raggruppamento sono pubblici e molto chiari.

Il dato è talmente evidente che il principio di “comparatività” (stabilito dal buon senso e sancito dalla legge), secondo il quale dovrebbe vincere il candidato migliore presente al concorso, risulta non solo inerte ma addirittura, in qualche caso, irriso.

Non è infatti possibile da un punto vista logico che il migliore sia sempre, o quasi, il candidato locale. Certo può essere un valore che a Milano vinca un milanese, ad Alessandria un alessandrino, a Torino un torinese, a Caserta un casertano, a Cagliari un cagliaritano (chiarisco che sto citando città a caso, come i medievali nei trattati di logica dicevano “Petrus currit” senza riferirsi all’apostolo), ma questo ha poco a che vedere con la ricerca e con l’insegnamento accademico.

I più arditi tra i professori cercano di spiegare questa prassi con nobili ragioni di scuola locale (e sempre più locale), oppure facendo ricorso a un principio di apparente buon senso, quello dello ius loci, versione accademica del latinorum italico, altri dicono “è la cooptazione, bellezza!”, ma commissioni che non comparano titoli, pubblicazioni, attitudini, possibilità dei candidati e che soprattutto non spiegano le ragioni delle scelte, non stanno cooptando, ma cercano di compilare verbali stando attenti a che i ricorsi siano resi più difficili (con effetti a volte francamente comici). 

L’Associazione, come la maggior parte delle learned societies italiane, non sembra aver nulla da dire pubblicamente su questo. Quindi o va tutto bene e io, e i non pochi che la pensano come me, mi sbaglio, oppure l’associazione ha abdicato a uno dei suoi doveri morali, quello di fare crescere la disciplina, l’istituzione universitaria e il Paese.

In un mondo perfetto, un’associazione che vuole difendere il livello scientifico di una disciplina fornirebbe gratuitamente ai suoi associati gli avvocati per i ricorsi.

2. E del resto, come potrebbe l’AISDP prendere posizione? Caso raro (unico nella mia personale esperienza) di associazione scientifica in cui ha diritto di voto solo chi ha un posto fisso.

Non chi ha diretto progetti, pubblicato lavori importanti, avuto esperienze internazionali e un contributo potrebbe darlo, no: solo chi ha un posto fisso. Insomma, per farla breve, l’Associazione non può porre il problema dei concorsi, perché contano solo quelli che fanno parte delle commissioni di concorso.

Questo è un punto importante, ma meno grave delle conseguenze più generali e culturali che questa visione rigidamente corporativa (o meglio oligarchica) delle cose comporta. Immaginiamo un ricercatore o una ricercatrice di quarant’anni, magari con svariate monografie, con una reputazione internazionale, con un lavoro svolto per 15 anni in istituzioni e Paesi diversi, ma senza posto fisso nell’università, cioè immaginiamo la situazione reale di molti ricercatori italiani.

Ecco, la nostra Associazione, che studia proprio il pensiero politico e la sua storia, non considera abbastanza maturo per esprimere una posizione pubblica con un voto, un ricercatore o una ricercatrice con queste caratteristiche.

Marx (Groucho) diceva “non entrerei mai in un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Questa learned society rischia di aver trovato la formula giusta, perché lo accetterebbe ma lo terrebbe in un angolo.

Caro Presidente, il mondo della ricerca è cambiato e le istituzioni più innovative devono saperlo interpretare e non frenarlo. Basta andare in libreria o sfogliare una rivista scientifica per rendersi conto che nelle discipline umanistiche la ricerca è fatta soprattutto da chi il posto fisso non ce l’ha.

Questa lettura svalutante della ricerca stessa – è qui il punto culturale che mi preme -, della sua quasi inutilità ai fini dell’accesso a un posto pubblico di ricercatore o professore, questa idea tacita ma potentissima che non c’è vera e corretta cooptazione, che non c’è vera scelta, che non c’è responsabilità, che non si premia l’indipendenza di pensiero, l’originalità, la leadership (sono criteri indicati dall’ERC dell’Unione Europea), associati all’idea del tutto vetusta che ci sia un dentro e un fuori della ricerca – cioè che chi ha un posto conta e chi non ce l’ha non conta nulla ed è un “giovane”, anche a trentacinque anni, anche a quarantacinque – creano un dispositivo che funziona da specchio deformante della realtà della ricerca e ne frena le potenzialità e il ruolo sociale.

Le istituzioni raccontano la realtà, in buona misura inducono i singoli a raccontarsi in un modo piuttosto che in un altro, possono indicare strade di miglioramento o diventare racconti oppressivi e deformanti, propongono un senso di ciò che è realistico e a volte difendono ciò che non appartiene più alla realtà.

Lascio l’Associazione, che conta tra i suoi membri studiosi che stimo e ai quali mi lega in alcuni casi un sincero affetto, ma mi auguro che questa mia lettera verrà intesa come contributo a un dibattito futuro.

 

Il mio blog è naturalmente a disposizione per eventuali repliche e per successive fasi del dibattito.

Eliseide

In principio erano Chirac e Balladur. Entrambi del partito neogaullista, entrambi aspiranti alla presidenza del 1995 e da quel momento divisi da un’inimiciza che sfiora l’epica. Eletto presidente, Chirac esclude sistematicamente da ogni carica e posizione di rilievo tutti i sostenitori di Balladur, tra questi un ancora giovane Sarkozy, che paga in modo particolare. Chirac tenta un colpo arditissimo, scioglie il parlamento, in cui ha la maggioranza (primo ministro Juppé), per motivi non molto chiari, tra i quali forse il principale è escludere definitivamente dal potere la componente balladuriana. Il colpo non riesce e Chirac perde la maggioranza (che va ai socialisti). Colpito da umiliazioni, trappole ed esclusioni di ogni tipo, Sarkozy decide forse in quegli anni di difficoltà di puntare al massimo e imposta una lenta strategia di conquista del partito. Il progressivo indebolimento di Chirac, che viene però rieletto per il disastro elettorale di Jospin, dà forza a un Sarkozy che dà prova di un attivismo, di una tenacia e di una capacità di prendere posizione e influenzare il dibattito che lo fanno diventare l’avversario principale di Chirac. Il presidente gioca allora la carta Villepin, l’eminenza grigia del suo secondo mandato presidenziale. Villepin consiglia di integrare nel governo Sarkozy per controllarlo meglio, ma di fronte all’avanzata di quest’ultimo, Chirac nomina proprio Villepin come primo ministro, infliggendo una serie di umiliazioni pubbliche a Sarkozy. Ma ormai il passaggio generazionale è compiuta. I nuovi nemici sono Sarkozy e Villepin. Si apre allora una storia di dossier, di spionaggi, di colpi bassissimi. Sarkozy ce la fa, diventa presidente e Villepin viene risucchiato in vicende giudiziarie che lo fanno uscire dai giochi. Lui non ha dubbi: “sono innocente e le prove false le ha fornite il presidente”. Villepin sembra fuori dai giochi ma arrivano le due assoluzioni. L’ultima, definitiva, pochi mesi fa. Ricomincia l’epopea. Ieri Villepin si è candidato alla presidenza della repubblica. Quante possibilità ha di vincere? Nessuna. Viene dato al 2%. Ma guarda caso quel 2%, posizionato al centro, se sottratto a Sarkozy (che è l’unico a cui può essere sottratto), rischia di non far passare al secondo turno il presidente, a vantaggio di Marine Le Pen, che si scontrerebbe poi, perdendo a valanga, con il socialista Hollande. La saga continua.

Ma chi ve lo fa fare?

Nell’ultima settimana mi sono sentito dire 4 o 5 volte, da persone diverse, in relazione a un mio brevissimo viaggio di lavoro in Italia (che ha anche a vedere con alcuni degli ultimi post): Ma chi te lo fa fare?

Il chi te lo fa fare è un meccanismo mentale interessante e uno di quegli argomenti di finto buon senso che a noi italiani piacciono tanto. Può indicare in chi lo usa vari significati, anche non coincidenti tra loro.  È ovviamente un argomento conservatore, ma di un conservatorismo implicito, irriflesso, non politico o come reale posizione pubblica.

Chi te lo fa fare? Le cose non cambiano. Ma nel chi te lo fare non cambiano con almeno due modi e sfumature. Il primo è quello in cui chi lo pronuncia è talmente sfiduciato che non crede sia più possibile opporsi a nulla. Sono i più realisti del re, quelli che hanno introiettato un certo senso della realtà e ci si sono accomodati. Sono quelli che amerebbero che tutti si rifugiassero nella piccola e inutile lamentela, nel mal comune mezzo gaudio del mugugno, nell’interstizio del Franza o Spagna. Il secondo è quello di chi si sente minacciato dal senso di realtà degli altri, cioé di chi non predica e non pratica la rassegnazione. Perché questo sembra accusarli implicitamente. È piuttosto un senso di inadeguatezza propria quello che salta fuori in chi dice in questo senso “Ma chi te lo fa fare?”, che in realtà è un “Non ci sono riuscito io (che non non c’ho neanche provato perché non sarei capace), perché dovresti riuscirci tu?”. In entrambi i casi, chi ne beneficia sono i presidiatori dello status quo.

Il tema che sta sotto è interessante. Ed è il fatto che per produrre un cambiamento qualsiasi, una grande parte delle forze e delle energie dovrebbe essere diretta a convincere e a rendere partecipi quelli che dal cambiamento sarebbero chiaramente avvantaggiati, ma che per motivi psicologici, d’abitudine, di paure e diffidenze preferiscono pensare “chi te lo fa fare”, creando così un clima di inerzia che contrasta oggettivamente ogni iniziativa di cambiamento. Se non si prevede l’inerzia e la vischiosità di certe attitudini, anche là dove non ce le aspetteremmo, e se non si predispongono delle energie per fronteggiarle, credo davvero che ogni cambiamento, nei vari ambienti in cui ognuno di noi opera, sia destinato a essere frustrato.

L’alternativa è rimanere impigliati dai discorsi di buon senso (che producono azione contraria al miglioramento) di quelli che ti danno ragione ma preferiscono stare un passo indietro, che amano urlicchiare negli spazi concessi, diseducarsi alla decisione e all’assunzione del rischio, ritirarsi da ogni spazio pubblico (e ogni ambiente di lavoro è già spazio pubblico) e costruirsi un mondo immaginario di ingiustizie subite di cui lamentarsi.

Io però a tutti costoro una cosa sola vorrei dire: “Ma chi ve lo fa fare?”

Santi e madonne

“Io non capisco quelli che studiano il medioevo. Con tutti ‘sti santi e ‘ste madonne!”. Lo diceva ogni tanto un professore del dipartimento di filosofia (peraltro un discreto dipartimento) in cui mi sono dottorato. Non ho mai capito se scherzasse o fosse serio (non lo capivano neppure gli altri professori). Di fatto nei suoi corsi non parlava mai di filosofia medievale. Spesso parlava di Greci, alcuni corsi erano su cose rinascimentali e moderne, ma medioevo mai. Del resto si chiama “medioevo” perché sta “in mezzo”, ai Greci e al Rinascimento evidentemente. A modo suo pensava probabilmente di condurre una battaglia culturale, con l’attacco “ai santi e alle madonne”, ma con almeno 150 anni di ritardo sulla storia e probabilmente 30 sulle sue letture fondatrici.

Però questa cosa dei santi e delle madonne è curiosa. Un mio ex studente un giorno mi ringraziò, anni dopo aver seguito un mio corso, per avergli fatto capire l’importanza epistemologica della filosofia medievale. Nel frattempo, io non lo sapevo, stava scrivendo una raccolta di biografie di santi medievali, totalmente inventati. Un salto dalla filosofia alla letteratura o un disvelamento di mondi possibili?  Di certo c’è che di recente, dopo aver annunciato in una maniera raffinatissima la fine dei tempi ed essersi però trovato un lavoro serio (e la contraddizione è solo apparente), ha dato vita a un laboratorio di teologia potenziale, che è un luogo di esperimenti mentali e linguistici che anche Isidoro di Siviglia ci si sarebbe confuso (soprattutto perché oltre a un refresh teologico, per motivi ignoti hanno messo un traduttore automatico che deforma gli articoli).

Non è l’unico a giocare coi santi e a lasciar stare i fanti. Del resto già 50 anni fa una vera suora domenicana che si faceva chiamare “Soeur Sourire” aveva fatto del fondatore del suo ordine, san Domenico, un personaggio un po’ pop e un po’ hippie (anche un po’ preconcilio) in questa canzone che voi conoscerete già ma io ho scoperto da poco (se siete medievisti ascoltatela, ho linkato la versione con il testo) e ho anche scoperto che l’ha ricantata Orietta Berti negli anni ’60.

Ma a costruire un genere dei santi pop, in una forma davvero sottile e con una scrittura divertente e informatissima, sta contribuendo con una sua rubrica Leonardo Tondelli su Il Post. A me è piaciuto fin dal primo post su Teresa di Lisieux e mi ha convinto definitivamente con Teresa d’Avila e in fretta stiamo passando dalla scrittura della vita dei santi alla vita dei santi come scrittura (che poi è il senso vero di ogni agiografia). Sta nascendo un genere e forse quest’opera di ricollocazione di racconti di santi in un contesto non loro non poteva che avvenire su internet e tramite blog (ma io consiglio anche di fissarlo su carta).

Che i santi e le madonne siano importanti anche dal punto di vista strettamente filosofico (che peraltro è anch’esso un altro livello di narrazione, con regole diverse e ferme, un “sogno regolato” diceva un grande storico), e che la teologia, l’esegesi, le provocazioni filosofiche dei miti biblici siano ben più che uno spazio brullo tra antichità e rinascimento, cerchiamo di ribadirlo in un convegno che ho organizzato a Parigi il 6 e il 7 gennaio, con Irène Rosier-Catach su Adamo, la natura umana. Epistemologia della Caduta. E con tanti veri maestri, cercheremo di mettere a fuoco i dibattiti scolastici Due-Trecenteschi sulle conseguenze della Caduta di Adamo ed Eva nella comprensione della natura umana (da un punto di vista noetico, gnoseologico, fisico, etc..), nel tentativo di individuare dei modelli specifici di razionalità filosofica.

Con buona pace del vecchio professore che non amava il medioevo per quell’affollamento di santi e di madonne…

Abbiamo tutti i nostri allievi a cui vogliamo bene come figli

Riprenderemo il tema della casta dei poverini. Nel frattempo rimaniamo in contatto e continuate pure a scrivermi. Per il momento, segnalo il commento che un professore (anonimo) ha indirizzato al mio articolo pubblicato su Il Post (lo trovate qui tra i commenti), di cui ho apprezzato i toni composti e la voglia di testimoniare il modo di lavorare del suo dipartimento, in cui non ci sono “amanti di, figli di e amici di” (ma francamente non ho mai lontanamente alluso a questo tipo di relazioni). 

Ma aggiunge il commentatore “Abbiamo tutti i nostri allievi a cui vogliamo bene come figli”.  Ecco, come dire, il diavolo è sempre nei dettagli. Niente di male, naturalmente, a voler bene ai propri allievi. Eppure nel momento in cui questo affetto diventa argomento di un ragionamento pubblico (e io l’ho sentito molte volte) si trasforma in metafora guida dell’ambiente organizzativo, di una rete di rapporti, anche di uno spazio politico, di un modo di intendere l’accesso al lavoro (per non dire di un’autoassoluzione). E ne deriva una serie  evidente di storture, di ambiguità, direi di deviazioni dalla correttezza dei rapporti di lavoro, in certo modo una conferma a quanto abbiamo scritto.

A quale esigenza (e di chi? degli allievi? non credo) risponde un tale argomento? Perché se gli allievi sono i figli, evidentemente ci sono anche  i padri? Sono padri di figli adulti, o di ragazzi che devono pazientare, imparare, seguire le vie tracciate? Sono figli che devono gratitudine e venerazione, sono figli ricattabili emotivamente? Si aspettano premi se fanno i bravi? E’ un affetto che va ricambiato? Come? E chi non fa parte della famiglia, della sfera emotiva e linguistica tracciata dal professore?

Naturalmente esagero, volutamente, ma le parole, le metafore, le immagini sono strumenti di potere, di inclusione e di esclusione, di distorsione e filtro. E oggi, più che mai, nell’università, nel dibattito pubblico, nelle relazioni sociali ed economiche sono anche trappole di controllo e a volte di oppressione.