I finanziamenti ai libri di ricerca

Ci sono alcune case editrici scientifiche internazionali (mi riferisco ai settori umanistici) che hanno fatto una scelta di mercato particolare: pubblicano solo libri di altissima specializzazione e scritti secondo le strette regole d’arte scientifica (che a volta vengono fatte coincidere con il genere “tesi di dottorato”, ma questa è un’altra faccenda).

Ogni fase del processo viene sottoposta a controllo, editoriale e scientifico, a volte lento, tanto che dalla proposta all’uscita possono passare anni. Quello che importa è che il libro sia ad un livello tale che le 250 biblioteche di ricerca più importanti del mondo non possano non averlo.

Il prezzo varierà dai 120 ai 250 euro, che moltiplicato per le 250 biblioteche e per un numero notevole di uscite annuali garantisce un certo successo alla casa editrice, che in fondo investe in editors bravi, in prodotti di alto livello, in relazioni scientifiche, in innovazione.  È un modo di stare sul mercato, anzi di inventarlo.

Ci sono altre case editrici, che pubblicano sempre monografie scientifiche, che invece hanno fatto una scelta diversa: con la scusa che le monografie scientifiche non hanno mercato, chiedono un finanziamento agli autori.

Ovviamente il discorso del “se non ha mercato non lo pubblichi” qui non si applica. La monografia scientifica è risultato e misura di una ricerca. E va pubblicata, perché la ricerca successiva partirà da quel punto e la conoscenza avanza. È normale che un libro così non abbia mercato (anche se non è sempre detto), ma quello che c’è dentro potrebbe cambiare delle cose e circolare molto

Questi editori, alcuni anche grossi e importanti, altri piccoli, ma magari collegati a università o istituzioni o gruppi di ricerca, chiedono ormai dai 5mila ai 15mila euro per le spese di pubblicazione per poche centinaia di copie, che spesso sono la semplice stampa perché impaginazione e controllo sono a carico dell’autore.

Chi paga? Di solito si paga con i fondi di ricerca, del proprio dipartimento, dell’università, dell’ente di ricerca, di fondazioni culturali. E che una fondazione, un dipartimento, un’istituzione paghi un libro è segno della bontà del libro, perché è necessario passare per referee, magari anonimi, per il parere di commissioni scientifiche, per il controllo scientifico etc. Peraltro spesso le stesse case editrici vengono scelte perché c’è una collana nota, magari un comitato scientifico, una tradizione particolare.

I libri però poi non hanno distribuzione, vengono stampati in pochissime copie, la comunicazione alle biblioteche di ricerca è nulla e insomma il libro resta praticamente semiclandestino e legato ai diritti editoriali. E non è giusto, perché essendo stato finanziato con i soldi (e il lavoro) della ricerca dovrebbe essere messo a disposizione di tutti e forse anche inviato gratuitamente, o a prezzo di costo, alle famose 250 biblioteche di ricerca.

Insomma queste case editrici stanno sul mercato pubblicando libri che non hanno mercato (e non devono averlo e spesso sono molto belli) intercettando nel complesso ingenti fondi pubblici, avendo garanzia di guadagno a costo zero e investimento zero, senza dare niente in cambio all’autore, con un tasso di innovatività (anche manageriale) nullo e con un costo di stampa esageratamente alto e in fondo anche con una forma di concorrenza dopata, soprattutto quando si tratta di case editrici per tradizione molto vicine a professori e dipartimenti.

Non sarebbe meglio regolamentare l’uso dei fondi di ricerca per le pubblicazioni? Perché non passare agli ebook a costo quasi nullo, e lasciare magari qualche copia cartacea agli autori per i concorsi? O perché non dare poi il libro libero on line e magari stampare on demand per le biblioteche o per chi lo volesse? Perché non vincolare il finanziamento dei libri a delle semplici regole, magari che premino le case editrici più innovative e che offrono maggior garanzia di libertà d’accesso? Se tutti pagano (e all’autore spessissimo non sono riconosciuti diritti d’autore) perché non dare poi a tutti e nel contempo risparmiare migliaia di euro a ogni giro?

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A prescindere

Mi scrive Ilaria Negri, che non conosco personalmente ma che mi aveva bacchettato tempo fa perché avevo detto che fare ricorso a un concorso universitario è difficile. In realtà non è difficile e si hanno buone possibilità di farsi rispettare. Ilaria ha fatto ricorso in un concorso per un posto da ricercatrice e ha vinto: hanno rifatto il concorso. Anche nel nuovo concorso Ilaria ha ravvisato irregolarità e ha rifatto ricorso: ha rivinto e l’università gli deve anche pagare le spese.

Oggi Ilaria mi scrive per segnalarmi questo articolo de La Stampa che parla ancora di lei (come tanti altri nei mesi scorsi). Ilaria si chiede: perchè la persona che il tribunale ha dichiarato due volte non poter essere vincitrice insegna lo stesso come se avesse vinto e riceve uno stipendio illegittimamente? Perché è stata confermata in servizio in barba alle sentenze? A quanto pare non è l’unico caso.

 

Ritorno al futuro

Seguendo le lunghe e finora un po’ noiose presidenziali francesi mi sono affezionato soprattutto a Hervé Morin, il peggior comunicatore e il più grande gaffeur che io ricordi. Parlavo di lui qui già più di un anno fa a proposito della sua prima intervista da possibile candidato e di un video di auguri, fatto quando era ministro, che era così triste da mettere allegria. Mi sono subito chiesto quanti voti potesse prendere un candidato di centro in un sistema bipolare come quello francese, soprattutto quando il centro è presidiato da un peso massimo come Bayrou. Be’ Morin è partito con un secco 0% e ora è su un “incoraggiante” 0,5%, nonostante sia spesso presente nei media. E’ certamente il peggior comunicatore della storia. Ieri è riuscito a dire nel video che posto di seguito “Voi che avete i capelli bianchi e vi ricordate lo sbarco in Provenza, io stesso che ho visto in Normandia lo sbarco degli alleati…”. Morin è nato nel 1961.

Ovviamente sul web si è scatenato di tutto (“Io che ho visto la faccia di Gutemberg quando gli ho spiegato Twitter. Io che ho visto quando Mosè ha aperto il Mar Rosso perché ero sulla spiaggia a giocare a frisbee) e la stampa lo ha ribattezzato Hervé McFly, come l’eroe di ritorno al futuro. 

Mamma mia penzace tu

Mi dicono “Anche se per questa settimana ancora sei impegnato in altre cose, aggiorna lo stesso il blog, mettici un link o un almeno un video”. Allora il link è l’articolo di Gramellini di oggi sul pensiero del ministro Martone (sapevo che prima o poi sarebbe successo: sono d’accordo con Gramellini). E il dibattito martoniano con blog e ariblog, commenti su facebook (compresi i miei), twitterate pro e contro, è scemo o non è scemo, in perfetto stile ferragosto, mi ha suggerito anche il video (per associazioni ineffabili) che posto di seguito.

 

Stiamo lavorando per noi

Mi chiedono: “Perché aggiorni poco il blog ultimamente?”. “Perché sto per consegnare un libro e le fasi finali occupano sempre un po’ la mente”.

Il libro si intitola “Marsilio da Padova”, per la collana “I pensatori” dell’editore Carocci. Uscirà in primavera.

(Però fra pochissimo il blog riprende come prima, anzi di più).

Il convegno della Befana (et des Rois)

Il convegno del 6 e del 7 gennaio, su “Adamo, la natura umana, il Prima e il Dopo. Epistemologia della Caduta è andato davvero al di là delle aspettative, con una partecipazione di pubblico inaspettata, anche per Parigi, e con una qualità delle relazioni tale da “aver formulato domande nuove”, come ha detto qualcuno.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti e i presenti e alle istituzioni che hanno aiutato me e Irène Rosier-Catach nell’organizzazione: il CRH dell’École des Hautes Études en sciences sociales, l’École Pratique des Hautes Études, l’Università di Reims, la Reid Hall della Columbia University in Paris.