70 anni di Dino Zoff

Per me Italia-Brasile (3-2) del 1982 è la partita assoluta.

Se nel 1982 avevate 12 anni, come il sottoscritto, è inutile commentare ulteriormente. Altrimenti guardatevi il video e occhio alla parata al minuto 4 del filmato. Tanti auguri Zoff!

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Aggiornamento sugli italiani all’estero

Dopo il post sul nuovo tipo di emigrazione italiana (qui e qui) e sulla necessità di comprendere il fenomeno dal punto di vista culturale ed economico sono stato contattato da associazioni di italiani all’estero, da reti e da singoli, da un gruppo di parlamentari che stanno già lavorando alla questione. Fare sistema sembra essere l’esigenza comune. Il tema dunque c’è ed è nuovo. Stiamo in contatto, perché ne riparleremo.

Non siamo cattivi, è che ci disegnavano così

Sono a Milano da due giorni e per qualche giorno ancora. Dopo mesi posso bere un cappuccino degno di questo nome. E mi fanno tutti lo scontrino con grandi sorrisi e quasi con sguardi d’intesa. Stamattina il massimo: “Mi scusi eh, signore”. “Di che?”. “Non le ho fatto subito lo scontrino”. “Va beh, ma 30 secondi ci vogliono, non si preoccupi”. “Eh ma va fatto, va fatto”.

Ragazzi, fate un passo avanti!

Non tutte le generazioni hanno lo stesso peso nella trasformazione delle cose, sia per capacità propria che per eventi esterni, storici.

Forse è solo la mia impressione, che però ho da tempo, ma la generazione degli attuali 20-30 anni mi pare una di quelle generazioni dal peso potenziale importante.

Quello che mi colpisce è la capacità di pensarsi nel contesto di crisi permanente a bassa intensità che sta diventando rivoluzione antropologica e che per noi è appunto concepita nei termini della “crisi” (non intendo solo crisi economica) e che per loro è invece il mondo in cui sono nati e nel quale sanno costruire progetti e trovare una proprio senso.

Non sono afflitti dall’individualismo che ha caratterizzato generazioni precedenti e hanno spesso una visione chiara delle loro possibilità e direi dei loro sentimenti.

Sanno commerciare con l’irrazionale che sembra caratterizzare questi tempi restando fedeli al proprio baricentro.

Soprattutto in quello che ancora a noi appare un caos a volte sconfortante sanno costruire dei mondi ordinati, sensati e commisurati alle possibilità reali. E dai quali possiamo imparare.

Certo c’è chi li vorrebbe stringere tra l'”aspetta il tuo turno”  generazionale e il per nulla disinteressato “siete degli sfigati” e anche la tradizionale accusa di superficialità di chi non ha voglia di capire. Ma a me pare che in questa generazione ci siano e si stiano formando delle competenze inedite, un senso del realismo affilatissimo e inclusivo, una creatività diffusa e una voglia, che non ha nulla del velleitarismo, di leggere il mondo nuovo. Ci insegnano già delle cose.

Certamente non sono facilitati, le nostre regole non li aiutano, certi tratti culturali del nostro paese, e certe furberie, tendono a frenarne l’azione.

Ma stanno già dando forma al mondo nuovo. Lo stanno già trasformando con la loro percezione delle cose, diversa anche solo dalle generazioni immediatamente precedenti (che si sono formate alle ambizioni, alle aspettative, anche agli affetti, di un mondo molto diverso da quello attuale), e saranno loro in tempi vicini a dar vita alle idee e agli strumenti che ci consentiranno di capire come vivere insieme e in che direzione muoverci.

Sarà forse la mia impressione, la mia esperienza di lavoro con persone più giovani di me (che sono sì giovane, ma già nativo di un mondo che non c’è davvero più), ma a me pare che il peso di chi oggi ha 25-30 anni sarà davvero decisivo e sarà ricco di novità, di idee, di filosofie nuove, di ideologie inedite, di soluzioni impensate. Bisogna solo che assumano la propria funzione storica più incisivamente, che riescano a sfuggire alle trappole che vengono loro preparate e che pretendano di essere se stessi. Che facciano un passo avanti decisivo.

 

Usciamo dal labirinto. (Su un articolo di Citati)

Pietro Citati, sul Corriere, fa bene a preoccuparsi per l’impoverimento sintattico e di vocabolario della lingua italiana, ma scrive un articolo confuso e un po’ pedante. Accenna all’inglese internazionale (che essendo internazionale è spesso povero e bada allo stretto essenziale), attribuisce un po’ misteriosamente al francese un’eleganza che non teme neppure l’impoverimento del vocabolario e soprattutto se la prende con l’ostentazione di metafore che a sua detta si sarebbe impadronita della lingua italiana, soprattutto del linguaggio politico.

È vero che non se ne può più dell’uso massiccio della metafora sinistra dello “staccare la spina” (ma non l’aveva già spiegato Monti – spiegando proprio le ambiguità della metafora – nel suo discorso per la fiducia?) e del “fare un passo indietro”, ma allora il problema non è l’uso di una metafora, ma il suo depotenziamento, il suo abuso, la sua riduzione a linguaggio ordinario, il suo venire disinnescato.

E soprattutto: è possibile che nella politica, nei giornali, in internet, nei limiti e nei caratteri di  quella bolgia infernale di linguaggi impoveriti e semplificati che sono i media e la comunicazione, non ci siano esempi di buon uso della lingua, di creatività espressiva, di chiarezza o anche eleganza? Ci piacerebbe imparare da quegli esempi.

O sono davvero tempi così bui da non trovare neppure i dieci che salvano la Sodoma e Gomorra della lingua?

Forse gli intellettuali dovrebbero aiutare anche a individuare quello che c’è di buono e di nuovo e parlarne a tutti, capire che cosa migliora una situazione data e affidare questa comprensione all’intelligenza di tutti.

Avere un atteggiamento critico, soprattutto in tempi come i nostri, vuol dire anche questo.

Pecore

Agoravox mostra il bando per un assegno di ricerca pubblicato dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca. Il titolo in italiano è  “Dalla pecora al pecorino”. Nella versione inglese del bando diventa “From sheep to doggystyle”, cioè “dalla pecora alla pecorina”. Si consigliano meno googletranslator e meno pornotube.

Non è un post sui cervelli in fuga

C’è un tipo di emigrazione italiana all’estero che non è ancora stata messa bene a fuoco. Anzi spesso se ne ha una percezione distorta.

La si vede o con le lenti del passato (come se chi se ne va fosse ormai perduto e fuori dall’orizzonte italiano) o con categorie idiote come “cervelli in fuga” (e fateci caso: l’espressione la usa di solito chi non si è mai mosso e avanza rivendicazioni corporative).

In ogni caso si ha una visione vecchia dell’essere fuori o dentro il paese. C’è oggi davvero un dentro e un fuori come in passato? C’è davvero un qui e un lì così marcato dalle frontiere e dallo spazio?

Dieci anni fa la distanza si calcolava in chilometri, oggi in ore. Da Milano a Berlino in aereo ci vogliono due ore scarse.  E costa come andare da Milano a Bologna in treno. Quindici anni fa le compagnie low cost non c’erano. Ad ogni viaggio bisognava cambiare moneta e riferimento. Alla frontiera il treno si fermava e ti chiedevano i documenti (a volte ti controllavano anche il bagaglio). Non potevi avere notizie in tempo reale dall’Italia. Non c’erano giornali on line, non c’era la tv online. Potevi solo comprarti il giornale, ma di due giorni prima e nel caso telefonare a casa (dalla cabina) al prezzo di una pizza. Fino a 10 anni fa non potevi neppure mandare un sms da un paese all’altro, tecnicamente.

Tutto questo rendeva il lavoro all’estero o un addio all’Italia (e dell’Italia a te), oppure un’esperienza temporanea da privilegiati assoluti. Oggi è una cosa possibile e normale.

Cognitivamente, il fenomeno è nuovo. Soprattutto nella percezione che si può avere del paese, perché chi oggi decide di spostarsi in altri paesi, lo può fare senza abbandonare l’Italia, e anzi maturando l’esperienza di una relazione nuova con il proprio paese.

Si può essere nel paese in ogni momento, anche essendone fuori. Si può vivere all’estero e sapere tutto, rimanere in contatto con tutti, partecipare alla vita collettiva, contribuire in molti modi. Si può continuare a guardare al paese. E del resto si può anche tornare. O pensare di tornare per un po’ e poi spostarsi di nuovo. Le scelte sono aperte e reversibili. Come se Londra o Parigi fossero altre città della stessa rete. Non è una cosa da ricchi, e psicologicamente assomiglia di più a uno strano pendolarismo. E moltissimi ragazzi ormai stanno all’estero per due o tre anni, per studio o per lavoro, poi rientrano.

Come si può allora mettere a frutto il fenomeno? È possibile? Al di là delle retoriche di “chi resta” di “chi va”, questo come modifica la percezione del paese, come cambia il paese stesso? Come possiamo disegnare a nostro vantaggio l’idea di un’Italia davvero aperta nello spazio europeo? È possibile organizzare in qualche modo questa presenza italiana all’estero o far convergere verso l’Italia, in forme da pensare, le conoscenze e il saper fare che questi italiani imparano dai vari paesi? Il fenomeno è nuovo e quindi è ancora da pensare e da capire. Ma potrebbe essere una risorsa per l’Italia dei prossimi tempi.

#Sanremo

Per motivi non ideologici non ho visto Sanremo. Non sono in Italia e su internet la Rai non consente la visione dei suoi programmi fuori dal territorio nazionale (e perché poi?). Però dai commenti che trovo stamattina aprendo facebook e twitter è come se l’avessi visto. “A me Gheddafi e d’Alessio sono piaciuti” “Hanno sospeso la gara? Ma non l’hanno fatto nemmeno quando si è ucciso Tenco”. “Nina Zilli vs Amy Winehouse 0-98”. “La Monica Vitti dei morti di fame e disperazione”. Nel frattempo qualcuno ha postato un video di Lena Biolcati. “Ma vi rendete conto che una scaletta così penalizzante per la musica non si è mai vista? Ma Morandi non se ne rende conto?”. Nel frattempo qualcuno ha postato un video di Marco Armani. “Ma i direttori d’orchestra dove li vanno a prendere?”. “Il maestro Vessicchio è Dracula?”. “C’è Celentano: coraggio Maya, adesso, vi prego”. “L’Antigone di Pupo”. “Sto vedendo bene? Un duetto con Pupo????” “Ma perché il maestro ha il cappello di lana?”. “Qualcuno dica a Renga che sta cantando su una base sbagliata”.

Ho anche capito che la valletta ha la cervicale, che Celentano se la prende con Famiglia Cristiana e che il Bersani di cui si parla è quello vero, Samuele.

È cambiato il lavoro? Deve cambiare anche il suo riconoscimento

È vero, il mondo del lavoro è cambiato e il posto fisso non è più l’opzione principale. Ma se è cambiato il lavoro deve cambiare anche il riconoscimento sociale del lavoro e le istituzioni che lo raccontano.

Prendiamo il cosiddetto lavoro precario nella ricerca e diciamo la verità: anche se i concorsi si facessero nel rispetto delle regole (e non si fanno), ci sarebbero più ricercatori bravi che posti a disposizione. Alcuni altri paesi se ne sono accorti e hanno messo a disposizione  ingenti fondi per i postdottorati, e siccome l’età media di chi accede a un posto stabile si sta alzando in tutti i paesi, ci sono ormai postdottorati per junior e per senior, in base agli anni di ricerca già svolti. In questo modo si favorisce la continuazione della ricerca, la mobilità (quasi nessuno ha il postdoc vicino a mamma e papà, anche perché spesso si hanno già figli propri a cui pensare).

L’Unione Europea ha un programma di finanziamenti di progetti a termine di vaste proporzioni (anche se insufficiente). All’apice c’è l’ERC Grant (due milioni di euro per 5 anni) aperto a chiunque abbia un progetto, sia che tu abbia un posto fisso, sia che tu non ce l’abbia. E non devi chiedere il permesso a nessuno: partecipi.

Paesi come l’Olanda sono conosciuti per il  numero e la qualità di postdoc, di uno, due, quattro anni. La Germania e l’Austria, in parte il Regno Unito, hanno programmi di postdoc junior e senior riservati agli stranieri. E non lo fanno per beneficenza. Lo slogan di solito è qualcosa del tipo: vogliamo conoscere i migliori del mondo e rimanere in contatto con loro per sempre. Un programma tedesco, che esiste da 50 anni, si vanta per esempio di avere tra i suoi ex postdoc una quarantina di premi Nobel. Non è poco.

Insomma oggi in Europa dopo il dottorato si può fare ricerca per 10-15 anni ad alto livello e con remunerazioni discrete senza avere un posto fisso e con un riconoscimento sociale e accademico accettabile.

In Italia la situazione è molto diversa. A parte l’inesistenza dei postdoc (e certi problemi di trasparenza nel reclutamento degli “assegnisti”)  la logica attuale di riconoscimento istituzionale è: se hai un posto fisso nell’accademia sei un ricercatore, altrimenti sei un giovane in formazione, anche se hai 35 anni, anche se ne hai 45 e fai due lavori. E naturalmente se sei un giovane in formazione ti devi comportare da giovane in formazione, non devi disturbare e devi fare la tua ricerchina come ultima delle cose che interessano.

Questo determina una visione del mondo della ricerca secondo una polarità dentro-fuori, tutto-niente, adulto-adolescente successo-fallimento, che è di fatto generata dalle istituzioni stesse della ricerca, l’università, il CNR, i ministeri, i dipartimenti, i professori, che guardano ancora ad un mondo in cui il precariato non esisteva o rappresentava una breve fase di accesso alle istituzioni stesse (qui, al punto 2 un esempio tipico).

In questo modo la lettura che i ricercatori senza posto stabile danno di se stessi è quella di incompiutezza, di chi subisce un torto, di chi deve abbassare la testa, di chi è sottoposto a una frustrazione continua e interminabile, cioè si dà enfasi esclusiva alla precarietà, piuttosto che alla ricerca, creando squilibri e rendite, un divide tra gli intoccabili e i senza posto. Ciò genera un’incessante emorragia di energie e dà vita a un’autorappresentazione dei ricercatori senza posto fisso come di tanti san Sebastiano isolati e marginali, come di qualcuno che non lavora, ma aspetta un lavoro.

E non è così. Il mondo del lavoro è cambiato e se proviamo a vedere chi effettivamente fa la ricerca, cioè chi pubblica e dove, scopriamo che una parte strutturale della produzione scientifica è fatta proprio da loro, i ricercatori precari, i giovani in formazione ancora a quarant’anni.

Ma se il lavoro è cambiato va cambiata anche la forma del riconoscimento istituzionale che lo racconta.

Per esempio, questi ricercatori senza posto stabile, devono avere accesso ai fondi di ricerca, cioè devono almeno poter essere considerati ricercatori a tutti gli effetti e poi giudicati in base a questo. Non tutti diventeranno professori o direttori di ricerca, lo sanno bene. Moltissimi di loro, nelle discipline in cui questo è possibile, fanno ricerca e lavorano anche in altri campi e professioni. Ma perché non possono essere assecondati nell’organizzazione di un convegno internazionale, nello svilippo di un progetto, nella pubblicazione di un libro, in un viaggio di studio e approfondimento? Perché non dovrebbero fare parte delle commissioni che decidono dei progetti ministeriali? Perché il riconoscimento del loro valore deve passare sempre da chi ha un posto stabile? Perché ci sono dei limiti d’età in alcuni concorsi? Perché non è possibili cumulare contratti dopo un certo numero di anni?

Qui bisogna essere molto seri. Se il lavoro è cambiato,  e vale per tutto il lavoro, se il posto fisso non c’è più, bisogna dare gli strumenti per lavorare in questa situazione nuova. Bisogna smontare le istituzioni della ricerca e rimontarle in funzione di questo. Non bisogna tollerare la polarizzazione dentro/fuori, sulla quale si basa peraltro il potere di baroni, di ricercatori che non ricercano, dei dipartimenti e delle facoltà che continuano a raccontare, in modo opprimente e per loro esclusivo interesse, una storia che non c’è più.