Groucho, passami la pistola!

“Groucho, passami la pistola…” è il titolo dell’introduzione del libro 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa. Qui di seguito la prima pagina. Altre anteprime le stiamo dando nella pagina facebook del libro.

Questo libro nasce un po’ come i casi di Dylan Dog, qualcuno ti urla alla porta e ti propone un rompicapo che sembra assurdo, ma ha almeno una soluzione, che però anche alla fine sembra impossibile.

In questo caso a urlare alla porta è il rompicapo stesso, cioè l’attuale situazione italiana, il clima chesi respira nel dibattito pubblico a centocinquant’anni (più uno) dall’unità nazionale, l’apparente labirinto linguistico e lessicale nel quale la politica, la cultura e la società stessa si sono cacciati.

Non che ci si voglia produrre nel solito piagnisteo sui bei tempi andati, perché in fondo si stava peggio quando si stava meglio (ho scritto la frase così come la si legge), ma certo al primo sguardo è proprio di un indagatore dell’incubo che si avrebbe bisogno.

Quindi, Groucho, passami la pistola. E la pistola, sperando che funzioni e che non sia sempre scarica come quella del summenzionato Dylan e come quella di gran parte del dibattito di questi anni – fatto di risposte guidate, a crocette, a questioni poste da altri- è data da domande e curiosità. Perché la libertà di un dibattito – è bene ricordarlo – è costruita soprattutto dalla possibilità di porre domande nuove e non solo di rispondere alla domande degli altri, che prevedono risposte che confermano la bontà della domanda e soprattutto l’autorità di chi la pone.

Insomma cerchiamo di non pensare all’elefante, per parafrasare un libello famoso che metteva in guardia dalle trappole cognitive (e politiche) del linguaggio. È curioso che a centocinquant’anni dall’unità, il tema dell’identità italiana e soprattutto diquello che lega ancora insieme gli italiani sia stato così lento a emergere. Anzi, è logico.

Un dibattito serio ed esteso sull’argomento avrebbe rischiato di mettere in crisi altri discorsi, altri dispositivi linguistici, altre piccole patrie lessicali, fatti di miti delle origini a dir poco inconsistenti sul piano storico, di cristianesimi pagani, di crociati senza croci, fatti di incomprensione dei fenomeni, di contrapposizioni, di sistemi binari. In questo senso il destino dell’Italia sembra sempre in bilico, appeso sull’abisso tra opera e operetta. E forse anche questo ne costituisce un elemento distintivo. Ma in ogni caso non si può minimizzare lo scontro, che esiste sempre, tra sensi diversi di realtà, tra necessità di raccontarsi e filtri narrativi imposti da altri o assunti senza accorgersene. Un discorso sull’identità italiana – la parola non mi piace perché anch’essa è un filtro stretto, e terribilmente ambiguo, ma usiamola per ora – su cosa può voler dire far parte del paese e perché, rischia allora, proprio dopo centocinquant’anni di storia comune, di sbugiardare racconti e raccontatori.

Il libro è uscito

Il libro (e-book) “150. L’Italia alla prova di se stessa” è in vendita da oggi in praticamente tutte le librerie on line, al prezzo di 3 euro e 99.

Per esempio si può comprare qui o qui.

Se non avete mai letto un e-book e volete leggerlo su pc o mac, scaricate prima un software di lettura, per esempio questo. È facilissimo e ci vuole meno di un minuto. Se avete Ipad o Iphone o cose così, potete già leggerlo.

Se vi unite a noi nella pagina facebook dedicata al libro ci fa piacere. Sono già arrivate alcune “recensioni sulla fiducia” (in una si dice che l’autore di questo blog avrebbe un brutto carattere) e nei prossimi giorni saranno date in lettura alcune anteprime e si danno informazioni varie.

Ringrazio Natàlia, Giulia e Raffaele che  su questo progetto, che per me è anche una specie di esperimento, oltre che un libro che mi ha appassionato scrivere, mi hanno dato (e mi danno) una grossa mano per le questioni tecniche e non solo.

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Anche per de-librizzare il blog (ma avrete un po’ di pazienza se continueremo ancora a parlarne, perché poi sono proprio i temi del blog con un po’ di spazio in più a disposizione) si è resa disponibile una pagina di facebook su “150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa”. Gli aggiornamenti saranno tutti lì.

E a partire da domani, fino all’uscita del libro in tutte le librerie on line, verrano pubblicate sulla pagina delle vere e proprie “recensioni sulla fiducia” che sono arrivate in questi giorni, da persone che conoscono me, o il blog o alcuni miei interventi pubblici, e a partire da quello si esprimono già sul libro (in modo un po’ ironico e un po’ no).

150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa

Fra una settimana uscirà l’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa.

Sarà scaricabile a 3 euro e 90 da tutte le librerie on line e leggibile con tutti i lettori. Per leggerlo su pc o mc basterà scaricare un software (ho provato: ci vogliono 45 secondi netti).

Se siete affezionati al blog o al suo autore troverete elementi familiari, diciamo alcuni tratti caratteriali, e alcune delle tematiche (e degli stili per raccontarle) che mi appassionano e di cui ho discusso in forme e contesti diversi con tanti amici e amiche. Spero che si aggiungeranno nuovi amici e lettori, con i quali continuare a discutere, nei social network (apriremo da lunedi una pagina facebook del libro), su twitter e più personalmente ancora (questa l’email dedicata: brigugliaitalia@gmail.com )

Altre notizie nei prossimi giorni, ma qui di seguito la breve descrizione ufficiale e la copertina:

Questo libro nasce un po’ come i casi di Dylan Dog, qualcuno ti urla alla porta e ti propone un rompicapo che sembra assurdo, ma una soluzione esiste, anche se sembra impossibile. Il rompicapo è l’Italia stessa, a centocinquant’anni (più uno) dall’unità.

In una scrittura tra saggio, racconto, pamphlet, a dare una mano non è Groucho, ma ci si imbatte nel contributo di senso dell’infernale Quinlan, di un Pinocchio battagliero, di una Madonna piangente, di giganti taumaturghi, di un Ramon con il fucile, di una battaglia medievale sull’Adda, che aiutano a smontare alcuni cliché del dibattito pubblico e a ripensare idee e temi – la vita politica, bene comune e bene pubblico, la religione, la seduzione del potere e della bellezza, l’“identità italiana”. È un itinerario soggettivo, ma ricco di proposte concrete e analisi serrate, che spingeranno il lettore a condurre le proprie riflessioni e a rendere espliciti i propri pensieri, a raccontare diversamente l’Italia e a sbrogliare il rompicapo.

 

Perché ho scritto proprio un ebook

Come autore di volumi storico-filosofici ho pubblicato per case editrici grandi (per esempio come Laterza e Bruno Mondadori) o per case editrici di dimensioni medie ma con collane molto prestigiose e ben distribuite (come Marietti, Franco Angeli, Fribourg Academic Press, ad autunno prossimo Carocci per una monografia su Marsilio da Padova), o anche, soprattutto agli inizi, con case editrici piccole, ma specializzate (per esempio Lubrina o Unicopli).

La mia produzione scientifica segue quindi i canali dell’editoria tradizionale, come è giusto che sia, che garantisce la presenza adatta nel mondo accademico e della ricerca.

Qualche tempo fa ho però scritto un piccolo libro che è rimasto forzosamente nel cassetto per alcuni mesi, un po’ saggio, un po’ pamphlet, un po’ pop, sull’Italia, l’Italia di oggi. Si tratta certamente di qualcosa di molto diverso dal mio genere abituale.

Mi è sembrato però che fosse un libro adatto a sperimentare la forma distributiva e di lettura dell’ebook. E ho deciso di pubblicarlo ora, dopo una nuova messa a punto, proprio come ebook.

Perché come ebook? Perché il costo sarà molto contenuto, le idee circoleranno più facilmente sulla rete, sarà più facile coinvolgere i lettori in una discussione più ampia e collettiva, la relazione tra autore e lettori potrebbe essere più immediata e personale. E il successo del libro dipenderà interamente dai lettori e dalla loro voglia di consigliarlo anche ad altri.

È un libro le cui tesi ho discusso in forme e modi diversi con tanti amici e che potrebbe essere un’occasione, lo spero davvero, per continuare quelle discussioni anche con nuovi amici e lettori, tramite il blog, i social network, la rete e anche di persona. Per tutte queste ragioni la forma ebook mi è sembrata la più adatta.

Il libro uscirà tra pochissimo, ne parlerò più diffusamente nei prossimi giorni, ma il titolo lo possiamo già anticipare:

150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa.

“Volete qualcuno? Lo pagate”

Quando non se ne parlava molto mi ero chiesto su questo blog se non fosse il caso di eliminare le molte ambiguità legate agli stage, soprattutto quelli gratuiti, spesso una forma di approvvigionamento di lavoro a costo zero. Il tema mi era sembrato così importante da riproporlo, in tempi più recenti, su Il Post. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, ieri sera ha proposto di abolire gli stage post-formazione. Qui di seguito al minuto 15.30

Un abbaglio

Questa polemica dell’associazione Gherush92 contro la Divina Commedia mi pare interessante se è una provocazione per parlare di quanto il razzismo non si spenga mai, ma nel merito ha toni e argomenti che sono davvero risibili. Nel chiedere la rimozione della Commedia dai programmi scolastici o di inserire i doverosi chiarimenti, l’associazione afferma:

“La continuazione di insegnamenti di questo genere rappresenta una violazione dei diritti umani e la evidenziazione della natura razzista e antisemita del nostro paese di cui il cristianesimo costituisce l’anima. Le persecuzioni antiebraiche sono la conseguenza dell’antisemitismo cristiano che ha il suo fondamento nei Vangeli e nelle opere che ad esso si ispirano, come la Divina Commedia. Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale”. L’affermazione è enorme, anche dal punto di vista ermeneutico, per così dire, e per questo difficilmente commentabile in un post, e di fatto propone paradossalmente l’ignoranza come rimedio al razzismo e all’antisemitismo. In una risposta alle critiche, l’associazione oggi aggiusta leggermente il tiro, non invocando più seccamente l’espunzione della Commedia dai programmi, ma ribadendo un punto, che è profondamente sbagliato, è cioè che Dante educhi i giovani al razzismo.

Giappone

A un anno dallo Tsunami ripropongo il post che avevo scritto (anticipando qualche tema e qualche immagine che sarebbe seguita nei dibattiti) e che purtroppo è ancora valido.

E’ certo che quello che è successo e sta succedendo in Giappone materializza alcune della paure più ricorrenti e profonde di quella cultura. Lo diciamo con rispetto e vicinanza.

In primo luogo la paura stessa del terremoto e dello Tsunami – e come tutti sanno la parola è giapponese. Molti hanno pensato alla Grande Onda (circa 1830) di Katsushika Hokusaki, (come anche un intenso commento di Makkox di qualche giorno fa ha ricordato) o all’Onda di Hiroshige Utagawa (qui di seguito) e ne hanno compreso la sostanza profonda.

Ma la cultura giapponese dalla seconda metà del ‘900 è intrisa anche di un altro timore, che ha trovato espressione nella cultura a tutti i livelli e che ha per certi aspetti prolungato e “artificializzato” le inquietudini sugli sconvolgimenti naturali, cioè la paura della contaminazione nucleare. Unico paese ad aver sperimentato gli effetti della bomba atomica, il Giappone ha prodotto una cultura che ha lungamente tematizzato quella paura, soprattutto in connessione con alcune scelte collettive e strategiche. Qui di seguito l’episodio di uno delgi ultimo film di Akira Kurosawa, Sogni, del 1990, in cui la scelta dell’energia nucleare viene radicalmente contestata (e la critica è affidata alla mamma di due bambini piccoli) e l’incubo dell’esplosione atomica è visivamente associato all’eruzione del Monte Fuji, il vulcano più alto del Giappone. .

Catastrofe naturale e disastro nucleare (come suo prolungamento) sono nel film associati e colpisce, in questo senso, l’inversione di segno che viene fatta di un altro capolavoro di Hokusai, appunto il Fuji Rosso.

L’altra grande inquietudine novecentesca è l’avvento della macchina come sostituto dell’uomo, o meglio come reciproco assorbimento tra uomo e macchina, una sorta di contaminazione anche questa in fondo. Non vogliamo buttarla sui manga (peraltro non ne ho la competenza), ma questa commistione di elementi e inquietudini è stata rappresentata anche in quell’espressione della cultura pop giapponese che è penetrata in Europa attraverso i cartoni animati e i fumetti.

Quel genere, molto complesso e vario, come tutte le forme artistiche, ha mostrato e reso accettabili e superabili alcune paure, ataviche e recenti, ai giapponesi stessi, ma ha insegnato a noi un linguaggio di rappresentazione della catastrofe che certo ha un sapore esotico e lontano e tuttavia è sorprendente che le stesse riprese del disastro dello Tsunami sembrino risentire di quella grammatica espressiva, come il vortice qui di seguito, e le varie riprese dell’onda.


Nel cartone animato qui di seguito, e non a caso, molti di questi elementi e di queste paure sono presenti e per così dire esorcizzati attraverso una catarsi infantile, ma efficace (il maremoto, l’eruzione, l’esplosione nucleare, l’intervento di una macchina-uomo). E del resto anche i manga, i film, il pop in generale, a prenderli sul serio, e cioè anche come espressione delle inquietudini e delle percezioni di una cultura più profonda, ci servono pure, in questo momento, a comprendere la gravità e – io credo – lo spartiacque psicologico della catastrofe giapponese, che materializza di colpo gli incubi peggiori.