Settimana residenziale per medievisti in Bretagna (CNRS-LEM-EPHE)

Il CNRS con LEM e EPHE hanno organizzato, grazie a J. Brumberg-Chaumont e Aurélien Robert, una settimana residenziale di studi in Bretagna, dal 30 settembre al 5 ottobre 2012, dal titolo: “Quelle histoire pour la pensée médiévale? Philosophie et histoire intellectuelle du XIIIe au XVII siècle”.

Lo spirito della settimana, la sua organizzazione (due relazioni mattutine, un laboratorio pomeridiano e una conferenza serale a giornata) sono spiegate in questo avviso. Una delle giornate tematiche sarà dedicata a filosofia e lingue volgari, con un focus particolare sulla filosofia politica, a cura di Ruedi Imbach e del sottoscritto. La scuola tematica è rivolta a tutti coloro che si occupano di pensiero medievale, ricercatori, insegnanti, dottorandi e postdottorandi, laureandi. Però bisogna iscriversi e chiedere tutte le informazioni (programma completo incluso) entro il 15 maggio agli indirizzi email indicati nell’avviso. Nel caso ci vediamo lì.

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Aidez-moi

Mi hanno detto che devo ricordare ai lettori e agli amici che il mio ebook ha bisogno di aiuto per circolare, perché si scarica solo dalle librerie on-line. Mi dicono di chiedervi di comprarlo, leggerlo e se vi piace di parlarne e parlamene (questo mi fa sempre molto piacere e a giugno faremo anche delle presentazioni). Insomma su questo progetto a cui tengo molto dovrei proprio ricordarvi di aiutarmi. Peraltro cosa molto di moda da queste parti ultimamente (sostituite “France” con “Italia alla prova di se stessa” e fate conto che sia io):

Un regolamento veneziano per i prossimi concorsi universitari

Non conosco il rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Carlo Carraro, ma mi sono imbattuto nel blog in cui spiega brevemente il regolamento che la sua università adotterà per i concorsi da ricercatore a tempo determinato (che in base alla riforma condurrano poi al ruolo di professore associato).

Mi sembrano interessanti tutti e tre i  punti. In primo luogo i candidati dovranno aver svolto almeno un anno di ricerca postdottorato all’estero, oppure aver conseguito laurea, laurea magistrale e dottorato in due università diverse. In secondo luogo, i relatori della tesi di laurea o di dottorato non potranno far parte della commissione di concorso dei propri allievi. Il terzo punto (che però andrebbe approfondito) prevede che i giudizi seguano un format più rigido.

In poche parole si indeboliscono i meccanismi che hanno condotto a quella che avevo definito la casta dei poverini (nel frattempo alcune regole a cui alludo nel post sono cambiate) e soprattutto dei baroni.

Infatti si eliminano le barriere contro i candidati che provengono da altre università, finora rigidissime nei fatti, si spinge chi vuole fare una carriera accademica a muoversi e aprirsi a più esperienze di ricerca (questa mobilità peraltro – se incoraggiata da tutte le università – valorizzerebbe le università e i dipartimenti migliori), a fare anche una capatina all’estero, e si incrina il rapporto tra il barone e il giovane ricercatore agli inizi.

Se si stabilisce infatti che il relatore di tesi o dottorato non può far parte della commissione del concorso, e in più si rende necessaria una certa mobilità scientifica, si toglie all’allievo la convenienza ad assoggettarsi ai ricatti del barone o a quella logica di “do ut des” che ha poco a che vedere con la ricerca. Certo alcune obiezioni sono legittime e da prendere in considerazione (molte si scioglierebbero se un buon numero di università adottassero queste regole), ma mi sembra un esperimento che va in una giusta direzione.

 

 

Ci sono più cose in cielo e in terra che in tutte le nostre application

Sempre più spesso mi scrivono dottorandi o postdottorandi (e soprattutto dopo aver scritto questo post e quest’altro) che mi chiedono come informarsi sui dottorati o i postdottorati all’estero. “Il mio professore non ne sa nulla” – mi dicono ; oppure: “Nella mia università non c’è un ufficio che ci informi”; o ancora: “Da noi non vanno oltre l’Erasmus, “Qui non c’è sbocco, ma non so come muovermi”.  Spesso mi chiedono anche proprio consigli su come preparare determinate “application” (la preparazione del dossier scientifico o del colloquio). Io rispondo volentieri, per come posso, e mi chiedo anche: è possibile che in tempi come questi, di mobilità europea, di contrazione dei fondi per la ricerca, di intasamento delle università italiane, non si pensi a dare un aiuto di informazione efficace da parte delle istituzioni a questi ragazzi e ragazze? Ecco magari tra i lettori c’è qualche direttore di dipartimento che non c’aveva pensato, qualche preside di facoltà particolarmente motivato che può dedicare periodicamente una risorsa a questo, qualche membro di una delle numerosissime associazioni scientifico-accademiche (ce n’è praticamente una per ogni “classe di concorso” e dovrebbero aiutare a promuovere la loro disciplina nella società: perché allora non aiutare i soci più giovani a muoversi nello spazio europeo?), o anche qualche singolo professore o ricercatore – quando lavoravo a Monaco un mio collega aggiornava continuamente la bacheca dell’istituto con tutte le informazioni di questo tipo a cui aveva accesso. Peraltro la cosa può essere anche relativamente semplice se se ne occupa qualcuno, ci sono anche siti o mailing list, e anche molto produttiva, perché chi va all’estero può a sua volta dare informazioni ( e perché non tenere una lista di chi è già andato in altre università o centri?), creare relazioni e opportunità anche per gli istituti d’origine, strutturare reti scientifiche. Aiutare chi vuole muoversi, individuando facilmente alcuni canali informativi, non solo sgraverebbe i ragazzi dell’incertezza iniziale (consentendo loro di dedicarsi con serietà alle loro application, perché la competizione è davvero forte), ma potrebbe essere anche un buon investimento.

Onda su onda

Il mio secondo commento sulla campagna presidenziale francese  scritto per Italianieuropei.

Del primo turno delle presidenziali francesi si possono dire molte cose, ma la parola magica adesso sembra essere “dinamica”, almeno per chi, come me, non è un politologo ma un semplice osservatore.

La campagna per il secondo turno è infatti lo sforzo, a partire dai dati elettorali, di creare una “dinamica elettorale” a favore di un candidato o dell’altro. La semplice somma dei risultati dei vari candidati del primo turno non è un dato particolarmente decisivo.

In pratica si ricomincia, e si ha a che fare con il panorama mutato, ma fluido, e con la nuova percezione di sé che il paese ha espresso. Interpretare a proprio favore questa percezione (e corroborarla) e soprattutto indirizzare questa fluidità è la sfida dei prossimi quindici giorni.

Sarkozy aveva detto di «sentire un’onda che monta» e Hollande aveva risposto «l’onda monta e Sarkozy la prenderà di faccia». Ma più che di un’onda qui si tratta di un vortice, di un mulinello. Per il presidente uscente «tutto comincia ora», prima c’era «un candidato contro nove», adesso è «uno contro uno», un po’ Orazi e Curiazi al quadrato, e ha già lanciato la sfida a Hollande: tre faccia a faccia anziché uno solo.

Continua a leggere sul sito di Italianieuropei

Le Pen da un anno e mezzo a questa parte

Sarkozy twitta come un pazzo (60 tweet nell’ora successiva ai risultati) che adesso cambia tutto, perché la battaglia è uno contro uno e prima uno contro nove (orazi e curiazi alla seconda), di Hollande si è detto ieri sera da alcuni giornalisti francesi quello che non si era mai detto prima, e cioè che assomiglia a Mitterand nella sua tranquillità (potenza dell’arrivare primo al primo turno), ma chi ha vinto di sicuro è Marine Le Pen.

Di lei, più di un anno fa, prima dello scandalo DSK per intenderci, dicevo quello che potete leggere qui. Leggetelo perché si spiega il meccanismo presidenziale francese e perché il primo turno è così importante anche per chi non arriva al ballottaggio. E poi c’è il video di una canzone molto bella contro il razzismo del Front National, che si intitola “Marine”.

A stasera su twitter per le presidenziali

Stamattina a Parigi un certo senso di attesa lo si nota. La campagna elettorale ha portato qualche elemento di novità. In ogni caso sono sempre interessanti i risultati del primo turno, per una serie di motivi inerenti al presidenzialismo francese (che io personalmente apprezzo). Il risultato importante è ovviamente quello dei primi due candidati, ma le poste in gioco toccano anche i risultati degli altri candidati. Per esempio Marine Le Pen e Jean Luc Mélenchon (che ha fatto una campagna straordinaria). I due si contendono, da destra estrema e da sinistra, una buona fetta dell’elettorato delle classi popolari.

Per chi fosse interessato dalle ore 20 posterò su twitter e su facebook i primi risultati, commenti e qualche considerazione mia. Se vi va sono lì.

Nel frattempo, per ripassare, qui di seguito uno scorcio del dibattito televisivo tra Le Pen e Mélenchon, in cui la leader del Fronte Nazionale si è rifiutata di interloquire con il leader del Fronte di Sinistra, perché Mélenchon in un comizio le “aveva dato della mezza demente”. “Allora gliene resta una buona metà”, risponde Mélenchon (al minuto 5).

Nessuno si è ricordato di un episodio simile. Trent’anni fa il prepotentissimo leader del Partito Comunista, Marchais, si era rifiutato ideologicamente di parlare con un Jean Marie Le Pen dallo sguardo particolarmente allucinato (non ho però trovato il video su youtube). Quel rifiuto segnò un po’ simbolicamente l’ascesa del Fronte Nazionale e il declino del Partito Comunista sulle classi popolari. Chissà se il rifiuto di oggi segnerà il percorso contrario.

Allora a stasere su twitter o fb.

 

Le (mie) presidenziali francesi per Italianieuropei

La Fondazione Italianieuropei mi ha chiesto di commentare le presidenziali francesi dalla vigilia del primo turno ai risultati del secondo turno. Il primo pezzo è sulla battaglia delle retoriche. Qui di seguito l’attacco iniziale dell’articolo.

La campagne presidenziali sono l’incontro tra una personalità e il popolo. In Francia lo si dice spesso. Ed è un incontro che si costruisce anche e soprattutto attraverso il linguaggio e i discorsi, cioè attraverso la costruzione di retoriche.

Del resto i francesi pretendono che un presidente sappia parlare da presidente, sappia cioè incarnare un certo spirito della nazione, sappia governare le parole e far sentire la sua voce, sappia, in certa misura, ispirarli.

Non per nulla, del candidato centrista François Bayrou, che mette «l’amore per la lingua francese» tra gli obiettivi della riforma scolastica, si ricorda spesso il suo essere agrégé in letteratura (cioè avere l’idoneità per l’insegnamento, titolo di prestigio per ogni curriculum). Stesso spunto per il leader del Front de Gauche, Jean-Luc Mélenchon, il miglior oratore di queste presidenziali, che ha iniziato la sua carriera, come i giornalisti sottolineano, come professore di francese (per un breve periodo).

È insito nel presidenzialismo questo bisogno di preludere alle azioni attraverso il discorso pubblico di un singolo. In Francia si aggiunge l’eredità di De Gaulle, fondatore della Quinta repubblica, grande oratore e grande penna, e la costante allusione e menzione dei valori repubblicani, che a loro volta si collegano al mito fondatore della rivoluzione e della grandezza francese. Quella francese è una “monarchia repubblicana”. E lo si deve anche alla presenza di una figura di presidente capace di parlare alla nazione e per la nazione.

Continua a leggere sul sito della Fondazione Italianieuropei.

150 più 1

Scrivere questo libro è stato molto bello. Mi piacerebbe che alcuni degli spunti circolassero. Mi piacerebbe entrare in contatto con chi l’ha letto (anche se non gli fosse piaciuto). Mi piacerebbe che i lettori del blog e gli amici facessero da vetrina (da scaffale è troppo) a un libro che non si trova in vetrina e negli scaffali e che per circolare ha bisogno di lettori e amici.

(Poi nel caso c’è anche la pagina di facebook )

Italia e italiani all’estero

L’ho scritto varie volte (per esempio qui) e ne ho parlato nel mio ebook: quella degli italiani all’estero oggi è un’emigrazione particolare, che può essere sfruttata a favore dell’Italia in forme molto nuove (e che bisogna smettere di chiamare fuga dei cervelli, perché così si deforma la questione). Il problema va posto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Mi fa molto piacere quindi che in questi giorni, da visuali molto diverse, si cominci a parlarne in modo serio (per esempio dal ministro Terzi  con un progetto molto concreto e da Dario Di Vico con una riflessione più ampia).