L’infernale Quinlan non l’ha spuntata

Nell’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa la cultura della Lega è spiegata e filtrata attraverso l’immagine dell’Infernale Quinlan, il capitano di polizia, interpretato da Orson Welles in un film del ’58, che costruiva la prove con cui incastrare i criminali. Riporto di seguito la prima pagina del capitolo “Esiste l’Italia?”, altri stralci, più lunghi, li trovate qui. Un’avvertenza però: l’infernale Quinlan, in quel film del 1958, non l’ha spuntata.

Gli indizi non sono prove. Il capitano Quinlan in quel film del ‘58 lo sapeva molto bene. Ed è per questo che per risolvere i suoi casi forniva prove false che incastravano coloro che egli considerava colpevoli: non erano forse delinquenti, trafficanti di droga e di armi, esponenti di quella malavita in bianco e nero che solo i film degli anni ’50 riuscivano a rendere anche così graficamente e naturalmente cattivi? Del resto alcuni di loro erano davvero colpevoli e Quinlan costruiva trappole e dispositivi anche per gli innocenti e neppure si rendeva conto di essere diventato colpevole a sua volta, forse l’unico del film, di aver costruito una tagliola che sarebbe servita ad inchiodare proprio lui. Si fidava del suo intuito, del suo tocco e voleva arrivare al suo risultato.

Sul non esistere dell’Italia i Quinlan di oggi si sprecano. Gli indizi sembrano molti, ma le prove sono date soprattutto da meccanismi linguistici e discorsivi per nulla disinteressati. Il Risorgimento e la storia successiva, che qualsiasi altra nazione europea a centocinquant’anni di distanza avrebbe celebrato traendone benefici di tutti i tipi – culturali, economici e strategici -, è per questi Quinlan nient’altro che retorica, discorso vuoto, incompiuto, e pertanto prova a carico. Basta poi aggiungere una citazione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, letto da pochi, ma visto da tutti al cinema o alla televisione, o una frase di Massimo d’Azeglio, e la prova diventa inoppugnabile: l’Italia e gli italiani non esistono.

Del resto le prove del nostro non esistere si possono costruire a piacimento (anche se a studiarle bene dimostrano piuttosto il contrario) e basta ripeterle all’infinito: gli italiani sono diversi tra loro, la loro storia lontana è troppo lontana e non interessa, roba da professori, quella vicina è troppo vicina e non è condivisa, la loro identità semplicemente non c’è, se non quando viene interpretata come un perimetro strettissimo, utile a fare dell’Italia un agglomerato di tribù non comunicanti tra loro e con l’esterno.

Ne scaturisce un racconto di noi stessi, del nostro stare insieme, davvero di corto respiro, affannato, incerto, insicuro, che ci spinge sempre di più nel reticolo delle famiglie e del familismo come unico orizzonte, nell’immobilismo, e in un’attesa che non allarga gli orizzonti della nostra generazione e non ci prepara a nulla. Cioè un destino che vorrebbe imbalsamarci nell’assenza di esempi di magnanimità, di generosità, di capacità, di quell’apertura culturale nel senso più ampio che invece è così presente nella nostra storia, anche recente, e che è così produttrice di miglioramento, di creazione, di ricchezza.

Chi temeva, e ha cercato di impedire, i festeggiamenti del 17 marzo 2011 per i centocinquant’anni dell’unità, voleva presidiare e difendere quel racconto angusto, voleva mantenere il dispositivo della prova del nostro non esistere.

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3 thoughts on “L’infernale Quinlan non l’ha spuntata

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