Ci siamo cascati

Ho sempre considerato la festa del 2 giugno una festa importante, parata compresa. Anzi mi era dispiaciuto il “tono minore” della festa negli anni Novanta, perché le feste nazionali hanno un valore di autocoscienza, sono simboliche di unità, di presenza e tono morale di una convivenza civile. Le istituzioni si festeggiano e le forze armate hanno senso proprio nel contesto delle istituzioni libere e democratiche.

Mi è parso che quest’anno fosse però inopportuna non la festa, ma la parata, perché il paese è in lutto (lunedi lutto nazionale) e perché il massimo livello di espressione della festa (lo sfilare delle forze armate) mi pareva stridesse con la situazione in cui si trovano gli emiliani e non solo, mi pareva che potesse risultarne paradossalmente una sensazione di solitudine.

Questo è quello che semplicemente penso e l’ho scritto a caldo su facebook, ma mi sono pentito di averlo fatto (e anzi mi scuso, perché anche facebook in fondo è un contesto pubblico). Mi sono pentito perché si è scatenato in generale su facebook e su twitter un combattimento dai toni ideologici e esacerbati pro e contro la parata che non solo non è ancora finito, ma è passato sui giornali. Si è passati dal voler abolire questa parata del 2 giugno ad abolire in generale tutte le parate perché “in tono sovietico” e al tirare fuori il solito cliché antimilitarista di default, e dall’altra parte tocca leggere (scritto da chi solitamente ha toni e analisi che condivido) che chi vuole l’abolizione della parata di questo 2 giugno sarebbe un “indignato di professione” o addirittura non rispetterebbe il paese.

Insomma credo che presi dall’emozione e dallo sbigottimento per il terremoto abbiamo concentrato il nostro desiderio di vicinanza su un elemento marginale, da cui è nato un dibattito inutile che ci ha allontanati dalla sostanza delle cose (e un bellissimo editoriale di Stella oggi ci riporta sul giusto tema). Lo abbiamo fatto per vicinanza ed emozione, ma ci siamo cascati.

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Il 6 giugno a Milano parliamo di Italia

Mercoledi 6 giugno alle ore 17 alla libreria COOP di via Festa del Perdono 12 a Milano (di fronte alla Statale) presentiamo il mio ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa.

Si parlerà di Italia. E non solo per il mio libro. Guarda caso tutti gli ospiti hanno scritto o si sono occupati di Italia recentemente.

Parleremo di com’è, di come ci piace, di come poterla raccontare e di come siamo abituati a sentirla raccontare, di come vorremmo che fosse e come fare per cambiarla, ma anche di scrittura, di immagini, di letteratura.

Ciascuno degli ospiti se n’è occupato negli ultimi tempi secondo la propria prospettiva. Federica Pezzali come giornalista e autrice di alcune delle trasmissioni giornalistiche più interessanti delle ultime stagioni televisive. Luca Sofri con il libro Un grande paese. L’Italia tra vent’anni e chi la cambierà, Rizzoli, Milano 2011. Armando Massarenti con il libro Perché pagare le tangenti è razionale ma non vi conviene, Guanda, Milano 2012. Pippo Civati con il libro uscito proprio questa settimana 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito, Laurana Editore, Milano 2012.

Il secondo capitolo di uno storytelling civile collettivo

Un gruppetto di ricercatori aveva deciso di fare ricorso in uno dei soliti concorsi all’italiana, ma soprattutto, questa era la cosa interessante, avevano lanciato una sottoscrizione per sostenerne le spese legali e per coinvolgere e chiedere forza a tutti quelli che considerano importante questa battaglia civile.

Avevo detto qui che l’idea era  molto bella, perché era anche un modo per raccontare una storia, come una specie di story telling collettivo. Il potere dei baroni è in fondo un potere di carta, che esiste solo perché lo consentiamo con comportamenti, paure e sbagliatissimi calcoli di convenienze (che invece non convengono). Insomma mi sembrava l’inizio di un racconto in cui l’accademia diventa una risorsa del paese e non un feudo e i cittadini agiscono concretamente incoraggiando chi intraprende un’azione di cambiamento.

In poche settimane la sottoscrizione è arrivata a 6300 euro (oltre a offerte di supporto legale gratuito). Insomma una storia collettiva e pubblica con moltissimi (sotto)scrittori e che si sta precisando appunto come racconto della defeudalizzazione dell’università.

(Adesso ci aspettiamo di vedere cosa stabilisce il ricorso).

 

Populista e popolare (con un P.S. sul M5S)

Che cosa significa “populista” più o meno lo sappiamo. Più difficile è capire che cosa voglia dire “popolare”. Ma ragionarci un po’, individualmente, sarebbe forse utile.

Io, per districarmi nella confusione dei linguaggi politici, qualche definizione, del tutto arbitraria, da qualche tempo me la sono data.

Populista, lo sappiamo, è il pensiero che si rivolge direttamente al popolo per saltare le mediazioni, che si fa portavoce del popolo (che è un’astrazione) per evitare argomenti complessi perché “il popolo non capirebbe…”, oppure il “popolo è stufo di…”.

Chiunque abbia qualcosa da dire è accusato di dare lezioni, di fare il professorino, cioé è accusato di essere estraneo alla genuina capacità di capire del popolo, che non vuole sofisticherie, argomenti troppo lunghi o concettuali. Non c’è nulla da imparare. Al popolo viene opposta la complessità, l’esperto, l’intellettuale (parola usata sempre in senso peggiorativo. Anche dagli intellettuali, tra l’altro).

Al popolo poi si parla per scorciatoie, non si chiede uno sforzo interpretativo, si dà espressione diretta di quello che molti pensano, nei termini in cui lo pensano, si fa di ciò che è pensato in prima battuta, cioè anche lo sfogo, l’impulso, l’insofferenza, il modello di ciò che va detto. Il resto è escluso.

In sostanza il linguaggio populista non insegna nulla a nessuno e non impara nulla da nessuno. Non insegna nulla perché porge al popolo il suo stesso primo livello di pensiero, senza interpretarlo, facendo credere che ciò basti. Non impara nulla perché non apre un vero canale di comunicazione con la gente a cui si rivolge. Non ne ha bisogno.

Un movimento, una struttura di idee, un linguaggio “popolare” hanno esattamente il problema contrario. Cioè quello di interpretare la realtà e di proporre un’ipotesi sui fenomeni, su evoluzioni e processi in corso, su come intervenire nelle cose in base a un disegno condiviso.

Ma ogni ipotesi sulla realtà implica un aspetto e un rischio di pedagogia (so che il termine non piacerà a nessuno), che non è altro che questa ipotesi spiegata agli altri. Spiegare non è semplicemente comunicare, e non è dire alle persone quello che le persone sanno già. E non è neppure stabilire un rapporto asimmetrico tra chi pensa di sapere e chi non sa.

È piuttosto dare una chiave di lettura compatibile con le esperienze, le conoscenze, i sentimenti delle persone, ma che pone un problema a chi ascolta, lo obbliga a uno sforzo ulteriore di comprensione, necessita un percorso, un’ampliamento di sguardo.

Ma non basta ancora: lo scambio deve andare nei due sensi. Porre ipotesi sulla realtà per intervenire su di essa non è un atto solitario né univoco. Vuol dire imparare. E imparare dalla società e con la società.

Imparare dalla società e con la società vuol dire formare una classe dirigente. È la classe dirigente e il problema della sua formazione, cioè del suo stare nella società, quello che rende popolare un movimento o un partito.

Al populista basta dire che il popolo ha ragione; un partito o un movimento essenzialmente popolare costruiscono con la società una classe dirigente.

PS E i grillini? A mio avviso saranno un movimento popolare (al di là del linguaggio certamente populista del loro ispiratore) se saranno in grado di porre il problema della formazione di una vera classe dirigente a se stessi e ai partiti già presenti.

A Milano il 6 giugno

Ve lo ricorderò ancora, ma intanto segnate la data. Ci vediamo per la presentazione di 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa a Milano, mercoledi 6 giugno alle ore 17 alla Libreria COOP in via Festa del Perdono, 12 (proprio di fronte alla Statale).

A chiacchierare con me – e spero con voi- ci saranno Luca Sofri (direttore de “Il Post”), Armando Massarenti (direttore dell’inserto culturale Domenica-Sole 24 Ore), Pippo Civati (consigliere regionale della Lombardia) e Federica Pezzali (giornalista e autrice televisiva), che ringrazio della presenza.

Qui l’invito/promemoria e se vi va di segnalare la vostra presenza potete farlo qui.

Appuntamenti (se avete tempo)

In attesa di incontrarci a Milano il 6 giugno per la presentazione di 150 più 1 (i dettagli lunedi) segnalo un altro paio di appuntamenti interessanti.

Il 9 giugno a Parigi, come ogni anno in questo periodo, c’è la giornata “Incipit” del Centre Pierre Abélard, che fa il punto sulla medievistica (in particolare filosofica) dell’anno trascorso. Quest’anno il programma è particolarmente ricco.

Per la settimana residenziale di studio in Bretagna dal titolo Quelle histoire pour la philosophie médiévale? (30 settembre-5 ottobre 2012) la descrizione la trovate qui e comprende anche la lista dei docenti partecipanti. La deadline per l’iscrizione è il 15 giugno (e non maggio come era stato scritto in precedenza).

Tra le varie novità l’ultimo video di un mio ex studente, e del suo gruppo Deum, che scrive e canta (molto bene), ma a quanto pare non ha tempo. L’album è su iTunes qui.