Avevo ragione

Le motivazioni “meritocratiche” con cui il ministro un paio di settimane fa proponeva l’aumento delle tasse universitarie per i fuoricorso erano moralistiche e non fornivano alcuno strumento per abbassare davvero i tempi di permanenza all’università. L’ho scritto qui (soprattutto con la seconda obiezione).

Il fatto che le motivazioni  del ministro fossero inconsistenti e si limitassero a un giudizio morale sui fuori corso (ma con quel tipo di argomenti che fa sempre nascere automaticamente il dibattito tra i pro e i contro) rendeva chiaro che non si trattava di alcun principio meritocratico, né di affrontare il problema dei fuoricorso, ma di alzare le tasse almeno su una categoria di studenti. E infatti, a distanza di due settimane, si vota oggi in Senato un testo che va la di là del primo annuncio del ministro e che rende possibile l’aumento delle tasse per tutti gli studenti, fuori corso e in corso (tranne i redditi sotto i 40mila euro).

Alzare le tasse universitarie può essere una necessità e non c’è nulla di scandaloso. Una scelta del genere si può introdurre, spiegare e comunicare in mille modi positivi. La prossima volta  però evitiamoci il tono del moralismo e le finte battaglie ministeriali a favore della “cultura del rispetto delle regole e dei tempi”.

Bond girl e NHS

Della cerimonia di apertura dei giochi olimpici rimarrano certamente la grande ironia della regina (e però un giorno dovremmo cominciare a riflettere su come stiano cambiando gli stilemi, i linguaggi e le ideologie della leadership, perché è un tema straordinario) e la gratitudine per quanto la cultura pop britannica abbia dato e continui a darci.

Ma c’è un dettaglio che mi ha particolarmente colpito e che non mi pare sia stato abbastanza notato (almeno non qui in Francia, non so in Italia): tra le varie glorie e conquiste britanniche che lo spettacolo ha evocato e celebrato c’è stato il sistema sanitario nazionale (l’NHS), che il Regno Unito è stato il primo paese del mondo a estendere a tutti i cittadini. In un momento come questo, in uno spettacolo in cui il mondo guarda se stesso attraverso una città come Londra, dare un forte spazio simbolico alla grande impresa e al grande traguardo del modello europeo, che ha costruito la sanità per tutti e il sistema del welfare, è stato ricordare l’ambizione di tutto un continente.

Il problema dei fuori corso

Ci sono troppi fuori corso. Il ministro ha ragione. Per Profumo il problema è causato dalla mancanza di una cultura del “rispetto delle regole e dei tempi” e la soluzione – per come la leggo sui giornali – è l’aumento delle tasse per i fuori corso.

Quindi lo schema del ragionamento è: dato statistico preoccupante (su cui tutti sono d’accordo), che è effetto di un elemento culturale (“non rispetto delle regole e dei tempi”, che è la lettura del ministro), sanzione economica degli individui (soluzione).

Ho due obiezioni. La prima è che gli studenti dell’università sono persone adulte con i propri progetti di vita e non credo che spetti all’università entrare nel merito morale di un progetto individuale. Gli studenti che fanno piccoli lavori accanto allo studio sono molti. Sono molti anche quelli per cui l’università non è l’attività principale, fanno un esame all’anno e mantengono viva l’idea di una laurea vista come un traguardo simbolico. Lo studio non è solo preparazione a un lavoro futuro, ma anche miglioramento di se stessi. Aumentare le tasse a costoro, sulla base del principio “regole e tempi”, penalizza una fascia piuttosto ampia di persone tutt’altro che lassiste (e che non rappresentano neppure un costo aggiuntivo per le università, perché i fuori corso hanno già un accesso limitato ai servizi).

Legare il problema dei fuori corso a un principio del genere, per me moralistico, porta a una seconda obiezione, di metodo e di merito.

Il ministero fa bene a darsi come obiettivo la soluzione del problema del rendimento e dei tempi. Ma se è strategico diminuire il numero dei fuori corso, allora devono essere in primo luogo i dipartimenti delle università a dotarsi di servizi che consentano di arrivare all’obiettivo statistico: è lì che bisogna ragionare sul rendimento dei propri iscritti. Come si fa a recuperare gli studenti che sono distratti, che non ci arrivano, sono confusi, che soprattutto non sanno studiare?

Quanti dipartimenti (le facoltà non ci sono più) fanno lezioni iniziali spiegando come funzionano i meccanismi? Quanti tutor ci sono? Quanti pre-corsi si fanno per spiegare come studiare certe materie? Come si spiega ad organizzare un programma di lavoro? Sono tutti servizi e strumenti quasi a costo zero, ma ben pochi dipartimenti si sono sforzati di metterli a disposizione.

E dovrebbero essere in primo luogo i dipartimenti a essere giudicati sulla base dei miglioramenti statistici che riescono a determinare (come succede serenamente in altri paesi). Magari con un coefficiente migliore per l’accesso ai fondi dello stato in caso di successo. Sono i dipartimenti e i loro strumenti che vanno premiati o sanzionati.

Non ha senso parlare di una cultura diffusa di mancanza di rispetto di regole e tempi, senza neanche evocare il tema della cultura organizzativa delle istituzioni universitarie e ministeriali che sono almeno corresponsabili del dato statistico.

Si possono poi pensare incentivi perché gli studenti si sbrighino? Perché no. Disincentivi economici per chi perde troppo tempo? Perché no. L’argomento del ministro però è spuntato e davvero un po’ moralisteggiante, perché sanziona gli individui (la cui vita non è di sua competenza),  ma lascia intatta la cultura organizzativa dell’istituzione universitaria (che è di sua competenza).

Quello che resta è l’aumento delle tasse universitarie.

Nel caso, perché no?

Dopo la presentazione di Milano e quella di Parigi (e dopo l’estate sono previste presentazioni a Bergamo, Bologna, Torino, Barcellona e Bruxelles e ringrazio di cuore i lettori e gli amici che le stanno organizzando ) dell’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa, molti mi hanno chiesto o scritto: “Perché non pensi a pubblicarlo anche come libro cartaceo, magari con qualche aggiunta, visto che il tema è sempre più pertinente alla situazione attuale?”.

La vera risposta è che non ho tempo di trovare un editore, ma l’idea non è male e se un buon editore saltasse fuori a questo punto sarebbe tutto divertimento e discussione in più.

Non è un ripropost sui cervelli in fuga

Sì, lo so. Il post seguente lo avevo già pubblicato mesi fa con il titolo “Non è un post sui cervelli in fuga” ed era stato anche molto letto. Ma lo ripropongo oggi per Raffaella e Antonio che hanno il coraggio di seguire i propri progetti.

C’è un tipo di emigrazione italiana all’estero che non è ancora stata messa bene a fuoco. Anzi spesso se ne ha una percezione distorta.

La si vede o con le lenti del passato (come se chi se ne va fosse ormai perduto e fuori dall’orizzonte italiano) o con categorie idiote come “cervelli in fuga” (e fateci caso: l’espressione la usa di solito chi non si è mai mosso e avanza rivendicazioni corporative).

In ogni caso si ha una visione vecchia dell’essere fuori o dentro il paese. C’è oggi davvero un dentro e un fuori come in passato? C’è davvero un qui e un lì così marcato dalle frontiere e dallo spazio?

Dieci anni fa la distanza si calcolava in chilometri, oggi in ore. Da Milano a Berlino in aereo ci vogliono due ore scarse.  E costa come andare da Milano a Bologna in treno. Quindici anni fa le compagnie low cost non c’erano. Ad ogni viaggio bisognava cambiare moneta e riferimento. Alla frontiera il treno si fermava e ti chiedevano i documenti (a volte ti controllavano anche il bagaglio). Non potevi avere notizie in tempo reale dall’Italia. Non c’erano giornali on line, non c’era la tv online. Potevi solo comprarti il giornale, ma di due giorni prima e nel caso telefonare a casa (dalla cabina) al prezzo di una pizza. Fino a 10 anni fa non potevi neppure mandare un sms da un paese all’altro, tecnicamente.

Tutto questo rendeva il lavoro all’estero o un addio all’Italia (e dell’Italia a te), oppure un’esperienza temporanea da privilegiati assoluti. Oggi è una cosa possibile e normale.

Cognitivamente, il fenomeno è nuovo. Soprattutto nella percezione che si può avere del paese, perché chi oggi decide di spostarsi in altri paesi, lo può fare senza abbandonare l’Italia, e anzi maturando l’esperienza di una relazione nuova con il proprio paese.

Si può essere nel paese in ogni momento, anche essendone fuori. Si può vivere all’estero e sapere tutto, rimanere in contatto con tutti, partecipare alla vita collettiva, contribuire in molti modi. Si può continuare a guardare al paese. E del resto si può anche tornare. O pensare di tornare per un po’ e poi spostarsi di nuovo. Le scelte sono aperte e reversibili. Come se Londra o Parigi fossero altre città della stessa rete. Non è una cosa da ricchi, e psicologicamente assomiglia di più a uno strano pendolarismo. E moltissimi ragazzi ormai stanno all’estero per due o tre anni, per studio o per lavoro, poi rientrano.

Come si può allora mettere a frutto il fenomeno? È possibile? Al di là delle retoriche di “chi resta” di “chi va”, questo come modifica la percezione del paese, come cambia il paese stesso? Come possiamo disegnare a nostro vantaggio l’idea di un’Italia davvero aperta nello spazio europeo? È possibile organizzare in qualche modo questa presenza italiana all’estero o far convergere verso l’Italia, in forme da pensare, le conoscenze e il saper fare che questi italiani imparano dai vari paesi? Il fenomeno è nuovo e quindi è ancora da pensare e da capire. Ma potrebbe essere una risorsa per l’Italia dei prossimi tempi.

Tout se tient

– Messieurs, dit la Fée en s’adressant aux trois médecins réunis autour du lit de Pinocchio, je voudrais que vous me disiez si ce malheureux pantin est toujours vivant !..

A cette demande, le Corbeau, s’avançant le premier, tâta le pouls de Pinocchio, puis son nez, puis son petit doigt de pied, et, quand il l’eut bien tâté, il prononça solennellement ces paroles :

-A ce que je crois, le pantin est bel et bien mort. Mais si par hasard, il n’était pas mort, ce serait alors un indice certain de ce qu’il est encore vivant !

-Je regrette, dit la chouette, d’être obligée de contredire le Corbeau, mon illustre confrère et ami. Pour moi, au contraire, le pantin est toujours vivant ; mais si par malheur il n’était pas vivant, cela signifierait alors qu’il est vraiment mort..

Les Aventures de Pinocchio, preséntation par Jean-Claude Zancarini, Traduction par Isabel Violante, Flammarion, Paris 2001.

Che fosse brava l’avevo capito, ma scoprire che chi traduce il mio libro Il corpo vivente dello Stato in francese ha tradotto Pinocchio per l’edizione standard Flammarion aggiunge un piacere imprevisto.

(E Pinocchio è invece protagonista di alcune pagine del mio e-book sull’Italia: qui una specie di estratto/anticipazione video).

A Parigi ieri sera

Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei presentato un mio libro sull’Italia a Parigi in una libreria strapiena di amici nuovi e nuovissimi, italiani e francesi, e che ci saremmo divertiti come abbiamo fatto, avrei detto “bella idea”. Grazie a “La Libreria”, Emanuele Coccia, Isabel Violante, Stefano Montefiori e a tutti i presenti.