L’errore di Serra

Secondo me Michele Serra sull’astensionismo sbaglia – pur esprimendo un pensiero che molti condividono. La maggioranza – dice – non ha votato, ma sarà governata lo stesso. Vero. Grazie all’astensionismo ai partiti bastano meno voti per raggiungere i loro scopi. Vero. La somma percentuale è comunque 100. Vero. Quello che non mi convince è il resto. Chi non vota non l’ha fatto necesseriamente, io credo, per tirare una bordata ai politici. Non è per forza una protesta. Chi non ha votato forse pensa che le istituzioni, le Regioni e lo Stato, in questa fase storica non lo aiuteranno ed è inutile occuparsene. Ma nessuno può vivere senza aiuto (nessuna massa almeno). E il tema interessante non è allora il moralismo dell’ “avete perso il diritto a lamentarvi” (che peraltro non sta logicamente in piedi, perché parte dal presupposto che votare i partiti che uno non vuole votare, e che comunque governano ugualmente, favorisca un cambiamento anziché una resistenza al cambiamento. E quindi Serra esprime il punto di vista di uno che sa che cosa si debba votare), il tema da studiare è piuttosto capire a chi si rivolge, a chi chiede aiuto, una massa di individui che non votano: famiglia, reti, amicizie, vicinato, associazioni, tribù, che circuiti? Come si auto-organizza una maggioranza che non vede nella politica e nelle istituzioni un’integrazione alle proprie attese? Uno forse dovrà pure “tacere e subire”, come dice Serra, perché non ha votato. Ma l’astensionismo di massa è un segno di cambiamento (di regressione, se non si vuole rinunciare a usare parole preconnotate di giudizio) di relazioni e aspettative sociali. Un tema politico per eccellenza. Liquidarlo come protesta o con uno sguardo un po’ moralistico non è la strada più interessante.

Invito

Ci sarà occasione di ricordarlo ulteriormente, ma comincio con l’invitare chiunque fosse interessato alla discussione della mia “Habilitation à Diriger der Recherches” presso l’Università Paris IV-La Sorbonne – che ha come titolo “Recherches de Philosophie Politique. Moyen Age-Renaissance-Epoque Moderne” – davanti a un Jury composto da:

M. Ruedi Imbach (garante scientifico), M. Joël Biard, M. Alain Boureau, M. Thomas Ricklin, M.me Irène Rosier-Catach

La discussione avrà luogo venerdi 30 novembre 2012, dalle 14.30 alle 18h, in sala D323, presso la Maison de la Recherche, 28 rue Serpente 75006 Paris.

Secondo l’uso locale, seguirà un breve rinfresco. Tutti gli interessati sono invitati.

Mi ricorda qualcosa

Quando Hillary Clinton alle primarie per le presidenziali attaccava Barack Obama perché diffondeva falsità sul suo programma di riforma sanitaria, perché aveva un atteggiamento distruttivo e non costruttivo, perché i suoi valori non erano quelli del Partito Democratico, perché spendeva milioni per dire cose false piuttosto che parlare delle proprie idee e finiva con uno spettacolare “Shame on you, Barack Obama!” (“Vergognati!”), al minuto 3.38. Poi hanno governato insieme.

Renzi e la repubblica delle nonne

Con la rinuncia di Veltroni a ricandidarsi e la messa in causa di D’Alema (senza entrare nel merito, su cui pure ci sarebbe da dire) è indubbio che la campagna per le primarie, e subito dopo per le elezioni, è a una svolta potenziale. Una svolta che nel ritmo della campagna rischia di essere arrivata troppo presto per Renzi e che paradossalmente rischia di svuotare la storia che sta raccontando. Certo questa pressione sulla vecchia guardia è politicamente frutto del lavoro di Renzi, cominciato anni fa, e ha prodotto – ormai è evidente – un cambiamento di percezione, di senso del realismo, cioè l’idea generale di quel che si può fare. E in ogni caso Renzi se ne può appropriare. Le accelerazioni delle ultime settimane e giorni mostrano che su questo punto Renzi ha modificato il quadro generale. Ma questo non è solo il paese in cui alcune generazioni di relativamente giovani si sono sentite e si sentono schiacciate, per motivi macroeconomici e culturali, dalle generazioni precedenti, garantite e avvantaggiate. È anche, ma le due cose sono legate a doppio filo, una repubblica delle nonne, un paese in cui il passaggio tra generazioni può essere molto più delicato e ambivalente di quanto la sola rottamazione possa lasciar intendere. In questo la campagna di Renzi rischia di avere un bug, perché se è vero che essa ha posto in modo forte il tema dell’assunzione di responsabilità, o meglio dell’accesso alla responsabilità, di tutta una generazione (ma su questo bisogna che Renzi chiarisca non solo il nodo culturale, che ormai è chiarissimo e che è entrato nell’ordine degli oggetti “reali” del dibattito, ma anche gli strumenti con cui intende favorire, da presidente del consiglio, questo accesso), è anche vero che esiste un’altra parte del paese che non ha esaurito il suo ruolo e che ha moltissimo da dire. Renzi deve tendere una mano alle nonne e alle mamme (intendo nonne e mamme come metafora di una parte del paese e di una sua cultura), ora deve convincere loro. In un paese così deliziosamente conservatore, così legato alla relazione tra generazioni, così davvero tenuto in piedi da mamme e nonne, se si vuole davvero ampliare la partecipazione, se si vuole davvero essere interclassista e superare le semplici opposizioni politologiche, ora bisogna rivolgersi al paese anche come se fosse una nonna, con sincerità e affetto, ma anche spiegando in che modo un mondo nuovo può essere migliore e più inclusivo di quello vecchio.

Renzi e Bersani, due modelli di storytelling

“Se ti candidi per governare l’Italia, devi raccontare anche qualcosa di te”. Bersani comincia la campagna per le primarie con questo tweet – e la bella foto di lui bambino con la famiglia e la famosa pompa di benzina – che è anche l’annuncio che il racconto della sua storia personale sarà al centro della comunicazione. In fondo, come dicono i francesi (semipresidenzialisti), la candidatura a guidare il paese è sempre l’incontro tra la storia personale di un candidato e un popolo. L’operazione di comunicazione di Bersani è peraltro molto bella ed evocativa. Due bambini degli anni ’50 protetti da un papà e dalla sua pompa di benzina, simbolo di un’Italia che si motorizza e che cresce e di un lavoro ordinato e sicuro, e da una mamma, si intuisce, che sa badare alla famiglia. Lo storytelling di Bersani è quello allora di tutta una certa Italia, quella dei Gianni Morandi e degli Adriano Celentano (lo dico nel senso più positivo del paragone), delle feste di paese, dell’industrializzazione, cioé di un’Italia positiva che è ancora presente nell’immaginario di molti, al di là delle generazioni. Bersani racconta qualcosa di quell’Italia, certo aggiornata, di quelle sicurezze, di quelle protezioni, di quell’autorità paterna (ne parla oggi Filippo Ceccarelli su Repubblica) di cui vorrebbe farsi portatore e innovatore. In questo senso il racconto della sua storia, il far partire la campagna da quella pompa di benzina, gli attribuisce un ruolo di garante di una storia collettiva che vorrebbe riassumere e traghettare nel nuovo mondo. Bersani è dentro una storia, una storia che  tutti conoscono e che va riraccontata.

Lo storytelling del suo avversario, Matteo Renzi, è molto diverso. Per un motivo narrativo strutturale preciso. Renzi racconta una storia facendola e chiedendo a chi lo ascolta di assecondarne lo sviluppo. La sua è una storia a rischio, che si fa solo se chi ascolta la storia lo aiuta. Il racconto può non avere il lieto fine e può interrompersi, perché è una storia che non è stata raccontata prima. Non si sa come va a finire. Questo è ciò che c’è in gioco, narrativamente. Ed è per questo che ha bisogno di un pubblico attivo, che creda alla possibilità di quella specifica storia, e voglia parteciparvi. Renzi ha cominciato a raccontare quando si è candidato alle primarie di Firenze, quell’atto è diventato un racconto, che chiede altri atti, che saranno usati a loro volta come episodi del racconto. In questo senso l'”Adesso!” di Renzi è più vicino alla prima campagna di Obama, perchè sono entrambe performative, cioé fanno quello che dicono, azione e parola sono allo stesso livello. Sono storie proiettate sul presente, la credibilità è sulla sfida presente. La foto di Bersani è invece tecnicamente più simile al “racconto italiano” di Berlusconi, cioé al mettere in campo una rappresentazione di una certa Italia (ovviamente nel merito si tratta di due Italie completamente diverse) che si vuole autentica e modello credibile (l’usato sicuro) per il futuro.

Bersani chiede che chi lo ascolta si senta rappresentato e abbia fiducia in lui, in virtù di una storia già nota. Renzi chiede che chi lo ascolta lo imiti e agisca come lui. In questo senso i due storytelling, in questa fase (ma entrambi dovranno cambiare alcune cose importanti, a mio avviso, e Renzi in particolare), portano implicitamente a un paradosso rispetto a quello che invece viene detto.

Bersani propone comunicazionalmente l’idea di un uomo solo, fidato e provato, al comando. Renzi ha bisogno che almeno una generazione di Italiani voglia fare come lui.

I like

Ho comprato gli ultimi due libri di Giorgio Agamben. Nella quarta di copertina del primo c’è scritto “Insegna filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”. Nella quarta di copertina del secondo c’è scritto “Si è dimesso dall’insegnamento di filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”.

Che Agamben fosse un pensatore originale lo sapevo, ma non immaginavo che riuscisse a usare le copertine al posto dello status di facebook.

Jack Kennedy colpisce ancora

I lettori di questo blog conoscono bene la proverbiale battuta “You’re no Jack Kennedy” di un memorabile duello televisivo anni ’80 tra due aspiranti vicepresidenti americani (qui il video sempre da rivedere e la sintesi del dialogo in italiano). Ieri sera nel dibattito tra Biden e Ryan la battuta è stata rievocata.

Ryan ha detto che è possibile abbassare le tasse del 20%, Biden ha ribattuto che è matematicamente impossibile e che nessuno l’ha fatto prima. Ryan ha risposto: “Non è vero. Jack Kennedy l’ha fatto”. E Biden: “Ah, e tu saresti Jack Kennedy?”. Ryan ha capito a cosa si riferisse e ha, molto opportunamente, sorriso.

Rinvio

La presentazione del libro “150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa” prevista per il 19 ottobre a Barcellona è stata rinviata per il sopraggiungere di impegni soverchianti, me ne scuso con l’organizzatrice (ma si farà più avanti). Una seconda presentazione del libro a Parigi, prevista per ottobre, è invece annullata (non riuscirò a recuperarla).

Uno story telling civile collettivo che continua

Alcuni mesi fa un gruppo di ricercatori mi contattò per dare visibilità a un’idea che mi sembrò molto utile, cioé quella di un ricorso collettivo, con l’apertura di una sottoscrizione pubblica, contro gli esiti di uno dei tanti concorsi universitari che destava qualche sospetto. L’idea mi sembrò bella perché si trattava davvero di raccontare una storia collettiva, una specie di story telling civile, un modo per mostrare che il cambiamento è possibile anche a partire da iniziative mirate.  Ne ho parlato qui e qui.

Oggi mi è arrivato un aggiornamento, in quanto sottoscrittore, che aggiorna sulla cifra raccolta, sulle prossime scadenze e sul fatto che domani ne parlerà Report su Rai Tre. Lo riporto nelle parti salienti:

Gentile Donatore,

cinque mesi dopo l’inizio della raccolta fondi per finanziare il ricorso al TAR contro l’esito del concorso da Ricercatore in Politica economica presso l’Università dell’Insubria, desideriamo informarti sugli sviluppi della vicenda.

Anzitutto ci preme dire che sei in buona compagnia: sono ben 221 le persone che hanno effettuato una donazione. Complessivamente sono stati raccolti 6.630, 50 Euro, dei quali 302,96 sono stati trattenuti da Paypal come commissione. (…).

Il risultato va al di là delle nostre aspettative e consenten ai ricorrenti di sostenere con serenità le spese dell’azione legale.

(…). Il pronunciamento della sentenza di merito è previsto per il 18 dicembre. Vi terremo informati.

Questa bella iniziativa che abbiamo costruito insieme verrà raccontata da Report-Rai tre, domani sera, Domenica 7 ottobre alle 21.30, nella rubrica “C’è chi dice no” (un’anteprima è gia visibile qui: bit.ly/secsappeal). Nel servizio appariranno alcuni volti del SECS-team che proveranno a dare voce al tuo gesto e a quello di altri 220 coraggiosi. (…).

Essenzialismi (asimmetrici)

Nell’editoriale di domenica scorsa Scalfari nel suo attacco a Renzi dice molte cose  sulle quali sarebbe interessante soffermarsi, ma mi limito a una che mi ha colpito particolarmente. Per Scalfari, Renzi è di fatto di centrodestra (ma non sulla base del programma, pare di capire, perché secondo Scalfari Renzi non ha alcun programma, solo “un’agenda generica”). Renzi sarebbe allora di centrodestra, se capisco bene, sulla base di una distinzione che Scalfari spiega così: “Nell’equilibrio tra i due fondamentali principi di libertà e uguaglianza la sinistra sceglie l’eguaglianza nella libertà e la destra sceglie la libertà senza l’eguaglianza”.

La cosa interessante è proprio questa distinzione. Scalfari, che qui forse evoca una distinzione di un saggio famoso di Bobbio del 1994, pone una falsa simmetria. Non dice infatti “uguaglianza versus libertà” e viceversa, ma “uguaglianza nella libertà” versus “libertà senza uguaglianza”. In sostanza c’è una falsa opposizione, perché la sinistra avrebbe in sé sia la libertà che l’uguaglianza, mentre la destra solo la libertà. Costruita come una simmetria, la definizione è invece asimmetrica.

Al di là del fatto che le nozioni di “libertà” e “uguaglianza” andranno poi a loro volta riempite di definizioni, altrimenti rimangono prive di senso (uguaglianza rispetto a cosa? libertà da cosa? libertà di fare cosa?), ciò che sorprende è allora che di fatto la posizione “destra” viene in questo modo resa impossibile. Il primo guadagno di questa definizione asimmetrica è che sarebbe poco razionale essere di centro-destra. Questo naturalmente al di là di un qualsiasi concreto governo di centro-destra.

Se poi pensiamo ai governi di centro-destra degli ultimi quindici anni in Italia, la definizione diventa ancora più paradossale: È aumentata la libertà degli italiani negli ultimi quindici anni? È aumentata la libertà degli italiani dalle corporazioni? È aumentata la libertà di creare lavoro e ricchezza, di esprimere la propria personalità e le proprie capacità? La libertà, al di là delle chiacchiere, è stato un principio che ha ispirato i governi di centro-destra? Evidentemente no. Ne dedurremo che non si trattava di governi di centro-destra?

Mi pare che l’argomentazione di Scalfari convinca esattamente del contrario di ciò che voleva dimostrare, e cioè che parlare di destra e sinistra come se si trattasse di “essenze”, di elementi chimici, di definizioni rigide, è un esercizio che sta perdendo presa sulla concreta realtà dei nostri problemi e anche delle nostre identità.