Renzi e Bersani, due modelli di storytelling

“Se ti candidi per governare l’Italia, devi raccontare anche qualcosa di te”. Bersani comincia la campagna per le primarie con questo tweet – e la bella foto di lui bambino con la famiglia e la famosa pompa di benzina – che è anche l’annuncio che il racconto della sua storia personale sarà al centro della comunicazione. In fondo, come dicono i francesi (semipresidenzialisti), la candidatura a guidare il paese è sempre l’incontro tra la storia personale di un candidato e un popolo. L’operazione di comunicazione di Bersani è peraltro molto bella ed evocativa. Due bambini degli anni ’50 protetti da un papà e dalla sua pompa di benzina, simbolo di un’Italia che si motorizza e che cresce e di un lavoro ordinato e sicuro, e da una mamma, si intuisce, che sa badare alla famiglia. Lo storytelling di Bersani è quello allora di tutta una certa Italia, quella dei Gianni Morandi e degli Adriano Celentano (lo dico nel senso più positivo del paragone), delle feste di paese, dell’industrializzazione, cioé di un’Italia positiva che è ancora presente nell’immaginario di molti, al di là delle generazioni. Bersani racconta qualcosa di quell’Italia, certo aggiornata, di quelle sicurezze, di quelle protezioni, di quell’autorità paterna (ne parla oggi Filippo Ceccarelli su Repubblica) di cui vorrebbe farsi portatore e innovatore. In questo senso il racconto della sua storia, il far partire la campagna da quella pompa di benzina, gli attribuisce un ruolo di garante di una storia collettiva che vorrebbe riassumere e traghettare nel nuovo mondo. Bersani è dentro una storia, una storia che  tutti conoscono e che va riraccontata.

Lo storytelling del suo avversario, Matteo Renzi, è molto diverso. Per un motivo narrativo strutturale preciso. Renzi racconta una storia facendola e chiedendo a chi lo ascolta di assecondarne lo sviluppo. La sua è una storia a rischio, che si fa solo se chi ascolta la storia lo aiuta. Il racconto può non avere il lieto fine e può interrompersi, perché è una storia che non è stata raccontata prima. Non si sa come va a finire. Questo è ciò che c’è in gioco, narrativamente. Ed è per questo che ha bisogno di un pubblico attivo, che creda alla possibilità di quella specifica storia, e voglia parteciparvi. Renzi ha cominciato a raccontare quando si è candidato alle primarie di Firenze, quell’atto è diventato un racconto, che chiede altri atti, che saranno usati a loro volta come episodi del racconto. In questo senso l'”Adesso!” di Renzi è più vicino alla prima campagna di Obama, perchè sono entrambe performative, cioé fanno quello che dicono, azione e parola sono allo stesso livello. Sono storie proiettate sul presente, la credibilità è sulla sfida presente. La foto di Bersani è invece tecnicamente più simile al “racconto italiano” di Berlusconi, cioé al mettere in campo una rappresentazione di una certa Italia (ovviamente nel merito si tratta di due Italie completamente diverse) che si vuole autentica e modello credibile (l’usato sicuro) per il futuro.

Bersani chiede che chi lo ascolta si senta rappresentato e abbia fiducia in lui, in virtù di una storia già nota. Renzi chiede che chi lo ascolta lo imiti e agisca come lui. In questo senso i due storytelling, in questa fase (ma entrambi dovranno cambiare alcune cose importanti, a mio avviso, e Renzi in particolare), portano implicitamente a un paradosso rispetto a quello che invece viene detto.

Bersani propone comunicazionalmente l’idea di un uomo solo, fidato e provato, al comando. Renzi ha bisogno che almeno una generazione di Italiani voglia fare come lui.

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