Invito per venerdi alla Sorbona

Venerdi pomeriggio dalle 14 alle 18 sarò qui all’Université Paris IV-Sorbonne a sostenere l’Abilitazione (HDR). Sono molto onorato di incontrare tanti maestri e molto contento della presenza di tutti gli amici e i colleghi che vorranno essere presenti. Il dibattito è pubblico, come anche il brindisi successivo (che qui è considerato parte integrante della giornata). Tutti gli interessati sono invitati.

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Vi spiego Social Book

Siccome il “voto del pubblico” si affronta come “voto del pubblico”, segnalo il progetto Social Book di Giancarlo Briguglia (e avete capito bene: se io non sono Jack, lui non è Bob Kennedy. E ha un bel blog di “letteratura, comunicazione e città“).

Non solo è un bel progetto, ma è proprio molto bello il concorso “Che Fare. Premio per la cultura“. 500 progetti culturali sono stati analizzati da una commissione di esperti e ne sono stati selezionati 35, che però adesso passano attraverso il giudizio della rete (e quindi un po’ attraverso il caso, attraverso i network e considerazioni più ampie o più strette). I primi 5 passeranno a una commissione finale e il vincitore avrà a disposizione 100 mila euro per realizzare il progetto.

Sono tutti progetti molto interessanti e sono ovviamente in testa quelli più collettivi, con una rete iniziale a disposizione più ampia.

L’idea di Social Book (il progetto numero 27) è la creazione di un social network per il prestito libri, dove ognuno mette a disposizione di tutti gli altri utenti la biblioteca personale che possiede in casa. La scala di azione è quella del quartiere e dunque le biblioteche personali e internet contribuiscono ad una maggiore coesione urbana stimolando una cittadinanza attiva. E gli utenti si incontrano realmente per prestarsi i libri.

Dell’idea hanno parlato in questi giorni già in molti: con articoli molto belli Tropico del libro, Finzioni Magazine, Indivanados, e poi Scuola Holden su facebook, e su twitter The Incipit, Wikitalia, Daria Bignardi, Tommaso Labranca, Biblioteche Romagna, Comune di Napoli, Tita Milano, Food Republic e davvero tanti altri.

Qui c’è la presentazione del progetto (e da lì si può anche votare) e qui la pagina ufficiale del voto. Qui la pagina facebook del progetto. Siamo nella zona alta della classifica, ma un po’ indietro, anche se non tanto da non potere riagganciare i primi cinque. Se vi piace il progetto votatelo, scrivere I like non basta, bisogna anche proprio votarlo attraverso il link.

E non abbiate paura, se un giorno presterete i vostri libri personali ad altri lettori del quartiere non vi faranno le orecchie alle pagine!

Nonne sono nonne

Quando ho scritto il post “Renzi e la repubblica delle nonne” (che mi sono poi accorto che non si capisce se prima non si dà un’occhiata a questo La repubblica delle nonne“) volevo dare un suggerimento a Renzi, che aveva bisogno a mio avviso di una modifica nella sua campagna (che poi c’è stata e non, ovviamente, perché l’ho suggerito io). Ecco, parlando di repubblica delle nonne non so però se pensassi proprio a questo:

Venuti al mondo qui

L’Unicef ha fatto in questi giorni una propostaai comuni italiani (e al parlamento italiano) a proposito della cittadinanza per i bambini che nascono in Italia da cittadini stranieri e dello jus soli. Ripropongo allora di seguito un post che ho scritto il primo gennaio quando risultò che la prima nata dell’anno era, con espressione contraddittoria, “di origine straniera”.

Per i tg e i giornali (per esempio qui) la prima nata del nuovo anno a Roma è “di origine straniera”. Però la parola “origine” viene dal verbo latino “orior”, che vuol dire “nascere”. C’è origine più originaria del nascere? È già di origine straniera lì dove è nata, nel suo venire al mondo? E se la bambina vivrà i primi anni della sua vita a Roma, con gli odori di Roma, con i colori, con i bambini, con i palazzi e i giardinetti di Roma, i ricordi di Roma, anche se poi andrà in qualsiasi altro luogo la sua infanzia sarà la sua origine, la sua nostalgia. Che poi il posto dove andrà è proprio Roma, perché la mamma è vietnamita, ma il papà è un avvocato romano (sic). Certo se il papà fosse vietnamita si potrebbe almeno giustamente dire che questa piccola romana proviene da una famiglia “di origine straniera”. Ed è anche vero che le origini non sono solo la nascita, ma anche la cultura che ti trasmette la tua famiglia (insieme con tutto l’ambiente che la circonda, che rimane Roma, e che modifica quella cultura e la rende più complessa). Le origini sono certamente anche la “tradizione” a cui appartieni, non certo solo il luogo. Ma “tradizione” in latino vuol dire “trasmissione” e “consegna”, trasmissione di valori, di credenze e di affetti, che è data da tante cose e che soprattutto a questa bambina non è ancora stata consegnata. Si tratterebbe allora non di un’origine, ma di un futuro da assumere. Bambina di ”futuro straniero”? In realtà non sappiamo ancora nulla di cosa sarà la sua vita, sappiamo solo che è venuta al mondo, che è nata. E che è nata a Roma.

Noi e il nostro pantheon

Non ho visto il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra, ma è stato impossibile non imbattersi nella “domanda del pantheon” e nelle risposte dei vari candidati. Al di là delle icone e delle genealogie politiche e ideali (ve lo ricordate il “pantheon del PD”?), il tema interessante della questione è quello che gli americani chiamano “inspiration”. L’idea che l’azione personale e collettiva possa “ispirare” altri individui e quelli che ci stanno vicino è un valore cardine dell’autocoscienza pubblica in alcuni paesi. Farsi ispirare dall’esempio, dal pensiero, dal lavoro di qualcuno è una ricerca importante e faticosa – che andrebbe accompagnata e insegnata, con l’esempio – e in certo modo è punto di partenza per poter ispirare altri, cioè per poter aiutare altri a trovare la loro propria creatività. È una retorica? Certamente, ma non bisogna avere paura della retorica pubblica, quando essa stabilisce una regola di comportamento condivisa e aperta, quando stimola le virtù civili e l’azione libera e quando struttura le ambizioni degli individui e dei gruppi orientandole al bene comune.

La vera domanda del pantheon (anche se il pantheon evoca più la staticità della celebrazione un po’ pomposa) è allora uno stimolo a pensare se sia possibile nel nostro paese facilitare l’ispirazione (senza i santini), l’influenza positiva, il rapporto creativo con l’esempio: come si fa a ispirarsi? Esiste una educazione dell’ispirazione -che poi è l’esempio consapevole? Ispirare gli altri (ma klout non c’entra) è un dovere pubblico e un’ambizione possibile? A che livello?

C’è un articolo della nostra costituzione che ho sempre trovato importante, che non parla di ispirazione ma che mostra che ogni attività e ambizione può influenzare l’intera società: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie  possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale  della società”.

Ognuno, a qualsiasi livello (partecipanti alle primarie compresi), può essere di ispirazione ad altri, ai figli, agli amici, ai colleghi. Ispirato da altri, da chi ci insegna qualcosa, e da se stesso insieme, ognuno di noi dovrebbe insomma ambire ad entrare nel pantheon di qualcuno e ad ispirare chi ci sta vicino. Ci abbiamo mai pensato?

I nuovissimi mostri

Ogni volta che vengo a Milano, intanto che mi abituo ai miei superpoteri, mi innervosisco ingenuamente per la presenza fastidiosa di quelli che vanno in bicicletta sui marciapiedi. E questa volta mi è venuto in mente che avevo scritto un post anni fa – in polemica con la Rodotà – che ripropongo di seguito:

La Rodotà scrive oggi sul Corriere un articolo in cui fa l’elogio dei ciclisti a Milano. I ciclisti, quelli che vanno sul marciapiede “perchè non ci sono le piste ciclabili”, quelli che quando si avvicinano a velocità olimpioniche alle spalle dei pedoni fanno “drin drin” così si spostano, quelli che aspettano stando in equilibiro sulla bici tra marciapiede e strisce pedonali (pedonali appunto) che scatti il verde e poi ripartono di slancio sulle strisce facendosele tutte fino all’altro marciapiede. Siamo abituati da sempre alla prevaricazione e alla prepotenza, non c’è differenza tra chi parcheggia in seconda fila “perchè non c’è parcheggio”, chi col camioncino sfreccia con il semaforo giallo perchè “ho da lavorare” e i ciclisti che scaricano la loro prepotenza sui pedoni. Ognuno di noi ha una sfera di influenza, una possibilità di esercitare un piccolo potere, un perimetro di tirannia personale, più è ampio e più si fanno danni ma il concetto non cambia, e i ciclisti (da marciapiede) sono uguali a quelli che guidano i suv. Lo sappiamo e lo abbiamo accettato. Però per favore Rodotà, evitateci di sentir dire che andate in bici per “senso civico” (che sarebbe di fare “drin drin” prima di arrotare il pedone?), che andate sui marciapiedi “per protesta” (casomai per protesta andate sulle strade e bloccatele, no?), che fate i kamikaze della bici (perchè il fastidio lo procurate a chi va a piedi, mica a voi). Lo fate semplicemente perchè siete dei maleducati.

Questo è un lavoro per…

Quando sono in Italia per i primi 3-4 giorni mi convinco di avere i superpoteri.
Capisco ogni cosa senza fare attenzione, intercetto i discorsi della gente che parla in strada anche se non voglio, intuisco la provenienza geografica di qualcuno dall’accento, capisco anche quello che non viene detto ma solo lontanamente alluso, so se uno è un pirla al primo sguardo, so se una che mi guarda mi guarda perché pensa che sia un figo o un coglione, so da chi sono pagati i giornalisti ospiti dei dibattiti televisivi, so se devo dire buongiorno all’autista dell’autobus o fregarmene, se sento una vecchia canzone alla radio so precisamente quanto è vecchia, chi la cantava e forse mi ricorda pure qualcosa. Su come evitare la criptonite mi sto invece ancora organizzando.

Milano 313

Il domenicale de Il Sole 24 Ore in edicola oggi dedica le pagine centrali alla mostra Costantino 313 d.C , che ha luogo al Palazzo Reale di Milano fino al 17 marzo.

Lo speciale del Sole è molto articolato, si parla della Milano imperiale, di Elena, di Costantino (c’è anche un mio breve commento al cosiddetto Editto di Milano, che nel 313 diede libertà e riconoscimento al culto cristiano).

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message

Obama ha vinto e siamo tutti contenti – ma se uno come Romney ha preso tanti voti forse da qui, nel gioco delle semplificazioni, c’è sfuggito qualcosa. Ora ricomincerà la tiritera dell’Obama italiano, del perché non si trovi, del dove si nasconda, dell’impossibilità morale della sua esistenza. La tiritera dell’Hollande italiano è invece appena finita.

Guardiamo alle grandi personalità politiche degli altri paesi, confrontandole con le nostre, ma dimentichiamo sempre di confrontare i sistemi istituzionali, che sono esattamente ciò che filtra e struttura le caratteristiche e le ambizioni di chi si attrezza a far politica (escludendo chi non ha quelle caratteristiche).

Se gli USA avessero il nostro sistema oggi gli americani non avrebbero votato direttamente l’esecutivo (più o meno direttamente), ma solo il parlamento. Poi i partiti avrebbero deciso, con comodo, il nome del presidente del consiglio  – di solito garante dell’equilibrio dei partiti e delle loro correnti interne (attraverso le regole del “Manuale Cencelli“)-  da fare al presidente della repubblica, che avrebbe dato l’incarico, in base alle forze esistenti in parlamento. Poi i partiti potrebbero far cadere il governo in ogni momento o chiedere un “rimpasto” per garantire nuovi equilibri. Ecco, non ci sarebbe neppure un Obama americano, con questo sistema. Probabilmente non avrebbe neppure fatto politica.

Neppure l’Hollande italiano ha grandi speranze. Bufale in rete a parte, Hollande è un po’ in crisi presso i francesi. Con il sistema italiano i partiti starebbero pensando a come sbarazzarsene. In Francia non possono neppure pensarlo, e Hollande può continuare con il suo programma, perché il presidente è eletto direttamente, poi nomina l’esecutivo e al parlamento (e ai partiti) è restituita la sua funzione più propria. Un sistema che sarebbe utile comprendere e forse adottare (lo dicevo diffusamente qui).

Noi invece mettiamo la spilla di Obama e facciamo finta di temere i “leaderismi”, senza renderci conto che il leaderismo è possibile solo in sistemi in cui i partiti indeboliscono e rendono non chiara l’azione del governo predisponendoci sempre all’attesa di altro.

Invochiamo Hollande – e a dire il vero abbiamo invocato anche leader di altre forme di governo più simili alle nostre, come Zapatero –  ma ci piace pensare che il semipresidenzialismo sia “non adatto” alla nostra cultura – dimenticandoci che le regioni italiane hanno un vero sistema presidenziale e funzionano – e  dimenticando che Hollande è un “politico di professione” (altro peccato mortale nella retorica italiana contemporanea), come la maggior parte dei politici francesi – che hanno studiato quasi tutti all’ENA per capire come funziona lo macchina statale e per essere pronti alle funzioni esecutive (perché alle funzioni esecutive e di amministrazione ci si dovrebbe preparare).

Insomma siamo tutti contenti che Obama sia presidente. Ma proviamo anche a portare nel dibattito pubblico non solo lo sbarramento del premio di maggioranza e le coalizioncine che si fanno e si disfano, ma anche un ridisegno del sistema politico, che possa migliorare la qualità delle nostre decisioni, della nostra convivenza, della nostra partecipazione.

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message. (Il titolo è ovviamente uno scherzo. Ne approfitto perché i commenti de Il Post sono momentaneamente disattivati…)