Popolare e populista

Mario Mauro, ciellino capogruppo del PDL al parlamento europeo, si è accorto solo ieri che c’è differenza tra essere populista e essere popolare e usa la distinzione contro Berlusconi (dopo essere stato eletto tre volte con Berlusconi). Nel frattempo Grillo si rivolge contro gli esponenti del suo movimento che vorrebbero più democrazia interna. Ripropongo allora di seguito un vecchio post su “popolare e populista”, incentrato proprio sulla formazione del ceto dirigente, che contiene anche una postilla su Grillo e sul suo movimento.

Che cosa significa “populista” più o meno lo sappiamo. Più difficile è capire che cosa voglia dire “popolare”. Ma ragionarci un po’, individualmente, sarebbe forse utile.

Io, per districarmi nella confusione dei linguaggi politici, qualche definizione, del tutto arbitraria, da qualche tempo me la sono data.

Populista, lo sappiamo, è il pensiero che si rivolge direttamente al popolo per saltare le mediazioni, che si fa portavoce del popolo (che è un’astrazione) per evitare argomenti complessi perché “il popolo non capirebbe…”, oppure il “popolo è stufo di…”.

Chiunque abbia qualcosa da dire è accusato di dare lezioni, di fare il professorino, cioé è accusato di essere estraneo alla genuina capacità di capire del popolo, che non vuole sofisticherie, argomenti troppo lunghi o concettuali. Non c’è nulla da imparare. Al popolo viene opposta la complessità, l’esperto, l’intellettuale (parola usata sempre in senso peggiorativo. Anche dagli intellettuali, tra l’altro).

Al popolo poi si parla per scorciatoie, non si chiede uno sforzo interpretativo, si dà espressione diretta di quello che molti pensano, nei termini in cui lo pensano, si fa di ciò che è pensato in prima battuta, cioè anche lo sfogo, l’impulso, l’insofferenza, il modello di ciò che va detto. Il resto è escluso.

In sostanza il linguaggio populista non insegna nulla a nessuno e non impara nulla da nessuno. Non insegna nulla perché porge al popolo il suo stesso primo livello di pensiero, senza interpretarlo, facendo credere che ciò basti. Non impara nulla perché non apre un vero canale di comunicazione con la gente a cui si rivolge. Non ne ha bisogno.

Un movimento, una struttura di idee, un linguaggio “popolare” hanno esattamente il problema contrario. Cioè quello di interpretare la realtà e di proporre un’ipotesi sui fenomeni, su evoluzioni e processi in corso, su come intervenire nelle cose in base a un disegno condiviso.

Ma ogni ipotesi sulla realtà implica un aspetto e un rischio di pedagogia (so che il termine non piacerà a nessuno), che non è altro che questa ipotesi spiegata agli altri. Spiegare non è semplicemente comunicare, e non è dire alle persone quello che le persone sanno già. E non è neppure stabilire un rapporto asimmetrico tra chi pensa di sapere e chi non sa.

È piuttosto dare una chiave di lettura compatibile con le esperienze, le conoscenze, i sentimenti delle persone, ma che pone un problema a chi ascolta, lo obbliga a uno sforzo ulteriore di comprensione, necessita un percorso, un’ampliamento di sguardo.

Ma non basta ancora: lo scambio deve andare nei due sensi. Porre ipotesi sulla realtà per intervenire su di essa non è un atto solitario né univoco. Vuol dire imparare. E imparare dalla società e con la società.

Imparare dalla società e con la società vuol dire formare una classe dirigente. È la classe dirigente e il problema della sua formazione, cioè del suo stare nella società, quello che rende popolare un movimento o un partito.

Al populista basta dire che il popolo ha ragione; un partito o un movimento essenzialmente popolare costruiscono con la società una classe dirigente.

PS E i grillini? A mio avviso saranno un movimento popolare (al di là del linguaggio certamente populista del loro ispiratore) se saranno in grado di porre il problema della formazione di una vera classe dirigente a se stessi e ai partiti già presenti.

 

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