Gli stage gratuiti sono stati aboliti

Contro gli stage gratuiti ho scritto tante volte, qui e altrove, anche in tempi in cui non ne parlava nessuno. Proprio oggi finalmente lo stage gratuito è stato abolito per legge. Mi permetto allora di riproporre qui di seguito il primo di quella serie di post sul tema.

È giusto non retribuire gli stage? Io personalmente rimasi a dir poco deluso quando mi resi conto che un’università, facoltà di scienze politiche, imponeva agli studenti uno stage di almeno un semestre per tre crediti (un terzo di un esame) presso aziende che non solo non avevano alcuna attività formativa, ma facevano lavorare gli stagisti in funzioni qualificate (nello specifico un giornale on line faceva fare il giornalista), senza alcun compenso, ma neppure riconoscendo l’ufficiale paternità dei pezzi, essendo questa legata al compenso (che poteva anche essere di un euro simbolico). Non solo: la maggior parte dei giornalisti della testata erano stagisti (il che è illegale ovviamente), a tutti veniva detto che forse dopo ci sarebbero state opportunità non meglio specificate, mentre naturalmente si trattava di un turn over continuo programmato di stagisti forniti dall’università. È inutile nascondere che ci sono aziende piccole e medio-piccole che usano gli stagisti per approvvigionarsi di collaboratori a costo zero, sia per funzioni qualificate, che per funzioni del tutto indifferenziate, con la scusa dell’essere all’inizio. Intendiamoci: non trovo scandaloso che un ragazzo di venticinque anni laureato in comunicazione, ad esempio, facendo uno stage in uno studio grafico o in un ufficio stampa si trovi a fare anche le fotocopie o il galoppino. Il punto è capire se anche uno che fa le fotocopie ha il diritto di essere retribuito, commisuratamente al suo compito. Al di là di questi casi (ma sono davvero casi estremi e eccezionali?), ci sono poi le reali esigenze di molte aziende che per le loro speciali caratteristiche non trovano figure professionali perfettamente formate e dunque prevedono dei brevi (o anche non brevi) percorsi di formazione non retribuiti, che chiamano stage, finalizzati all’assunzione. La logica dello stage dovrebbe essere, mi pare, quella del learning by doing, cioè dell’imparare facendo, o meglio ancora del mettere in pratica ciò che si è imparato teoricamente all’università e che si deve migliorare nell’incontro con i processi aziendali e lavorativi. Altrimenti esistono i contratti di formazione lavoro, perfettamente retribuiti, che sono altra cosa. Naturalmente il tipo di attività dovrebbe variare a seconda del profilo dello stagista e del ruolo. Ma il problema rimane lo stesso: è giusto e normale dare per scontato che proprio nel momento in cui una persona entra nel mondo del lavoro (e anzi prima con gli stage all’università) debba passare attraverso l’esperienza ambigua e spesso demotivante (perché non è quasi mai finalizzata a un’assunzione) dello stage non retribuito?  È possibile che si consenta alle aziende piccole e medio-piccole di fare ruotare un numero elevato di stagisti senza assumerne alcuno e senza retribuirli? È possibile che un ragazzo o una ragazza cumulino stage per anni, sempre con la stessa promessa di opportunità vaghe, nella totale mancanza di informazioni sul pur vago “dopo lo stage”?  È utile far passare i ragazzi attraverso il rito simbolico di un’attività di lavoro che non viene retribuita? Si tratta davvero di un investimento per i ragazzi? E anche: la nostra economia perderebbe qualcosa o ne guadagnerebbe se abolissimo l’uso di non riconoscere nulla ai giovani che vengono a imparare come contribuire alla ricchezza delle aziende?

 

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