Non è re Giorgio

Napolitano costituisce una commissione bipartisan per stilare un elenco di proposte per facilitare la formazione di un governo e per stimolare il dibattito pubblico. Un’azione forte – e di non facilissima decifrazione – che si aggiunge alle molte altre dell’ultima parte del settennato (basti pensare alla nascita del governo Monti). Non è solo l’autorevolezza di “re Giorgio”, non è solo la “saggezza del presidente”, non sono solo le particolari capacità di Napolitano, è che la svolta semipresidenziale è nelle cose. Prendiamola in considerazione per le prossime riforme.

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Lombardi alla prima crociata

Lo streaming Bersani-grillini sembrava un concorso universitari italico: uno seduto in cravatta che dice cose bellissime e illustra progetti sensati e gli altri zitti dall’altra parte del tavolo che hanno già deciso e se ne fottono. Mancava solo che Crimi o Lombardi dicessero, con seccata cordialità: “I suoi titoli e le sue pubblicazioni sono degni della massima considerazione, ma non afferiscono completamente alla disciplina concorsuale. Le facciamo i nostri migliori auguri”.

Invece Lombardi dice con piglio severo “Mi sembra di essere a Ballarò”, evocando tutta un immaginario culturale. Il suo.

Quello che Bersani non ha – per questa commissione concorsuale – è la credibilità, al pari di Berlusconi e di tutti gli altri. Forse è vero. E non è che i grillini si debbano per forza alleare col Pd, perché non proporre un loro primo ministro? (Just do it).

Ma l’item grillino “mettiamo in campo la credibilità” della conferenza stampa, dopo le prime stonatissime settimane di legislatura, suona un po’ politichese, un po’ “questa la so”, un po’ troll. La verità è che finora hanno messo in campo l’incredibilità: abbiamo saputo che non presentano leggi perché non sanno come si scrivono, danno dell’addormentato a un signore di quasi novant’anni che ha portato più innovazioni con il suo pragmatismo che qualsiasi Lombardi alla prima crociata potrà mai fare, parlano come tronisti smanettoni e si vantano di non dare la mano a una signora che non si è macchiata di nefandezze, si contristano di aver mangiato al ristorante invece che alla mensa, non hanno uno straccio di progetto politico comprensibile, sembrano il Savonarola di Troisi, ma con un comico che non ci sa più fare sorridere né sperare. Se questa è la terza repubblica, io spero nei Borboni.

Ragazzi, datevi una svegliata.

Bersani al concorso da ricercatore

Lo streaming Bersani – grillini che sta andando in onda ora è come i concorsi universitari italiani: uno seduto in cravatta che dice cose bellissime e gli altri zitti dall’altra parte del tavolo che hanno già deciso e se ne fottono.

(Ora Crimi dirà: I suoi titoli e le sue pubblicazioni sono degni della massima considerazione, ma non afferiscono alla disciplina concorsuale).

I tre giorni in cui Cristo fu morto

Un post da triduo pasquale che avevo già pubblicato l’anno scorso con Il Post e che ripropongo ai nuovi lettori (sperando che ce ne siano) del mio blog qui:

Proviamo a fare un esperimento mentale. Immaginiamo che la notte dell’ultima Cena, dopo la consacrazione del pane come corpo di Cristo (come corpo vero, non simbolico, per i cattolici), un apostolo, uno qualsiasi, avesse conservato per sé una parte di quel pane. Immaginiamo anche che dopo la morte di Cristo, qualche ora dopo, durante i giorni neri dello sgomento, della paura e del dubbio, cioè durante i giorni in cui Cristo fu davvero morto, quell’apostolo avesse ripreso il pane sottratto e già consacrato, cioè il corpo di Cristo, e l’avesse mangiato. In quei tre giorni, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o il corpo di Cristo morto?
L’esperimento non è blasfemo e la domanda se la sono posta in tanti, e come strumento di conoscenza, tra loro per esempio (san) Tommaso d’Aquino e (il beato) Duns Scoto, che di professione non facevano i santi, ma gli intellettuali. E infatti le loro risposte sono altre domande. Che cos’è un corpo vivo? A quali funzioni vitali corrisponde la vita di un corpo? E perché un cadavere non si decompone istantaneamente? Forse alcuni processi continuano? Che rapporto c’è tra l’anima e l’intelletto e le sue funzioni? Non bisogna forse ridefinire scientificamente meglio la nozione di corpo?
Insomma chi leggesse alcuni dei lavori medievali e moderni sui quei tre giorni in cui Cristo davvero non c’era e sull’eucaristia (e anche Galileo aveva una sua teoria), si troverebbe di fronte a dei veri e propri trattati scientifici, che parlano sì del corpo di Cristo, ma cercando di capire come funziona il nostro. La teologia poneva così domande religiose, certo, ma soprattutto provocava la scienza perché cercasse risposte con i propri mezzi, affinandoli, a questioni e rompicapo che da sola non aveva pensato.
Di esperimenti mentali bizzarri di questo tipo, e usati come tali, (ma non più bizzarri di quelli con cui Einstein, per esempio, cercava una via di comprensione della relatività della nozione di spazio), ce ne sono stati molti, e dalle conseguenze importanti. Perché il roveto ardente del Sinai bruciava e non si consumava? Bruciava e non bruciava? È possibile infrangere addirittura l’impossibilità logica della contraddizione? Ma allora forse se Dio volesse potrebbe far sì che Roma sia stata fondata e non sia stata fondata, nello stesso tempo? Fondata e non fondata, insieme. Se la risposta è affermativa bisogna mettere alla prova la logica, non per dire che la logica non funziona, ma proprio per pensare se possano esistere modelli logici diversi da quelli basati sulla non contraddizione formale. È anche da queste domande che nascono le teorie dei “mondi possibili” e insomma in questo senso la trilogia di Ritorno al futuro e certe curvature di Inception non sarebbero che un’applicazione di quegli antichi dibattiti.
Insomma per i credenti la settimana santa è certamente motivo di meditazione religiosa e esistenziale, ma per tutti gli altri potrebbe essere occasione di riflessione su quanto complessa sia la storia dei rapporti tra saperi, tra ricerca  e credenze e in fondo tra esistenza e conoscenza.

Il vitello d´oro di Magdi Cristiano Allam

L´articolo con cui Magdi Cristiano Allam annuncia di non credere nella chiesa cattolica e di lasciare il cattolicesimo colpisce per la sua integrale politicità. Non c´è alcun rilievo teologico, se non quello – completamente errato – della presenza di due papi, che sarebbero entrambi e contemporaneamente vicari di Cristo.

Non c´è un dogma, un dato di fede, un elemento dottrinale. Quello che Allam rimprovera alla chiesa cattolica è in particolare ciò che egli chiama il relativismo religioso, il riconoscimento dell´Islam, il non combattere contro la sottomissione dell´Europa all´Islam, addirittura l´accoglienza degli immigrati e il suo essere contraria alla nozione di Nazione come identità da preservare e l´essere favorevole all´abbattimento delle barriere nazionali. In sostanza Allam non crede più al fatto che la chiesa romana sia portatrice divina di un´ideologia particolare, che è  poi quella di Allam stesso.

C´è evidentemente un elemento idolatrico nel pensiero di Allam, cosí come lo esprime, in un senso pienamente umano, che però ha addirittura un valore profetico, che ci fa comprendere qualcosa di interessante.

Questa coincidenza senza residui tra una visione e un´azione integralmente politica del religioso e la loro attribuzione alla volontà di Dio, questo fare del proprio progetto la divinità propria e di tutti, è uno dei polmoni della storia della chiesa e delle chiese, è un´esperienza che i testi sacri e il religioso fanno affiorare di continuo: il vitello d´oro, il Messia come liberatore politico, Barabba, i re che il popolo si dà senza curarsi di Dio. L´idolatria è sempre al cuore dell´esperienza ebraico-cristiana, in modo ineliminabile.

Ad Allam interessa, non da ora, la sua ideologia, il suo progetto di salvezza dell´Occidente, il suo proposito di preservare una specifica cultura. E ha voluto attribuire questa fede e questa visione integralmente politica e culturale al cattolicesimo (e a quanto pare a Dio stesso). Non ci sono veri elementi teologici nella sua scelta di oggi, forse psicologici sì, e rispetto maggiormente Allam adesso che parla di sè a nome proprio – con una scelta che immagino non facile -, che non negli ultimi dieci anni in cui ha parlato della sua ideologia in nome del cattolicesimo.

Ma quanti Allam ci sono nella chiesa, quanti professionisti del cattolicesimo che ci spacciano se stessi (e i loro gruppi) come portatori di fede razionale? Quanti ateismi devoti e un po´sordi? Quanti clericalismi laicali e valori contingenti resi assoluti? In fondo Allam un po´ profeta lo è, quando ci spinge suo malgrado a chiederci questo.

Buona domenica delle Palme

In fondo senza le feste religiose non saremmo migliori, anzi: le feste di tutte le religioni e ciascuna le sue, perché ogni festa dice qualche cosa a tutti e non esistono religioni contro l’uomo – come disse una volta mio padre, che sparava – e spara ancora immagino- saggezza a rada intermittenza,  e come mia madre mi ha insegnato da quando mi leggeva le storie di Sansone e Dalila da una Bibbia verde sfasciata (e più o meno negli anni in cui circolava il capolavoro qui sotto). E chi ha il dono della laicità – come me – e mette sempre la coscienza di fronte a tutto, ne ha sempre di cose da imparare.

 

Il popolo e il popolino

Ho letto con interesse un articolo di Popolino, che un po’ enfaticamente si chiede come faccia Obama a fare le cose che fa. Nel post si individua correttamente il diverso sistema di governo, da cui discende un rapporto diverso con la maggioranza parlamentare (che ovviamente non deve dare la fiducia, perché il presidente lo scelgono i cittadini). Poi classifica le possibilità che ha oggi in Italia un governo di reggersi su una maggioranza alle condizioni che conosciamo. Modello neutro: si va a votare ma con questo sistema si ritorna al punto di partenza; modello italiano: ci si arrangia con le larghe intese, con una finta governabilità; modello Scilipoti: si capisce.

Poi ci sarebbe il modello chiamato dall’autore del blog “americano”: presentare un governo di profilo altissimo, con idee così buone da essere accettabili da molti, nella speranza di creare una pressione popolare sui partiti, che si troverebbero così costretti ad accettare un’interlocuzione positiva col governo.

C’è una cosa che non capisco. E cioè perché non si vada fino in fondo, e perché non si accetti l’idea che i cittadini possano eleggere l’esecutivo. Non c’è bisogno di un sistema radicalmente presidenziale come quello americano, ma ci sono sistemi misti che si sono dimostrati efficienti. Chi segue questo blog sa che in particolare mi riferisco al semipresidenzialismo francese (per esempio l’ho detto qui  proprio a proposito di queste elezioni e qui sembra un’obiezione anticipata a Popolino, poi qui e in molte altre occasioni).

Certo parliamo di soluzioni per un futuro, magari prossimo, ma mi pare una battaglia di sinistra quella per cui ai cittadini si dà la possibilità di scegliere liberamente chi li governerà e non solo chi li rappresenta in parlamento. A ben guardare moltissimo  in questi anni ci spinge in quella direzione, dal ruolo che si è preso Napolitano, al governo delle regioni, alle stesse ipotesi di leggi elettorali alternative. Basta solo il coraggio di un passettino in più, che armonizzi tutto il sistema. La soluzione all’americana di Popolino è in realtà un misto tra i tre modelli di cui parla, con una forte dose del secondo e del terzo e in più l’ipotesi (francamente inquietante) della pressione popolare. Si tratta di un espediente per questo tornante politico, mi rendo conto. Ma forse al popolo la libertà e la responsabilità di scegliere davvero il governo, e da sinistra, bisognerà pur darla.

Quello che ho capito io

I grillini non se la sentono di governare. Capiscono di non essere in grado. Chiedere al presidente della repubblica un mandato politico per un governo M5S senza indicare un nome (figuriamoci poi i ministri) è la classica proposta alla quale non si può dire di sì. La faccia è salva.

Quello che chiedono davvero è la presidenza di due commissioni parlamentari. Lo chiedono alla persona sbagliata, perché le commissioni parlamentari le fa il parlamento, altrimenti sarebbero commissioni presidenziali. Ma è evidente che Grillo non può parlare con Bersani & c., perché ha questa idea che parlare in parlamento sia solo un’inferenza etimologica, e allora parla al presidente perché Bersani intenda. Se lo stile politico di Grillo è questo allora è un misto di giacobinismo e ipocrisia, ma non importa. Il punto è che se Bersani si chiama fuori e ha la generosità e la creatività di trovare un nome terzo, secondo me il governo si fa, con i grillini che fanno finta di non esserci. (Altra cosa è che ci convenga davvero avere un governo nato logorato).

Sarà il papa degli increduli

Un costante accento sulla misericordia (anche nel motto papale), il rispetto esplicito per i non credenti, con quella rinuncia alla benedizione solenne ai giornalisti in favore di una benedizione per tutti “rispettando la coscienza di ciascuno”, l’invito a vigilare sui propri sentimenti e custodire se stessi come atto di responsabilità sociale: i primi discorsi di papa Bergoglio sono marcati dall’inclusività.

Sembra che il nuovo papa voglia includere e che si rivolga non solo ai fedeli – come sembrava fare papa Ratzinger, che sottolineava spesso il ruolo della “minoranza creativa” dei cattolici nella società e con una curvatura di forte conservazione -, ma anche e forse soprattutto a quel vastissimo campo di chi non frequenta le chiese e i sacramenti, ma preme inconsapevolmente ai margini esterni dell’esperienza religiosa, un po’ come fece Giovanni Paolo II.

In questo senso papa Bergoglio potrebbe essere il papa degli increduli. Cioè il papa che invita un mondo vastissimo a non temere la tenerezza, terreno comune e di possibile accesso al religioso e all’umano insieme, e che segue quel filo sottile per includere e per mettere in comune. Un papa degli increduli e degli agnostici? Mi viene in mente un dibattito di qualche anno fa, sulla differenza tra atei e agnostici, messo in moto da una frase di Ratzinger, secondo cui l’agnostico e l’ateo sarebbero assimilabili in quanto entrambi vivono come se Dio non esistesse.

Ruini, allora capo della Cei, chiosava la frase di Ratzinger, secondo cui “l’agnosticismo è un programma irrealizzabile”, denunciando il fatto che l’ atteggiamento più diffuso tra i non credenti  non  fosse l’ ateismo, ma l’ agnosticismo, “che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile” e che quindi porta a vivere “come se Dio non esistesse”. Era una visione esclusiva, basata a mio avviso su una definizione stretta e fuorviante di “razionale”, un’equiparazione che mostrava un sincero disinteresse nei confronti dell’incredulo e dell’agnostico.

Ma l’incredulo non è un ateo (e l’agnostico neppure), perché il dubbio su Dio non ne esclude l’invocazione. L’agnostico e l’incredulo hanno questo di differente dall’ateo, che si tengono aperta per tutta la vita la possibilità di invocare Dio, almeno una volta. Il che, a mio avviso, è vivere come se Dio esistesse. A questa sterminata moltitudine di persone che di fatto vive come se Dio esistesse, in questo senso molto particolare, Bergoglio sembra voler dire qualcosa.