Non è il processo di Frine

Tra streaming di direzioni nazionali e discorsi in diretta dal Parlamento, una cosa risulta evidente: i nostri politici non sanno fare discorsi. Lo nota sconsolato anche Francesco Costa, che parla di mediocrità oratoria. Non solo discorsi pieni di luoghi comuni e senza nessuno scarto creativo, ma addirittura fatica a stare nei tempi, pur leggendo foglietti e sapendo bene quanto è il tempo permesso. Avevo scritto, un paio d’anni fa, un post intitolato “Chi ha paura della retorica”, che voleva appunto mettere a fuoco il problema dell’importanza del linguaggio nel dibattito politico (con anche alcuni video che esemplificavano il discorso). Ne riporto l’inizio e il link al seguito:

Non c’è un altro paese che come l’Italia abbia paura della retorica e accusi ogni discorso che si stacchi minimamente dall’ordinario di essere retorico. Non c’è scampo. Si parla dei 150 anni? Retorica. Si parla d’Italia e delle sue possibilità? Retorica. Certo pesa ancora culturalmente l’abbuffata fascista, che ha distrutto in un solo colpo il paese e la retorica nazionale. Tuttavia ci abbiamo messo del nostro, coltivando sostanzialmente un’idea della retorica molto simile a quella del “Processo di Frine”, qui di seguito (da vedere almeno il primo paio di minuti e la conclusione dal minuto 7.15)

Per il seguito del post clicca qui.

Il jumping the shark delle nostre istituzioni

Chi era un bambino negli anni ’70 e negli ’80 si ricorda l’episodio (in due puntate) di Happy Days in cui Fonzie accetta la sfida di saltare con gli sci d’acqua trainato da un motoscafo su uno squalo bianco. Secondo alcuni l’episodio del jumping the sharkk – uno dei più visti – segnerebbe il declino della serie, perché indicherebbe il punto in cui la creatività si è esaurita e vengono meno le idee, avendo ormai provato tutte le soluzioni e le combinazioni del concetto originario della serie.
Il governo Pd-Pdl è un po’ l’episodio jumping the shark della repubblica parlamentare, così come l’abbiamo costruita. È la prima volta che la trama prevede un governo politico e di legislatura con i due maggiori partiti storicamente contrapposti.
Questo tipo di parlamentarismo che prevede solo il voto diretto per il legislativo e che formalmente non consente mai di sapere come sarà composto l’esecutivo, non ha mai funzionato, non è mai stato efficiente. La brevità media dei governi italiani non è dovuta a un problema antropologico, a un’incapacità italica cronica, ma al non funzionamento della nostra specifica forma di repubblica parlamentare.
Noi non votiamo l’esecutivo, nè direttamente (come nelle repubbliche presidenziali), nè più o meno direttamente (come nel semipresidenzialismo), e neppure nella forma mediata dai partiti che indicano un premier che poi governerà (come nei premierati forti), ma abbiamo un problema anche come repubblica parlamentare dovuto al bicameralismo perfetto.
In un contesto di fragilità di formula ci siamo inventati tutto, e ora siamo al jumping the shark di primarie che non portano a nulla, di scontri titanici che si risolvono in alleanza politica, in populismo olimpionico che trova accoglienza in parlamento.
Si dirà: ma è il risultato delle elezioni. È vero, ma non dimentichiamo che sono le istituzioni che dettano la sintassi della politica e della partecipazione. Se cambiano le istituzioni, o il rapporto tra le istituzioni, cambia il modo stesso di organizzare la politica, il senso di ciò che è significativo e realistico fare o non fare.
Perché dico questo? Perché credo che dovremmo seguire con molta attenzione e con molta pressione il tema delle riforme istituzionali in questo nuovo governo. Va bene cambiare la legge elettorale, ma qualcosa del rapporto tra esecutivo e legislativo va cambiato, tra esecutivo e voto dei cittadini anche. Lo squalo le nostre istituzioni l’hanno già saltato.

Zenone era un dilettante

Qualche paradosso negli ultimi mesi politici lo abbiamo visto – anche fermandoci al lato estetico della questione, e senza voler dare un giudizio politico o entrare nel merito.
Durante le primarie si era detto di Renzi “troppo a destra, vuole accordarsi con Berlusconi”. Per i turchi, ormai non più giovanissimi, era il fumo negli occhi. Risultato? Orfini candida Renzi come premier.
E Renzi però l’aveva detto chiaro: non si diventa premier se non attraverso primarie e voto popolare (mica come D’Alema). Risultato? “Se Napolitano me lo chiede, non mi sottraggo”. E chi gli sbarra la strada? Il 60 % del PD vincitore di primarie? No, Berlusconi.
Il povero Ichino lascia il partito prima delle elezioni perché la linea liberal-democratica non trova cittadinanza. Tutti lo rimproverano: è un partito plurale, che può avere dissenso al suo interno, mica uno se ne va solo perché ha perso una battaglia e si porta via il pallone. Risultato? I dissidenti di oggi, i Civati, i Puppato (i Bindi pure?) – che poi li fanno passare per gli ammutinati del Bounty e invece sono dissidenti perché sono rimasti fedeli alla linea che il partito ha tenuto fino a 15 giorni fa – sono invitati ad autoespellersi (preferibilmente lasciando il pallone). “Chi non vota la fiducia si mette fuori” is the new black.
Letta dice 20 giorni fa che il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile. Spero di cuore che non intenda nel senso che qui non produrrà risultati.
Fassina fa una campagna a testa bassa contro liberal-democratici e inciuci di ogni tipo. Risultato: il partito appoggia un governo liberal-democratico (che comunque non è una parolaccia) e a chi pensano di dare la reggenza, così, tanto per non logorare partito e governo? A Fassina, che alla fine voterà la fiducia al governo multicolore con il Pdl e il silenziatore Monti.
La politica è realismo, certamente, e bisogna anche fare i conti con un risultato elettorale davvero difficile (io sono tra quelli che si augurano, a questo punto, un sensato successo di Letta), ma qui sembra Matrix (il film), o un’opera di Escher.
I militanti si stanno spostando in massa verso il manicomio, i simpatizzanti si dividono in due classi: gli apocalittici (quelli che rispondono “tanto vince Berlusconi” anche quando chiedi l’ora) e i disintegrati (“Ma che ne so, non ci capisco niente. La trilaterale. Se c’era Berlinguer”).
Di Grillo e Berlusconi tacere è bello. Del resto per loro il paradosso è esercizio quotidiano. Zenone era un dilettante.

L´uomo come animale politico e parlante – Roma 16 e 17 Maggio

Giovedì 16 e venerdì 17 Maggio, presso l´Ecole Française di Roma (piazza Navona) avrà luogo il primo dei tre convegni di studio in tre anni sul tema “L´uomo come animale politico e parlante. Circolazione dei saperi e delle pratiche tra la Francia e l´Italia medievali”, organizzato da Irène Rosier-Catach, Sonia Gentili, Francesca Roversi Monaco, con il concorso dell´EFR, EPHE di Parigi, La Sapienza di Roma, l´Università degli Studi di Bologna e l´Università di Vienna. Di seguito la brevissima presentazione ufficiale e qui il programma ufficiale..

Il progetto L’uomo come animale politico e parlante nasce dall’incontro tra medievisti di diversa estrazione: letteratura italiana, filosofia politica, storia medievale, filosofia del linguaggio.
In merito al tema della socialità umana il Medioevo eredita indicazioni contraddittorie: l’uomo è per natura un animale politico (Aristotele); è in origine una bestia che approda poi alla dimensione civile e sociale (Cicerone); è un essere perfetto ma asociale che il peccato originale condanna al rimedio della socialità (Agostino). Parallelamente, sul piano linguistico, la parola è il proprium dell’uomo, ma comunicano anche angeli e animali; è convenzionale, ma è anche individuale e volontaria; nell’uomo dipende, di volta in volta, dalla dimensione razionale, affettiva, politica.
Si analizzerà il rapporto tra socialità e linguaggio per coglierne gli effetti sul modo di concepire la comunicazione e la vita associata, la vita solitaria, la felicità.
Questo primo seminario si propone di individuare metodologie comuni per temi multidisciplinari, una prima mappa di fonti, concetti e parole chiave.

L´uomo è giusto, ma il momento è sbagliato

Mi pare molto strano che Matteo Renzi prenda davvero in considerazione la proposta di candidatura alla presidenza del consiglio fatta da alcune parti (tutte?) del suo partito. Sarebbe l´uomo giusto al momento sbagliatissimo per molte ragioni. In primo luogo si troverebbe un´alleanza di emergenza, già fatta da altri, blindata dal presidente della repubblica e dal programma dei saggi, e con due golden share nelle mani di altri, quella di Berlusconi e quella di un qualsiasi gruppo del PD.
Il giorno dopo comincerebbe quel logoramento che abbiamo visto decine di volte, con un depotenziamento reale delle possibilità di Renzi di incidere. Non gli verrebbe neppure concesso l´anno di piena libertà di intervento di cui ha goduto Monti e da un lato avrebbe Berlusconi sempre in sornione agguato e dall´altro una campagna per la segreteria PD che chiunque farebbe distanziandosi da lui (finchè gli stessi che oggi lo invitano a farsi avanti, una volta pronti, gli voteranno la sfiducia).
Come potrebbe del resto Renzi avere un reale margine di manovra in un parlamento di questo tipo, senza alcuna riforma che sia già stata fatta nel senso della governabilità (e che invece forse sarà pronta per la prossima legislatura) e con gruppi e sottogruppi in cerca di riorganizzazione?
Non sarebbe più saggio spingere, da fuori, perché almeno la riforma istituzionale dei saggi sul riordino dei rapporti tra le camere (per me, come è noto, insufficiente), venga fatta? Crede davvero di poter riformare l´Italia in queste condizioni e con questa geografia parlamentare? Spinga da fuori, per ottenere ogni riforma in più, ogni piccolo passo in più verso un recupero di efficienza delle istituzioni e dei processi decisionali.Ha mostrato di sapere mettere sotto pressione, continui a farlo.
Del resto non è così che Renzi ha detto di volere arrivare al cambiamento, e non è così che l´otterrà. Franco Marini ha detto una cosa giusta e ha dato – forse non volendo -un consiglio utile: l´ambizione va razionalizzata.
E le ambizioni di Renzi rischiano di coincidere con un avanzamento del dibattito e della politica italiana. Sarebbe un peccato disperderle con una mossa sbagliata, perché disperderebbero le attese e le ambizioni di molti. D´altra parte la storia personale e politica che sta raccontando funziona proprio perché è performativa, cioè produce ambizioni collettive nel momento in cui organizza quelle proprie. Senza passare attraverso il voto, senza un autonomo programma di governo e un disegno creativo di riforme, senza un atto ulteriore di coraggio nell´esprimere l´ambizione collettiva a cambiare il paese, Renzi rischierebbe di fare necessariamente un Amato delle nuove generazioni. Non sono Jack Kennedy, per definizione, e forse non ho capito nulla (ma Machiavelli invitava a valutare quali occasioni sono buone e decisive e quali sono abbagli dovuti all´irruenza di un progetto o di un carattere), però io non accetterei la proposta.

A prestar denaro non si fa peccato

Il mio pezzo di oggi per Il Sole 24 ore, sulla nuova edizione del De contractibus di Olivi:

Sembra passato un secolo da quando George Bush jr sintetizzava, pochissimi anni fa, la dottrina economica dei “neocon” americani e la linea della sua amministrazione con la formula di “capitalismo compassionevole”, associando cioè all’esigenza di libertà e quasi deregolazione del mercato non un sistema di regole e difese, ma un dovere di “compassione” sociale nei confronti dei più svantaggiati. In fondo proprio perché associava le due nozioni, quella formula le teneva seccamente separate: da un parte una presunta razionalità competitiva amorale, dall’altra un concetto morale (o moralistico), che ne mitiga gli effetti. La crisi finanziaria mondiale e poi quella economica ci stanno invece obbligando a riflettere sulla natura intimamente e immediatemente sociale, relazionale ed etica dell’economia e della finanza. E in un momento passaggio e di messa in crisi di modelli e paradigmi, come sembra quello che viviamo, anche riflettere sulla storicità delle nostre concezioni può essere interessante e istruttivo…

Il resto nell’edizione cartacea della Domenica de Il Sole 24 Ore (il pezzo al momento non si trova on line).

Italia, pena comune

Napolitano è stato un grandissimo presidente, ma la sua rielezione è il segno di uno stallo del sistema politico e istituzionale senza precedenti. Viene rieletto come riserva – non politica – della repubblica. Ed è stato così per tutte le cariche: il presidente del senato è un importantissimo magistrato, la presidente della camera è una prestigiosa funzionaria dell’Onu, il presidente del consiglio proveniva dall’accademia e da incarichi UE in un governo tutto di tecnici. Di sicuro si tratta di una crisi morale della politica (quella del PD lo è) e del paese, ma soprattutto di una crisi istituzionale che rischia di essere travolgente. Siamo a Hindenburg o alla fine della quarta repubblica francese che porta al cambio istituzionale positivo? Siamo vicini al crollo definitivo o riusciamo nella grande riforma?

Siamo tutti franchi tiratori

Tutto si potrà dire di Marini, rispettabilissimo, ma non che sia una figura che guarda al futuro e neppure al presente, soprattutto per come si è arrivati alla sua candidatura, nè che sia una figura di interesse internazionale, in un settenato che si profila come il più orientato ai rapporti europei della storia della repubblica. Ma Bersani è interessato solo al suo governo, ormai è evidente, al punto da portare la famosa ditta sull’orlo del fallimento. Si è deciso che l’accordo andava fatto con Berlusconi, facendo firmare al notaio un decennio di ingiuste chiacchiere su inciuci e simul stabunt, e non con Grillo, che candidava Rodotà, un uomo di sinistra non “divisiva”, un uomo che sarebbe stato creativamente nel presente. La mossa del cavallo riesce a Grillo, lo scacco lo fa Berlusconi, Bersani è diventato il giaguaro e confeziona una rottura del suo partito e una disfatta elettorale prossima ventura (se il PD ci sarà ancora), ma può sperare nell’incarico di governo che potrebbe cambiare il quadro, ma che non cambierà un bel nulla. Sarebbe bastato aspettare la quinta votazione per eleggere Prodi (ex presidente della commissione europea, non uno qualunque) e con i grillini, oppure proporre da subito D’Alema, indigesto a molti, ma politico nato per svolgere quel compito e miglior ministro degli esteri degli ultimi 20 anni, oppure anche solo scorrere quell’elenco di proposte grilline per farsi ispirare e rilanciare, con un po’ di senso del paese (ma a quanto pare Grasso va bene per gli altri, ma i Grasso degli altri non vanno bene per Bersani). Ci sono ancora alcune ore per rinsavire, dopo speriamo solo nei franchi tiratori e nel cambio di una dirigenza del tutto inadeguata.

A reti unificate

La proposta di bandiera dei grillini per il Quirinale è Milena Gabanelli, sulla cui preparazione e serietà professionale di giornalista televisiva nessuno dubita.  Ma appunto, ed è interessante, si tratta di un personaggio televisivo. Grillo stesso, del resto, deve le sue fortune politiche (in senso ampio), in primo luogo al suo talento televisivo degli anni ’70 e ’80. La rete ha seguìto, certamente, ma è molto strano questo fenomeno per cui la democrazia dal basso concepisce come primo candidato al Quirinale un (autorevole) personaggio televisivo, seguendo il format messo a punto da uno dei più grandi personaggi televisivi degli ultimi 35 anni. Gira e rigira si sbatte sempre lì. L’immaginario è presidiato, anche la rete guarda le reti (tv).