Costi veri e stipendi presunti

I grillini si sono finalmente accorti che 2500 euro non bastano a fare il parlamentare. Speriamo allora che d’ora in poi si cerchi di elevare la capacità dei parlamentari al livello utile a rimettere il paese in sesto, piuttosto che esaurire il dibattito nel tentativo di abbassare lo stipendio all’incapacità dei parlamentari.

Speriamo anche il dibattito sui costi della politica, nel quale siamo impelagati ormai da anni, esca dal tono surreale nel quale s’è cacciato: buvette-mensa, rimborso del treno, assistenti parlamentari o meno. Un dibattito sterile che è servito a nascondare l’incapacità di parlare d’altro.

Sono diffidente anche del dibattito sulla riduzione del numero dei parlamentari. Si invoca l’argomento del confronto con gli altri paesi europei, ma è molto debole, dati alla mano. Inoltre, senza una revisione dei rapporti tra parlamento e esecutivo, sensa un ridisegno complessivo della macchina democratica e istituzionale, tagliare il numero dei parlamentari non è una riforma, è un taglio. Ma di un ridisegno complessivo non parla nessuno. Non è l’inefficienza del sistema rappresentativo e decisionale un costo ben più alto da pagare? Ridurre della metà i parlamentari – senza toccare nient’altro – aiuta in qualcosa? A me non pare. (Volete farlo? Fatelo. Ma non è un elemento strategico).

Più sostanzioso è il problema dei rimborsi elettorali ai partiti. In primo luogo perché si tratta di cifre del tutto sproporzionate, in secondo luogo perché partiti così finanziariamente potenti non sono necessariamente un bene per la democrazia (neppure interna). L’abolizione totale del finanziamento ai partiti non è auspicabile, perché incepperebbe ulteriormente il sistema democratico, ma va fatta una riflessione su come i partiti utilizzano i fondi e su quanti fondi siano davvero indispensabili per fare ciò che un partito deve fare. Ma questo, ancora una volta, sposterebbe il discorso su qualcosa su cui nessuno sembra essere in grado di discutere o voler discutere, cioè sul ruolo sano e positivo che un partito può avere oggi in una democrazia.

E si tratta di un discorso che porta con sè necessariamente anche quello sulle riforme delle nostre istituzioni, non solo dei porcellum o dei doppi turni, ma proprio delle istituzioni. Nei prossimi mesi – per esempio – il Partito Democratico affronterà un congresso, che a quanto sembra vedrà tra i protagonisti per la leadership almento Fabrizio Barca e Pippo Civati. Perché non lanciano loro, insieme ad altri, una discussione ampia sulla forma di partito, che espliciti i modelli esistenti e vada oltre, che leghi la funzione di un partito a un programma di riforma delle istituzioni? C’è o no un problema di efficienza dei partiti che è legato all’inefficienza del sistema istituzionale, che però è determinato a sua volta anche dall’inanità dei partiti nell’immaginare e condurre riforme? Le due questioni si illuminano a vicenda, come credo, oppure no? La politica costa se rimane inefficiente, se non si dà e non ci dà strumenti efficaci. E i suoi costi li paga la democrazia. Parlare solo del pranzo del deputato non ci porta a nulla.

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