Qualche prima considerazione (e due domande) sul documento di Fabrizio Barca

Era da tempo che un progetto politico non veniva proposto nella forma del saggio e della riflessione esplicitamente intellettuale, come nel documento di Fabrizio Barca sul “Partito nuovo per un buon governo”, in cui si trovano legati alcuni veri e propri elementi di antropologia politica, una certa idea dei rapporti tra élite (ma a me il termine pare fuorviante nel contesto del documento) e moltitudine, e anche alcuni temi che mi sembrano derivare dal cosiddetto management della conoscenza.

Un merito indubbio, per il dibattito che ne può scaturire, è che il documento di Barca non ha un posizionamento politico, non si pone al livello delle alleanze, della geografia dell’emiciclo, per così dire, ma intende riflettere su cosa debba e possa essere un partito nel nostro paese, spostando l’asse del dibattito.

Gli spunti sono molti, ma in un post come questo mi limito ad alcune questioni per me interessanti e a un paio di domande.

Barca individua il nesso tra forma-partito e governo dell’Italia. Servono partiti capaci di “incalzare lo Stato”, il che presuppone una separazione netta tra partito e Stato. La forma di partito attuale è per Barca Stato-centrica: la macchina arcaica e arrogante dello Stato è gemella alla forma di partito che si nutre di Stato e che gli impedisce di riformarsi.

È allora necessario rompere questa solidarietà. Bisogna dunque eliminare i finanziamenti pubblici e si deve dare un ordinamento per cui i gruppi parlamentari siano sottratti all’influenza degli organi dirigenti del partito. Vanno separate le funzioni: quadri, funzionari e dirigenti del partito sono diversi dagli eletti.

Si prospettano insomma due funzioni organizzative, due vocazioni d’azione, quella alla creazione, condivisione, passaggio di idee, formazione di opinione, e quella di governo e di rappresentanza politica, legate certamente alla prima, ma autonome.

Qui si pone per me una prima questione. Questa doppia vocazione di ogni partito non dovrebbe piuttosto condurre, allo stesso tempo, a un ripensamento dei rapporti tra legislativo ed esecutivo? Separare il partito dal governo (non solo dallo Stato in astratto) non sarebbe più efficace con una doppia elezione, del parlamento e dell’esecutivo, dopo averne ridisegnato i rapporti? Non sarebbe forse più semplice raggiungere quell’obiettivo di “sperimentalismo democratico” di cui parla Barca con una nuova forma di governo? I partiti hanno una certa forma anche perché lo Stato ha una certa forma.

Il secondo punto forte è la visione che ha Barca del partito, così slegato dallo Stato, e l’antropologia che la sorregge. Per Barca l’errore dell’opzione socialdemocratica come di quella liberale è stato pensare che le decisioni collettive potessero essere prese da gruppi ristretti. Sia che si parli di tecnici, sia che si parli di élite politiche, è un errore grossolano pensare che “alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse”. La conoscenza necessaria a prendere alcune decisioni strategiche nasce dal “confronto e conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.  E ancora: “…indipendentemente da ogni giudizio di valore, la conoscenza sul che fare, sulle soluzioni disponibili, sulla loro rispondenza alle preferenze dei cittadini, sulla loro appropriatezza al contesto non è detenuta da pochi, ma è piuttosto dispersa fra una moltitudine di individui. E più spesso ancora, questa conoscenza non pre-esiste ma scaturisce ex-novo – innovazione imprevista – dall’interazione, ovvero dal conflitto, all’interno di questa moltitudine, purché gli individui confrontino le loro informazioni disperse e i loro diversi interessi in modo aperto e ragionevole e siano garantite, da tutte le parti riconosciute, le forme del conflitto e del procedere della democrazia”.

Il punto filosofico-politico del documento, molto denso per le implicazioni e la visione di società che implica, risiede proprio in questa sorta di intelligenza sociale, che va organizzata, ma nei confronti della quale bisogna mettersi in atteggiamento di apprendimento. È da qui che discende il modello di partito, e la sua capacità di “mobilitazione cognitiva” (l’espressione non è delle più felici), che è articolato come una sorta di organizzazione delle conoscenze (con alcuni degli strumenti tipici del knowledge management, a me pare di capire).

Il ruolo dei quadri e dei funzionari di partito non è allora quello di gestire un potere o una burocrazia, ma di dare sostanza organizzativa a questo “sperimentalismo democratico”. È così che tutti i partecipanti al processo, militanti, simpatizzanti, ma anche cittadini interessati ai temi dibattuti, assumeranno il ruolo che un tempo veniva attribuito alle avanguardie.

Dunque si tratta di un ruolo nuovissimo per i quadri e di un’organizzazione complessa, ma anche di un protagonismo nuovo per i militanti e i cittadini.

Non è possibile qui prendere in considerazione gli elementi più propriamente filosofico-politici del punto, sarebbe però molto interessante, ma va posta almeno una domanda di altro genere. Il modello organizzativo di questa forma di partito è dispendiosa, anche perché necessita di continui aggiustamenti e di una moltiplicazione dei quadri. Una cosa è gestire un potere burocratico, un’altra cosa è gestire seriamente un processo di formazione di idee e di “che fare” continuo (altrimenti si ricade nell’evanescenza della rete): è compatibile questa forma con una rinuncia al finanziamento pubblico? Non sarebbe meglio ridimensionare certo il finanziamento, ma soprattutto cambiare le modalità di accesso da parte di circoli e quadri alle finanze del partito?

Quella di Barca è una proposta interessante, perché radicale, ma che genererà necessariamente resistenze e mugugni. Sarebbe però un risultato rilevante se il documento riuscisse a imporre il dibattito sulla forma-partito e il nodo del governo di un paese, uscendo dalle secche del continuo solo dibattere di leggi elettorali.

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5 thoughts on “Qualche prima considerazione (e due domande) sul documento di Fabrizio Barca

  1. Sulla prima domanda posta da Briguglia. sicuro che invece lo Stato abbia una certa forma perchè i partiti ne hanno una? da anni andiamo dietro ad un concetto di democrazia maggioritaria e presidenziale ritenendo che l’errore del nostro sistema sia una democrazia parlamentare, forma che altrove funziona. se il partito sdoppiasse la sua funzione oltre che la sua organizzazione nascerebbe un rapporto dialettico tra elementi emersi dalle piattaforme di discussione territoriali e verticali ed incaricati di governo. in mezzo ci si troverebbero gli eletti e loro dovrebbero porsi come elemento di mediazione e controllo, ruolo che guardacaso è quello che sostanzialemente dà loro la costituzione attuale. Piuttosto c’è da chiedersi perchè questa autonomia dei poteri nella realtà non abbia mai funzionato nel nostro passato. più che un problema di ingegneria costituzionale credo sia una conseguenza dell’organizzazione monolitica del partito di massa. poi che il partito palestra funzioni, questo è altra cosa. soprattutto non vedo come un partito altamente strutturato e centralizzato possa di colpo ristrutturarsi e decentralizzarsi senza cambiare i propri funzionari non mentalmente ma fisicamente. che poi esistano strumenti per rendere autonomo il parlamento dal governo e che questi strumenti possano essere implementati anche in un sistema presidenziale è per certi versi vero, ma anche un mito. diversi sistemi parlamentari vedono limiti, anche la banale sfiducia costruttiva, che rendono un governo autonomo rispetto al parlamento ma sempre sotto il suo controllo consentendo governabilità e rappresentatività, così taluni sistemi presidenziali falliscono proprio laddove parlamento e governo perdono un legame di reciproca influenza, penso agli USA dove un presidente si ritrova con le camere contro non perchè ha perso al mid term ma perchè una maggioranza repubblicana si è potuta ridisegnare i collegi in modo da poter rivincere più agevolmente. il problema che Barca centra secondo me è creare un partito che divenga luogo fisico di discussione e di azione mettendo al centro gli elettori per riuscire a riorientarsi dinanzi a mutevoli scenari sociali che il partito di massa oggi non coglie. se sostituissimo nel discorso di Barca la parola avanguardie con intellighenzia (nel senso di nucleo pensante e senziente di una organizzazione) probabilmente diversi malintesi si risolverebbero

  2. Attenzione, il documento di Barca non parla di “eliminazione” del finanziamento pubblico ai partiti o di rinuncia da parte del partito al finanziamento pubblico: parla solo di una sua “riduzione” quantitativa, da compensare con una maggior contribuzione derivante dai simpatizzanti e da altre forme di sostegno.
    “Per quanto riguarda le risorse finanziarie per l’attività del partito, queste dovranno venire in misura prevalente dal contributo volontario di iscritti e simpatizzanti, attivi nell’azione del partito, integrate in modo regolato e controllato da contribuzioni di altri soggetti. Il finanziamento pubblico, ulteriormente ridotto nel volume, dovrà essere rivisto nelle modalità di raccolta e impiego e accompagnato da forme adeguate di controllo interno e esterno, nonché da una normativa per il conflitto di interesse che riduca lo squilibrio competitivo fra le formazioni politiche” (pp. 43-44).

  3. Ho letto il documento e lo sto ancora masticando. in effetti la parte rivoluzionaria mi sembra proprio il senso organizzativo del partito più che il cosiddetto addendum. la questione del finanziamento mi pare secondaria. il documento chiaramente dice che il partito si sostiene sulla base di un finanziamento privato che non è esclusivo, ma preponderante. interessante mi pare di più il ruolo che si richiede ai cd quadri, i quali in sostanza debbono abituarsi a trovare una sintesi tra le posizioni che emergono sul territorio e non semplicemente a creare un confronto. di questo il PD ha certo bisogno visto che ha più volte dimostrato non solo di non leggere la realtà, ma soprattutto di non riuscire mai a trovare una quadra sul fare. ciò che si suggerisce è ambizioso perchè comporta la necessità di un cambio diprospettiva radicale per il PD, ma anche perchè si pone lo strumento per creare in vitro una classe dirigente diversa capace di essere recettiva, ma anche di reggere il confronto, un confronto che non si regge su antinomie ma su valutazione critica delle posizioni, che non premia il purismo ma la sintesi fin dal livello più basso ed anzi partendo da questo livello. il limite del documento sta piuttosto in come vengono delineate le posizioni di Barca, il cui linguaggio non è affatto semplice. ciò impone la necessità di discutere, ma anche e soprattutto di spiegare e diffondere, con il rischio che in momento come questo il tentativo di Barca non venga compreso e passi per l’ennesima lectio intellettuale. se si fossero impiegate anche 100 pagine invece di 50 utilizzando un linguaggio più semplice ed esemplificato il senso del messaggio sarebbe stato messo alla portata di coloro, operai, impiegati comunque persone non necessariamente in possesso dei requisii culturali minimali per orientarsi nel testo, a cui l’autore vuole guardare per il futuro del partito.

  4. Sarà interessante discuterne con Barca stesso. Bisognerà comunque stabilire una gerarchia delle fonti di conoscenza e nei processi decisionali, non necessariamente stabile ma in ogni tempo e luogo definita.
    Ho cominciato dall’Addendum e mi ha molto entusiasmato, ma leggendo il documento intero ho bisogno di molti chiarimenti e sono perplesso. Temo che una visione siffatta abbia bisogno di veri galantuomini, preferisco le cose che si reggono anche con semplici mortali

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