Non limitiamoci al politicamente corretto

Più ancora che il colore della pelle della ministra Kyenge, io trovo rilevante l’accento straniero – in un italiano impeccabile – di due ministre, il franco-extracomunitario di Kyenge, appunto, e il teutonico-comunitario di Idem. L’accento è la traccia sonora e inequivocabile di un fatto importante, cioè la possibilità che la prima generazione di immigrati possa accedere alle massime responsabilità. Sarebbe utile e importante sentire accenti diversi anche nelle università (avete mai visto un ricercatore o un ordinario straniero nelle vostre facoltà?) e nell’industria, ai vertici delle corporazioni. Forse ci arriveremo.
Nel frattempo ci si ripropongono le secche del politicamente corretto, che di certo non contrasta certe sparate di leghisti in cerca di rilancio. Kyenge fa bene a dire “non sono di colore, sono nera”, ma non penso che fosse interessata alla filologia politicamente corretta che mi pare stia montando in queste ore nei social network. Non riduciamo tutto alla politicizzazione o depoliticizzazione delle parole.
Enrico Mentana poche ore fa ha twittato “Sono i fatti che contano e allarmano, non le parole scorrette. I nostri padri li chiamavano zingaro o negro ma ci educarono a rispettarli”. Sono d’accordo sui padri, ma non ci metterei la mano sul fuoco per i bisnonni.
Ma è vero che le parole cambiano di significato (oggi Vianello e Fausto Leali direbbero che i Watussi sono “altissimi neri” e parlerebbero di “angelo nero”, non “negro”, termine ormai razzista, ma non così fino a vent’anni fa), le parole sono sottoposte a pressione continua e certamente non sono neutre di per sè, assumono e perdono connotati politici e giudizi impliciti, cambiano la realtà. Ma limitarsi alle parole, in questi casi di correttezza politica, non deve essere l’unico orizzonte di attenzione (e qui però facevo l’esempio paradossale di un uso dell’espressione “di origine straniera”). L’intervista di oggi sulla Stampa della ministra Kyenge è interessantissima per quello che la ministra dice, ma anche per come la giornalista Flavia Amabile continui a usare “di colore” anche dopo che Kyange dichiara di non essere di colore, “ma nera”. Amabile chiede “In Italia è più dura essere donna o di colore?” e poi “(…)una donna italiana è discriminata quanto un uomo di colore?” e se “fosse stato un ministro di colore invece di una ministra?”. Insomma una sollecitazione linguistica che mi pare vada nella stessa direzione, quella dell’evitare l’ipercorrettismo terminologico. La ministra va al sodo (“sono nera”) e la giornalista anche (“di colore” si può dire, non è offensivo, indica lo stesso punto di cui parla Kyenge). Non riduciamo tutto a questo però, non accontentiamoci di parlare bene e correttamente. L’integrazione ha bisogno di lavoro e pensiero, anche se in questi anni ha già spontaneamente fatto passi avanti notevoli, perché la gente vive insieme e comincia a conoscersi.

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