La repubblica delle nonne e gli illusi di Gramellini

Gramellini oggi commenta opportunamente il dato inquietante secondo il quale il 28% delle persone tra i 35 e i 40 anni ha bisogno di un aiuto economico dei genitori. Quando parlavo, tempo fa, di “repubblica delle nonne” mi riferivo proprio a quel dato e alle sue conseguenze.

La prima, a mio avviso, relativo alla psicologia collettiva, perché una repubblica delle nonne (e delle mamme e dei papà), cioè un paese in cui le generazioni precedenti devono aiutare economicamente le nuove, determina un stato di minorità permanente e un senso della realtà potenzialmente rinunciatario che marca l’intero sistema (portandosi dietro un senso dell’autorità, dell’iniziativa, della responsabilità che è il contrario di ciò che ci servirebbe). La seconda è la drammatica prevedibilità di quello che può succedere quando i figli avranno a loro volta figli che non potranno aiutare e non avranno neppure più l’aiuto della pensione dei nonni e dei genitori.

Non capisco però perché Gramellini debba aggiungere una notazione moralistica e fuorviante come: “Nel mucchio dei percettori di paghette ci sarà sicuramente qualche parassita indisponibile al sacrificio e una percentuale di illusi che si ostina a perseguire un corso di studi o un mestiere che la rivoluzione tecnologica ha confinato nel museo delle cere. Ma la maggioranza è composta da giovani o ex giovani disposti a tutto e condannati al niente. Torrenti di energia ristagnante”.

Chi sarebbero gli illusi che si dedicano a studi o mestieri da museo delle cere? Quali sono questi studi o mestieri? Su cosa si misura l’illusione? Su cosa si misura l’inutilità di dedicarsi ad ambizioni di un certo tipo piuttosto che di un altro in un paese che non dà a nessuno il suo? Oggi un giovane, anche di talento, che voglia fare il giornalista come Gramellini dovrebbe essere considerato un illuso a giudicare da quanto pagano i giornali un collaboratore non assunto, visto anche che non l’assumeranno mai. Chi si volesse dedicare all’editoria – mestiere da museo senza il quale un paese diventa un cimitero – sarebbe un illuso, basta vedere quant’è pagato un correttore di bozze esterno e quanto lavora. Non parliamo di un traduttore dal francese o dall’inglese (che il francese e l’inglese l’ha pure dovuto imparare) per una casa editrice, pagato a forfait con un conto delle ore che non lo porta a fine mese. Immagino che tra gli illusi ci siano anche i ricercatori, gli aspiranti insegnanti, che per 10 anni non hanno avuto un concorso e sono diventati trentacinquenni con le supplenze, alcuni hanno anche pagato due anni di formazione in più fidandosi dello stato (illusi). Non oso immaginare come vengano giudicati gli archeologi, che hanno fatto campagne di scavi gratuitamente, o quelli che capiscono l’arte o la fanno, e alla fine del mese toccano e non toccano, quegli illusi che hanno studiato come far fruttare i beni culturali e fanno i volontari nei musei – e poi si dice che l’Italia senza cultura non va da nessuna parte.
Mestieri da museo delle cere e illusi, in altri paesi spesso li chiamano talento, ambizione e organizzazione. Nel disastro generale, cerchiamo di rispettare anche loro.

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One thought on “La repubblica delle nonne e gli illusi di Gramellini

  1. Concordo profondamente, Gianluca, anche se sospetto che Gramellini abbia espresso – malissimo, e come noti tu in maniera moralistica e fuorviante – un concetto anche condivisibile: cioè, il fatto che vengano utilizzati criteri di “aspettativa” rispetto alla risposta che il mercato del lavoro offrirà al tipo di formazione che scegliamo poco realistici. Voglio dire: nonostante i riassestamenti del mercato del lavoro, alcuni percorsi di formazione professionale garantiscono ancora una spendibilità maggiore rispetto ad altri (il solito esempio dell’ingegnere e dell’archeologo, per dire), ovviamente al netto di capacità, inclinazioni, disposizioni e aspirazioni – e anche al netto dell ricadute “sociali” che le varie occupazioni hanno. Non voglio fare un discorso troppo semplicistico; penso, però, che ci siano in giro ancora moltissime vittime di un certo tipo di idealizzazione e di mediatizzazione del mercato del lavoro.

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