Dismisure

Ezio Mauro su Repubblica parla di dismisura a proposito dei casi di Berlusconi. La parola e il concetto mi trovano d’accordo, al punto che nel libretto 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa tematizzai proprio quella dismisura in un capitoletto ispirato, guarda caso, proprio a un gigante, Morgante, protagonista di un poema comico rinascimentale. Il mio libretto è stato scritto quando ancora di Ruby nessuno sospettava neppure l’esistenza, ma la dismisura era già la grammatica e il linguaggio politico del fenomeno berlusconiano. La soluzione stava nella puntura di un granchietto…
Il libro, che a me pare ancora molto attuale, lo trovate qui. Una presentazione del libro qui.

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A proposito delle dimissioni di Josefa Idem

Non capisco la fretta di far dimettere Josefa Idem. Non dico che sia sbagliato, dico proprio che non lo capisco. Non lo capisco perché non mi convince la dimensione “simbolica” delle dimissioni in un contesto simbolico, come quello del governo Letta, che è impazzito.
Se ho ben capito Idem ha fatto un ravvedimento operoso sull’Ici/Imu (legale), si è avvalsa di una legge al comune di Ravenna (legale) e forse ha commesso un abuso edilizio (non legale, ma di che entità?). Niente di tutto questo è stato oggetto al momento di accertamenti che possano dirci di più.
Ha senso bruciare all’istante un ministro e una persona per questioni di questo tipo? Forse mi sbaglio, ma a me pare una maldestra savonarolata, che scaturisce da una difficoltà costitutiva. Si vuole dimostrare che il governo è integerrimo? O forse che è integerrimo il PD? Che non c’è una doppia misura?
Ma la doppia misura di fatto c’è. Mi chiedo se per una questione di questo tipo si sarebbe scaricato anche un ministro o un sottosegretario “politico”, un politico del PD di professione, uno con le tessere, con la corrente, uno da cencelli interno, uno che pesa al congresso. Me lo chiedo.
Mi chiedo anche e soprattutto come, in questo posizionamento di simboli, si possa fare convivere una decisione tanto drastica e immediata con il fatto che la metà dei ministri e dei sottosegretari di questo governo ha praticamente votato due anni fa in parlamento che Ruby era la nipote di Mubarak. Come si concilia l’inflessibilità simbolica nei confronti di Idem con il continuare a dire che “i processi di Berlusconi non hanno impatto sul governo”? Ovviamente questo non vuol dire che siccome questo governo si regge sull’assenso di Berlusconi e sui suoi seguaci, allora si può passare sopra a comportamenti illeciti (se ci sono. E se ci sono vanno visti nella loro entità e proporzione, tenendo i piedi per terra). Le mie sono considerazioni aperte e provvisorie. Ne faccio solo una questione di semantica, di segnaletica, di congruità (senza le quali però anche la moralità pubblica rischia di scivolare in strumento regni).

Chiudere un’orchestra sinfonica nazionale

Certo, ci sono cose più importanti e più urgenti, ce ne sono sempre, ma a me pare che l’idea di chiudere la televisione pubblica e l’orchestra sinfonica nazionale siano momenti che possono segnare un processo di disgregazione sociale inedito.
Ma l’orchestra sinfonica, si dirà, non è certo il primo dei problemi greci ed europei. Forse no, ma la differenza tra una moltitudine dispersa e disgregata di singoli che si arrabattano nel perimetro stretto del quotidiano e che proprio per questo sono inevitabilmente sopraffatti dalla miseria e dalla tirannia dei più forti e un popolo, una società, una comunità, è data anche (non solo) dalla capacità di rispecchiarsi in valori comuni, in un orgoglio collettivo, in un desiderio di bellezza e in un’esigenza di gioia, di elevazione, che tutti sentono, come popolo.
La musica tradizionalmente, nella sua inutilità apparente, ha svolto anche questa funzione, questa capacità di dire “siamo umani, siamo noi, siamo qui, possiamo essere felici perchè siamo nati per questo” e di farlo sentire a tutti.
È uno strumento simbolico, e un fine in sè, che non ha a che vedere con il numero di biglietti timbrati al concerto e che non è uno svago di pochi, ma è una salvaguardia, una garanzia di umanità. Cominciare a tagliare da lì, peraltro con costi relativamente modesti, è un passo che rischia di farci retrocedere (altro che contagio finanziario) da popolo, da società, a moltitudine.

Marsilio moderno homo politicus (la recensione del Sole 24 ore)

Dopo aver avuto notizia delle idee radicali contenute nel Difensore della pace di Marsilio da Padova (ca. 1275/90 -1343), papa Giovanni XXII da Avignone ne bolla l’autore come il peggior eretico del suo tempo. Marsilio è però al sicuro, ha già lasciato Parigi – e quindi abbandonato la sua carriera accademica – e ha raggiunto la corte dell’imperatore Ludovico di Baviera. Anzi è già suo consigliere politico e marcia al suo fianco verso Roma.
Il filosofo e medico Marsilio da Padova diventa subito simbolo di contestazione radicale dell’ideologia papale. La curia pontificia individua nel suo libro 240 pestiferi errori, per lo più riguardanti l’autorità politica della chiesa di Roma.

La recensione al mio libro Marsilio da Padova continua sulla versione on line del Sole, o nell’immagine qui di seguito.
Grazie molte agli amici del Sole e grazie a Thomas Pruegl che ha recensito il libro.

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Il mio nuovo libro

Quando ho scelto di occuparmi professionalmente del pensiero medievale – e non, poniamo, di Hegel – c’erano due cose che mi attraevano particolarmente. La prima è una difficoltà specifica del pensiero medievale (ma anche moderno in una certa misura), e cioè il linguaggio con cui esso si esprime, che è un linguaggio teologico (non religioso, teologico). Anzi, a prima vista ed esagerando molto, sembra che non esista altro che teologia. Per capire quanto filosofiche – e quindi riconducibili a una disciplina per noi familiare – siano le questioni che i vari autori si pongono nelle università medievali (e l’università è una invenzione medievale, prima e altrove non c’era), bisogna quindi farsi carico della sensatezza di quel linguaggio.
Per esempio, quando i maestri medievali si chiedono – e insegnano e scrivono libri interminabili e tecnicissimi – se Dio “possa fare in modo che Roma sia stata costruita e sia stata non costruita”, cioè quando testano l’onnipotenza di Dio, in realtà stanno soprattutto mettendo alla prova il principio logico di non contraddizione, stanno cercando di capire se è possibile pensare una logica diversa da quella classica, se è possibile pensare altri mondi, fatti in modo diverso, e se questi mondi siano non solo possibili, ma anche compossibili.
Oppure quando fanno un esperimento mentale come “se durante l’Ultima cena un apostolo avesse conservato un pezzo di pane consacrato e l’avesse mangiato, come corpo di Cristo, prima della resurrezione, cioè quando Cristo era morto, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o morto?”, non si vogliono togliere una curiosità oziosa, ma cercare di capire che cosa renda un corpo vivo, che relazione ci sia tra vita e intelletto, se il soggetto di una frase abbia senso se si parla di una cosa che non esiste…
Le questioni si possono moltiplicare a piacimento, e viste così si capisce bene che quel linguaggio è una complicazione per lo studioso, ma anche uno strumento in più per capire come nasce un pensiero. Questo vuol dire che va separato il contenuto “razionale” dal linguaggio che per noi non lo è più? No, è vero il contrario. In questo modo si capisce meglio che la “razionalità” è un prodotto storico mutevole, ogni razionalità sta in un determinato “modello” di razionalità, che cambia, e quindi cambia anche la ragione.

L’altra cosa interessante era per me il fatto che del medioevo filosofico si volessero tutti appropriare, nella ricostruzione storica. Per alcuni perché “anticipava” scoperte o teorie moderne, per altri invece perché poteva essere un arsenale di teorie contro la modernità, per altri perché dava sostanza all’irrazionale, per altri ancora perchè costruiva la ragione. Spesso si trattava di posizioni ideologiche oppure “teleologiche”, cioè posizioni che consideravano che il passato avesse una direzione prestabilita, quella che porta a noi, che avremmo il privilegio di aver capito tutto. Ma se c’è una cosa che lo studio del passato ci fa capire, è che in ogni epoca e momento c’è una diversità di opzioni, di possibilità, c’è una ricchezza di pensiero molto più ampia di quanto ci sembri: pensare il passato è ampliare il possibile, non restringerlo; pensare la diversità, discontinuità, del passato, è capire la diversità e varietà nel presente.

Tutti questi elementi mi hanno preliminaremnte affascinato anche nello studio che mi ha portato al mio nuovo libro, su Marsilio da Padova.
Marsilio, pensatore politico, dice cose a prima vista molto moderne, per esempio che il legislatore è il popolo, che il potere sta tutto nel popolo e che l’esecutivo non può uscire dai limiti che il legislatore gli impone. È forse anche il primo a contestare in modo molto articolato e metodologico la trasformazione del cristianesimo in ideologia politica e a disarticolare le teorie del potere per rimontarle come antropologia. Per questo su Marsilio si sono esercitate, tra Otto e Novecento, le ossessioni storiografiche di varie tradizioni: l’ossessione italiana postunitaria sui rapporti tra stato e chiesa, quella francese sulla nascita dell’idea di laicità, quella tedesca sui poteri dello stato, quella anglosassone sulle origini della democrazia. Se oggi in tutto il mondo il pensiero di Marsilio da Padova gode di un rinnovato interesse è anche grazie a questi problemi (che sono più i nostri che i suoi). Io mi sono limitato a cercare di capire il Marsilio medievale, cioè il Marsilio filosofo politico dei suoi tempi, un Marsilio ghibellino che ha capito come le istituzioni siano costruzioni mobili e sempre sottoposte al cambiamento, come le tensioni fra poteri concorrenti siano produttrici di pensiero e di progettualità, come la politica sia un campo di studio filosofico.
marsilio

Cose che capitano

Che ci siano momenti in cui sei stanco, sei all’aeroporto di Parigi dopo aver viaggiato molto, e ti chiedi perché. E non c’è perché. Però stai leggendo un bel libretto, con delle idee, e scritto bene, e ripensi a quante belle cose hai sentito e hai detto nell’ultima settimana in vari convegni, a Barcellona, a Parigi, con amici, colleghi. E anche se sei stanco e non possiedi nulla, nè il futuro, nè il presente, nè una stabilità, una casa, un lavoro forse neppure, nulla, ti senti privilegiato nel sentire e dire parole, nel tracciare idee e seguire i disegni degli altri, nel vedere tanti volti, nel pensare che siamo ancora tutti qui. E in quel momento un viaggiatore che aspetta l’aereo si siede ad uno dei pianoforti messi a disposizione dall’aereoporto e suona una canzone stupidissima come Aux champs elysées come se fosse una cosa jazz e insomma ti assale uno strano senso di felicità, un lampo di felicità – com’è semplice la felicità – che ti devi mettere gli occhiali da sole, perché gli altri non se ne accorgano.

A scanso di equivoci

Io sono assolutamente d’accordo con il fatto che il passaggio da una forma di repubblica a un’altra non sia una cosa che si possa fare a cuor leggero e in cinque minuti e senza aver ben spiegato cosa si fa, perché lo si fa e come lo si fa. I partiti o gli esponenti dei diversi gruppi e aree politiche dovrebbero su queste riforme straordinarie avere la generosità straordinaria di spiegare e organizzare le proprie idee e il dibattito nazionale, senza scorciatoie e senza paure.
Sono anche convinto che alcuni presidenzialisti dell’ultim’ora siano più interessati a sostenere le sorti del governo che a fare davvero la riforma costituzionale di cui parlano (alcuni, non la maggioranza). Penso pure che il rischio che se ne stia a discutere senza poi fare nulla sia concreto. So anche che il semipresidenzialismo non deve per forza piacere a tutti e che non è l’unica alternativa credibile al nostro sistema, che però ha bisogno di un’alternativa.
Ma credo anche che al netto di tutte queste cautele – che sono di opportunità e di contesto, ma che non devono far perdere di vista la svolta che rappresenterebbe una riforma così importante – se il dibattito si vuole fare, va fatto lealmente. Evocare “ducismi”, come paventa Travaglio, situazioni “sudamericane”, come ha detto Bersani, o di sovrani assoluti – sintetizzo Vendola -, a me non pare corretto.
Si può non volere quel sistema, ma se ne può discutere nel merito, con argomenti veri e non “antropologici” (che sono i più conservatori tra tutti gli argomenti). Era questo il senso del mio post Tutte le paure del presidente, che voleva entrare nel merito di alcune obiezioni che nel merito non entrano e che qui ha avuto molti lettori e su Il Post anche molti commenti. E va tenuto presente che quello “emotivo” e delle paure, dell’analisi dei malintesi, della soluzione di contenuti non chiari, è un passaggio utile, in tutte le decisioni pubbliche. In queste paure ci incagliamo naturalmente. Del resto anche Mitterrand accusava De Gaulle di voler introdurre, con il semipresidenzialismo, una vera e propria dittatura. Ed era Mitterrand. Ed era De Gaulle.

Tutte le paure sul presidente

Da due anni insisto in questo blog a favore del semipresidenzialismo. A dire la verità ne ho parlato in tutte le salse: definendolo riforma off topic quando non ne parlava nessuno, evocando Happy days e il jumping the shark di Fonzarelli, ho fatto il verso a Obama avendo in realtà di mira Sarkozy e Hollande. Ora sembra un’opzione possibile.
Le obiezioni che vengono fatte alla proposta, quando se ne parla qui o altrove, sono paure e fraintendimenti che – ne sono certo – ricorreranno anche nel dibattito che si sta aprendo, tra cittadini, movimenti, al bar.
Mi sembra utile raggrupparle, per come le ho intese, e commentarle.

Ma così c’è meno democrazia. No, è vero il contrario. Noi attualmente votiamo solo il parlamento, non votiamo il presidente, non votiamo l’esecutivo. Continueremmo a votare il parlamento, ma anche il presidente, che a sua volta decide il primo ministro e indirizza l’esecutivo. C’è più democrazia anche perché in questo modo il parlamento è più libero di fare bene quello che deve fare, cioè le leggi. Non è ostaggio del governo, non è blindato. Nessuno potrebbe dire: se passa questa o quell’altra legge cade l’esecutivo, come abbiamo sentito in queste settimane. Non solo, ma lo stesso esecutivo non sarebbe più ostaggio del voto di uno o due parlamentari, di un gruppetto o dell’altro. In breve: il sistema è più stabile, la filiera delle decisioni e dei compiti più chiara. Quindi c’è più democrazia, non meno.

Non siamo pronti, non è nella nostra cultura. Pensiamoci un attimo: i comuni e le regioni sono presidenziali. Non semi-presidenziali, proprio presidenziali. I cittadini votano il consiglio e votano il sindaco o il presidente di regione. Addirittura se cade il presidente cade anche il consiglio. Questo ha portato una stabilità molto maggiori alle città e alle regioni. In che cosa non saremmo pronti?

Ci sarebbe un uomo solo al comando. È la paura più diffusa, che evoca l’uomo forte o addirittura – come un politico ha recentemente detto – prospettive sudamericane. A parte che l’uomo solo al comando era Fausto Coppi e non Benito Mussolini, anche questa paura è ingiustificata. Non si tratta di passare dalla repubblica alla monarchia assoluta, ma da un tipo di repubblica a un altro tipo di repubblica, entrambe democratiche, entrambe con sistemi di contrappesi, entrambe con la piena sovranità popolare. Quello che cambia è la filiera delle responsabilità, con la possibilità che i cittadini decidano direttamente chi governa e chi fa le leggi, e non solo chi fa leggi.

È il plebiscitarismo. Non è vero: il plebiscito è quando puoi votare solo sì o no, a una domanda posta da altri, come in un referendum. Votare un presidente vuol dire votare tra molti candidati e molti programmi, vuol anche dire costringere i partiti ad apparentarsi in un programma (c’è un doppio turno), vuol dire necessità del dibattito. Altrimenti non si vincono le elezioni.

Il problema non sono le istituzioni: è la cultura politica dei partiti che ha perso forza. A mio avviso, è esattamente il contrario. I partiti hanno consunto le loro culture perché le istituzioni conducono a quell’esito. A che serve avere una cultura politica quando la capacità di governare e assumere decisioni si impantana in maggioranze precarie, in mediazioni fini a se stesse, in agguati continui, se i partiti hanno tutto questo potere e lo devono usare per interdire le iniziative dei suoi associati, militanti, dirigenti?
La differenza tra un sistema istituzionale presidenziale e il nostro è che lì un bambino può dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente”, qui potrebbe dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente del consiglio in un governo di scopo a tempo con larghe intese”. Le istituzioni contribuiscono a fare una cultura.

Rinunciamo alla costituzione nata dalla resistenza. Non è vero, perché la prima parte, quella dei valori antifascisti e della resistenza non sono in discussione. La nostra costituzione è la più bella del mondo per quello che c’è scritto in quella prima parte, che è la base e il senso della nostra vita comune. Quella parte è intangibile, nessuno saprebbe fare di meglio. Ma la seconda è inefficiente e la democrazia si nutre anche di cose che funzionano e di strumenti per risolvere i problemi.

Ci americanizziamo. No. Gli americani hanno un sistema molto diverso da quello di cui parliamo. Se per americanizzazione si parla invece di “personalizzazione” della politica, allora l’obiezione non regge a una controbiezione. Il nostro parlamentarismo ha portato alla personalizzazione. Berlusconi è impensabile in un sistema semipresidenziale (vedi obiezione successiva) e la maggior parte dei partiti e dei movimenti oggi presenti in parlamento sono in qualche forma personali. SEL dipende dalla personalità di Vendola. La lista Monti. Di Pietro nella scorsa legislatura. Qualcuno pensa che M5S sia un movimento e non un partito personale? Solo il PD non ha questa caratteristica, ma forse perché è una galassia di personalità in conflitto.
È proprio un sistema consunto quello che conduce alla scorciatoia della personalità e non al contributo di una personalità a una cultura politica e di governo più ampia.

Torna Berlusconi. Se nel 1996 avessimo avuto, come avremmo potuto, il semipresidenzialismo, ci saremmo già sbarazzati di Berlusconi. Sì, perché la sua politica fallimentare sarebbe stato punita subito dalla maggioranza degli elettori. Avrebbe fatto la fine di Sarkozy. Ma non solo per quello. Un sistema semipresidenziale obbliga il presidente a tenere conto, voglia o non voglia, delle altre personalità, in base al consenso che essi hanno tra gli elettori. Il primo ministro, in Francia, nominato dal presidente, è stato spesso un potenziale concorrente del presidente. Pensiamo a Mitterand con ministro Chirac, Chirac con ministro Jospin, ma soprattutto Giscard d’Estaing- Chirac e Chirac- Sarkozy. Ve lo immaginate negli anni ’90 e 2000 Berlusconi presidente con Casini o Fini primo ministro? Sarebbe cambiata la storia del centrodestra. (E se negli anni ’90 Prodi fosse stato presidente 5 anni sarebbe cambiata la storia del paese).

Solo qualche mese fa a parlare di semipresidenzialismo erano in pochissimi. In queste settimane da sinistra si sono schierati a favore Prodi, con una lettera molto bella, Veltroni, con un capitolo importante del suo libro, Letta, una nutrita rappresentanza delle correnti del PD, che ha depositato una proposta di legge. Il dibattito è finalmente aperto.