Un piccolo paradosso Anvur sui valutatori della ricerca accademica

Come sa chiunque si occupi di ricerca accademica, l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) ha da poco reso noti i risultati della valutazione dei “prodotti” della ricerca, cioè la valutazione del livello scientifico di articoli, monografie, pubblicazioni, di ricercatori, professori associati, professori ordinari, dipartimenti. Non mi interessa qui fare considerazioni sulla grande importanza di questa operazione (io sono molto d’accordo con quanto scrive Tito Boeri per la Repubblica del 17 Luglio, ma per considerazioni di segno opposto bisogna menzionare anche il gruppo raccolto attorno al sito Roars), ma sono stato attratto da un dettaglio.
Per valutare i prodotti scientifici, l’Anvur ha adottato il sistema di Informed peer review; ha cioè affidato a dei revisori l’incarico di valutare articoli e pubblicazioni. Chi sono questi revisori? Sono opportunamente esperti “pari non dal punto di vista del rango accademico formale, ma della competenza scientifica, accertata dal cv, dalla reputazione, dalle pubblicazioni e dalla presenza, come requisito minimo, del titolo di dottore di ricerca (…)”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che per l’Anvur non conta la posizione accademica – qui peraltro chiamata “rango”, come se si trattasse di un titolo nobiliare -, ma la qualità scientifica. Quindi un ricercatore (il “rango” più basso), purché considerato di livello scientifico adeguato, può giudicare scientificamente un associato o un ordinario. Non solo: anche chi non ha un posto fisso (ma ha un dottorato di ricerca e i requisiti scientifici) – e quindi nella logica baronale non è praticamente nessuno – può essere in grado di giudicare il livello scientifico di una pubblicazione di un ordinario.
Bisogna quindi pensare che ci siano moltissimi studiosi, nel processo di valutazione Anvur, che hanno giudicato pubblicazioni di studiosi di rango accademico anche sensibilmente superiore. Il principio è giustissimo ed è un modo intelligente che l’istituzione (Anvur-Ministero) ha anche per raccontare meglio il mondo della ricerca a chi ne fa parte: in anni come i nostri molti ottimi studiosi non hanno un “rango accademico”, ma viene riconosciuto loro un rango scientifico (ciò che mi auguravo per esempio in una polemica di un po’ di tempo fa).
C’è però un piccolo paradosso in tutto questo. Infatti in questi stessi mesi è in corso una procedura di “Abilitazione scientifica nazionale”, anche questa fortemente voluta dal ministero e dai vari ministri che si sono succeduti. In poche parole, chi voglia partecipare a un concorso per professore associato o ordinario dev’essere “abilitato” a quella posizione. La procedura di abilitazione deve accertare in primo luogo che il livello scientifico del candidato sia all’altezza della posizione accademica richiesta. Oltre a questo, e a seconda delle discipline, c’è una serie di altri criteri aggiuntivi da soddisfare. L’Anvur ha stabilito alcuni criteri quantitativi (numero di pubblicazioni, articoli, monografie, etc.) minimi che ogni candidato deve soddisfare per poter poi essere ulteriormente valutato dalla commissione nazionale per discipline. Il paradosso è dato, a mio avviso, dal fatto che molti candidati all’abilitazione saranno probabilmente stati anche revisori nel processo (del tutto distinto) di valutazione dei prodotti di studiosi del rango accademico a cui essi ora aspirano. Ci saranno – mi pare estremamente probabile – ricercatori che hanno valutato professori associati e ordinari e che ora chiedono l’abilitazione scientifica per il posto da associato o ordinario. Ci saranno anzi anche studiosi che non hanno alcun posto, e che ora aspirano all’abilitazione scientifica, ma che l’Anvur ha già giudicato scientificamente idonei a valutare ricercatori, associati e ordinari. Certo il criterio strettamente scientifico è solo uno dei criteri per avere l’abilitazione, ma non è paradossale che l’Anvur chieda a uno studioso di valutarne un altro di rango superiore e poi gli chieda di sottoporsi a una procedura che certifichi un livello scientifico che l’Anvur stessa gli ha già riconosciuto?

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Senatori, abbiate un sussulto

Caligola per insultare il senato romano nominò senatore il proprio cavallo. Ma ora è il momento che i senatori della repubblica ci dimostrino che non sono solo cavalli nominati dai piccoli Caligola che infestano la nostra vita pubblica. Abbiano un sussulto: chiedano e ottengano le dimissioni del loro vicepresidente. Il cavallo Calderoli può dire (quasi) tutto quello che vuole nei suoi comizi barbari (coperto dall’immunità di cui gode), ma non può fare il vicepresidente del senato. Ci sarà chi lo voterà, benissimo; ci saranno i soliti uomini della statura e della capacità di un Salvini o di un Borghezio che ormai sono entrati di diritto nella commedia dell’arte, come Pulcinella e Colombina, e se ne sono fatti una professione, che faranno la voce chioccia, benissimo.
Quello che non è possibile è che gli altri senatori stiano vergognosamente in silenzio. Si dirà: ma in fondo è un’ipocrisia, non cambia nulla, non verrà meno il razzismo per questo. Se è un’ipocrisia, è un’ipocrisia necessaria, che va pretesa. Le istituzioni sono una difesa della vita associata, sono un barriera contro la disgregazione del cinismo e del “Dio per tutti e ognuno per sè” che porta alla violenza.
Tutto è tollerabile, ogni cinismo politico, ogni tradimento di mandato, ogni magheggio d’interesse, ogni calcolo tattico, ma non l’insulto all’istituzione, non l’aperta ingiuria alla sua funzione.
L’insulto di Calderoli vicepresidente del senato è proprio questo: un insulto al senato e alla sua funzione, uno sfregio agli italiani. È come il disprezzo di Caligola che teneva in così poco conto l’istituzione comune da nominare il proprio cavallo. Calderoli non può più presiedere il senato. Ma dove sono i senatori ora?