Cose che ho capito in tre giorni di Langhe

Ho capito che le Langhe sono le creste un po’ affilate e lunghe di colline ordinate come carte di portafoglio e che le valli tra una cresta e l’altra dispiegano tanti progetti di vita collegati l’uno all’altro da spazi ampi di poderi e coltivazioni; ho capito che se giochi a calcetto a 42 anni suonati dopo 10 di attività fisica nulla puoi anche correre come un pazzo e segnare goal, ma un po’ male il giorno dopo devi stare; ho capito che la terra ha un suo nomos che non c’entra nulla con Carl Schmitt; che un acquedotto romano lo trovi sempre; che si può venire dal Belgio, dall’Inghilterra, dalla Svizzera, e decidere di fare di un paesino minuscolo il punticino di una rete di cose belle (e che riuscirci non è mica scontato); ho capito che il gallo canta prima dell’alba, ma non poco prima, molto prima e ogni quarto d’ora, gli venisse un accidente; che ogni abitante della zona è un vero personaggio e ha una storia da raccontare, sulla tromba d’aria del giorno prima offrendoti una grappa speciale, o anche su quella del giorno dopo alla pompa della benzina, sulla storia di una casa, sul gioco della palla elastica; che c’è gente che fa i suffimigi leggendo libri improbabili; ho capito che l’anno prossimo ci riuniremo più o meno lì in un campeggio tematico con amici e colleghi (soprattutto a giocare e rilassarci e a fare la tela dei punti delle situazioni) e che tutti possono venire e più siamo meglio stiamo.

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