Ancora su Sergio Bonelli

Due anni fa ci lasciava il mitico Sergio Bonelli. Di seguito ripropongo il post che scrissi allora.

Quando avevo 17 anni, un compagno di liceo, con talenti di disegnatore, mi gettò letteralmente tra le mani un fumetto dicendomi “Guarda questo!”. Era l’albo numero 1 di Dylan Dog, appena uscito. L’editore era Sergio Bonelli e noi scoprivamo una maniera nuovissima di fare i fumetti.

Di Tex e i suoi rangers, sempre editore Bonelli, avevo avuto invece contezza per la prima volta a casa dei miei zii (sì Franco, che so che mi leggi, parlo di voi) molti anni prima, ma ancora non sapevo leggere. Imparando a leggere scoprii con Tex che i messicani esclamano sempre “hombre!” e si appellano alla “Virgen del Pilar” quando butta male. Anni dopo, in un anno di studio in Spagna, mi resi conto che esclamare “hombre” è davvero un vezzo di quella lingua e che la Virgen del Pilar esiste, ed è a Saragozza.

Ma il mio preferito fu Zagor, che Bonelli a volte firmava come sceneggiatore con lo pseudonimo Guido Nolitta, fattomi scoprire da un’altra zia, che aveva la fortuna di avere vent’anni negli anni ’70. Per me che andavo alle elementari fu amore a prima vista, peraltro assecondato da mia madre che mi comprò il primo super albo a colori della storia editoriale di Zagor.

Il fumetto era chiaramente influenzato dall’immaginario di una generazione precedente alla mia, un po’ di Mandrake, un po’ di Tarzan, un po’ dello stesso Tex, ma soprattutto cinematografia di tutte le epoche, da Murnau all’espressionismo a situazioni fantascientifiche.

E davvero la foresta di Darkwood, il dottor Hellingen, i trappers, l’avversario druido Kandrax, i discendenti dei vikinghi di una valle inaccessibile per secoli, le decine e decine di personaggi minori di Zagor ci hanno insegnato a immaginare mondi lontani, ma concretissimi, hanno popolato i quartieri nei quali abbiamo realmente vissuto, ma dando una profondità alle loro strade, alle loro insegne, dando all’immaginazione lo stesso statuto di quei colori, di quelle persone, di quegli amici che hanno dato sostanza al nostro quartiere e reso possibile i nostri viaggi.

Sergio Bonelli, che oggi ci ha lasciato, e che per me con Zagor è in certo modo la Milano amata e quel quartiere-mondo, Sergio Bonelli ci ha insegnato a immaginare, ci ha insegnato a sognare, ci ha insegnato in fondo davvero la realtà.

Ci vediamo questo venerdì a Milano

Devo ammettere che ho un po’ trascurato il blog ultimamente. Succede, soprattutto quando sono in Italia o c’è qualche carico di lavoro o di progetti. Però ne abbiamo approfittato per pensare un nuovo layout, che metteremo in linea fra qualche settimana.
Nel frattempo, soprattutto come occasione per salutare un po’ di amici a Milano, c’è la presentazione del mio Marsilio da Padova (Carocci, Roma). Ci troviamo questo venerdì a Milano, alla libreria COOP di via Festa del Perdono (di fronte alla Statale) alle 17.30. Insieme a me ci saranno Carla Casagrande, Emanuele Coccia, Diego Fusaro, Giuseppe Girgenti. Qui sotto l’invito con tutti i dettagli. Chi ha voglia di venire per un saluto è il benvenuto!

invito carocci ter

La merce più ricercata. Una domanda ai candidati del Pd

Un paio d’anni fa scrissi che, a guardarla da fuori, l’Italia è ubiqua (qui l’introduzione a quel libretto), scrissi che è ubiqua perché esistono innumerevoli presenze ideali e concrete nello spazio globale che rimandano ad essa, con più o meno forte intensità.
Vale per tutti i paesi, nell’era della globalizzazione: chi è capace di porsi al di fuori di se stesso, di non chiudersi, di collocarsi al centro di reti mondiali dosando flussi di informazione, di conoscenza, di competenze, di essere presente nell’immaginario globale. E per l’Italia questo vale in un senso ancora più essenziale. Pensiamoci un attimo: non c’è idea nello spazio occidentale che non rimandi in un modo o nell’altro all’Italia.

Certo l’argomento è sdrucciolevole, perché rischia di farci scivolare nel luogo comune di un’Italia sede della bellezza e della creatività che l’ha prodotta. Ma la competizione globale si gioca anche sui luoghi comuni, anzi è sfruttamento di luoghi comuni (che non sono banalità).

Renzo Piano in un’intervista di sabato scorso alla Repubblica, che mi ha molto colpito, ha sintetizzato un pensiero che ormai è di tutti: “Siamo il paese più bello del mondo e la bellezza è oggi la merce più ricercata. Abbiamo immensi giacimenti culturali, una miscela unica di meraviglie naturali e costruite nei secoli, una posizione centrale nel Mediterraneo (…)”.

“La bellezza è la merce più ricercata”. E in un’ottica di storia globale, l’ubiquità italiana è strettamente legata al riconoscimento di questa bellezza, al punto tale che una nozione così apparentemente vaga (e retorica, in certi discorsi) può invece diventare un fattore strategico di sviluppo. È opinione che si sta diffondendo l’idea che ci sia un legame potenziale e specificamente italiano tra cultura, industria, bellezza, economia. Chiediamoci allora: che cosa facciamo per sfruttare questa specificità? Come stiamo lavorando perché l’Italia possa beneficiare dei luoghi comuni associati a bellezza e creatività? Come si disegna un sistema Come sfruttiamo questa ubiquità già riconosciuta, visto che la globalizzazione si gioca anche sulla capacità di essere ubiqui? Come si costruisce un sistema, economico, industriale, culturale, a partire da questo patrimonio dinamico?

Nel dibattito politico il tema sembra però essere ancora un po’ retorico e un po’ troppo ammiccante. Mi chiedo allora, per esempio, se i candidati alla guida del PD, che si stanno ora affrontando e avranno un ruolo fondamentale nelle decisioni dei prossimi anni, considerino la frase sintetica di Renzo Piano (e il connesso tema della proiezione globale dell’Italia) come un orizzonte strategico.
Sappiamo ormai abbastanza bene che cosa pensano del fisco, a chi si ispirano nel ridisegnare il mercato del lavoro, qualcosa si capisce anche (non benissimo però) delle riforme istituzionali che hanno in mente. Abbiamo capito bene il loro posizionamento, che il momento è Adesso, che è Tempo di crederci, che Le cose cambiano cambiandole, ma su questo punto specifico, che però dice molto della capacità di una leadership di mobilitare le energie potenziali di un paese, abbiamo solo accenni. Civati, Cuperlo, Pittella, Renzi (ordine alfabetico) hanno un piano, un progetto, una squadra dedicata, qualche punto di riferimento, una visione della questione che si traduca in strategia concreta? In sostanza: può essere considerata una priorità vera in un loro governo di domani e come si attrezzano a organizzarla? A me piacerebbe che ne parlassero.

I mille volti d’un esilio

Il mio pezzo per la Domenice del Sole 24 Ore di oggi su un bel numero della rivista francese (ma di letteratura italiana medievale) Arzanà. Di seguito l’attacco e sotto la pagina:

Il tema dell’esilio è da tempo al centro di un nuovo interesse tra gli studiosi della cultura medievale, non solo gli storici delle istituzioni – che studiano le trasformazioni della messa al bando nei Comuni italiani – e della letteratura – Dante stesso si definisce exul immeritus –, ma anche della filosofia e della teologia. Del resto la nozione di esilio può essere intesa in un senso anche molto ampio, fino a comprendere una famiglia di significati che include varie esperienze intellettuali della lontananza e dell’allontanamento. Si pensi alla peregrinatio, di ascendenza classica (per esempio il viaggio di Enea e quello di Ulisse), i cui significati si complicano cristianizzandosi, ma sempre legandosi allo spaesamento del viaggio e all’incertezza del ritorno, o alla metafora della navigatio, anch’essa classica – ma come non ricordare anche il bellissimo racconto della Navigazione di San Brandano, in certo modo un allontanamento volontario, ma alla ricerca avventurosa del Paradiso terrestre nei mari del Nord, oltre l’Irlanda. Nel linguaggio teologico la stessa condizione umana è spesso assimilata a quella dell’homo viator, il pellegrino in perenne viaggio verso la vera patria, dopo la cacciata dall’Eden e il conseguente indebolimento delle sue capacità intellettuali, morali e fisiche.

Briguglia_Esilio

Due partiti

Ho seguito nelle ultime settimane, come molti, le varie candidature che si stanno profilando in vista del congresso del PD. A me pare che i due grani modelli ideali, direi affettivi e cognitivi, che si prospettano, sono molto vicini a quei due “sentimenti” di partito che avevo schizzato in un post di qualche tempo fa. Lo ripropongo qui di seguito:

Ci sono molti modi, tra militanti, simpatizzanti, dirigenti, di concepire la partecipazione alla vita di un partito. Probabilmente per deformazione professionale (di non politologo) a me colpiscono due atteggiamenti psicologici e direi morali, o forse due sentimenti, che alludono a due modelli culturali distinti, ma trasversali (quindi non riconducibili alla distinzione tra destra e sinistra).

Forzo (molto) alcune visioni repubblicane classiche dicendo che il primo modello (psicologico, cognitivo e in certa misura organizzativo) assomiglia a quello greco classico (o aristotelico): si è umani perché si fa parte di una comunità, perché si assumono determinati valori, che solo nella comunità e nella partecipazione trovano alimento e terreno in cui radicarsi, si è umani perché si è esseri politici, in questo senso ampio. La città del modello greco è qui sostituita dalla comunità-partito, dalla quale ci si aspetta anche una pedagogia, un progetto di educazione civile e personale, un sistema di riconoscimento forte di inclusione (e di esclusione). Ho il sospetto che molti militanti parlando di “questione morale” intendano in primo luogo un sistema di moralità partitica in questo senso “greco”, manifestando l’insoddisfazione per forme di partito che hanno di fatto sempre meno possibilità di adempiere a questi compiti “pedagogici” e formativi. Il rischio è però il comunitarismo e un riflesso condizionato di conservazione.

L’altro modello è più simile a quello romano classico (o ciceroniano): si fa politica per difendere le istituzioni, perché le istituzioni garantiscono la libertà individuale e collettiva. Il partito è un strumento per garantire se stessi e tutta la comunità, ad esso non si chiede in primo luogo di contribuire a una crescita personale, non si chiede una specifica “virtù” della parte, ma la si considera un passaggio di riconoscimento reciproco per un impegno civile, questo sì virtuoso, che conduca al rafforzamento continuo delle istituzioni che proteggono la vita comune e l’espressione della libertà umana, secondo le specificità di gruppi e interessi diversi e non necessariamente sempre in conflitto. Un problema organizzativo, e culturale, può essere però quello di come ancorarsi a un’identità “di parte”, che è pure necessaria nel sistema democratico.

Sono due “forme” spesso compresenti nella stessa formazione politica e che anzi spessissimo animano il dibattito e il conflitto interno in modo implicito (e quindi non sempre utile) e di cui va tenuto conto – nei prossimi mesi molti partiti rinnoveranno le loro leadership interne -, magari rendendole più chiare e visibili e quindi più produttive.

Ci vediamo a Milano

Ne riparleremo, ma intanto ecco i dettagli dell’incontro di presentazione a Milano del libro Marsilio da Padova (Carocci, I Pensatori, 2013), che trovate in libreria. Con me, Carla Casagrande, Emanuele Coccia, Giuseppe Girgenti, Diego Fusaro. Se volete segnalare la vostra presenza e invitare i vostri amici c’è la pagina facebook, altrimenti ci incontriamo direttamente lì.

invito carocci ter

Nice to meet you!

L’inglese internazionale che si usa nei convegni scientifici, nei progetti di ricerca internazionali, nelle presentazioni dei dipartimenti o dei gruppi di ricerca ha ormai stabilito dei suoi codici di politeness e di convenzionalità che sono certamente molto utili e formalmente corretti. Però ci sono anche dei margini di non detto o di interpretazione possibile. Un dipartimento che si definisca “vibrant”, cioè vivace, stimolante, probabilmente non ha ancora accesso ai fondi di eccellenza (ma ci stanno lavorando), altrimenti si definirebbe “centro d’eccellenza” e tutti capirebbero che è stimolante e pieno di soldi. In Italia i centri di eccellenza nelle discipline umanistiche non esistono, nel senso che non ci sono ancora dipartimenti che hanno accesso a fondi speciali ottenuti in base a parametri di valutazione misurabili (ci sono però i Firb, pochissimi). Quindi dire in Italia che un dipartimento ha delle eccellenze è paradossalmente come dire che è “vibrant”. Restando al lessico dell’inglese internazionale – cioè parlato soprattutto da non inglesi – a proposito di una relazione o di una conferenza, definirla “interesting” equivale un po’ a dire che non si sa bene cosa dire. Se il “very interesting” è seguito a breve giro di sintassi da un “but”, allora il significato è di lieve dissenso. Se seguito da un “I suggest” può essere aperta ostilità o sincera proposta di collaborazione. “Brilliant” riferito a un discorso spesso vuol dire che è quello che ci si aspettava. “Intriguing” che non si sa nulla di quello che è stato detto. “I wonder” (“mi chiedo”) non promette nulla di buono. Un discorso “stimulating” (si usa ma non so se sia corretto) indica che si è d’accordo (e spesso con se stessi, perchè di solito si è sostenuta la stessa cosa in qualche saggio). Un paper che sia “challenging” fa sempre la sua figura. E “charming”, se rivolto da un esponente dell’altro sesso, e in consonanza cognitiva con la radice francese del termine, indica il chiaro retropensiero, inespresso, di un invito a cena.