Aldo Grasso ci segue

Ieri Aldo Grasso sul Corriere della Sera, in un articolo sulle apparizioni televisive della deputata europea Lara Comi , ha citato un pezzo del nostro blog (o meglio sul finire del suo articolo ha citato (virgolettandola) una frase tratta da un nostro pezzo. “C’è chi la descrive – dice Grasso – come una ‘maestra del catechismo che diventa amica di famiglia in un secondo'”.
Mi fa piacere naturalmente che Grasso segua il nostro blog. Il post da cui trae la citazione è Fenomenologia di Lara Comi.

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Privilegi

Ci sono libri molto belli, che ti aprono orizzonti. È un magnifico privilegio poterli leggere per mestiere, o in connessione alla tua attività. Spesso è anche emozionante. Ma è un privilegio che si paga caro.
Leggere libri non ti fa guadagnare soldi: è gratis, anzi ti fa perdere denaro e spesso ti condanna a lavori mal remunerati e instabili, a volte ti costringe a lasciare il tuo paese, come nel mio caso. Nei tempi che corrono rischi anche di beccarti del radical chic o del buono a nulla. Radical chic (anche se di chic hai pochissimo) perché non ti viene perdonato proprio l’aspetto del privilegio, del gioire del comprendere alcune cose direttamente, leggendo fonti, teorie, opinioni informate, che è anche una fatica notevole. Si sa che uno vale uno, principio sacrosanto, e le opinioni di ognuno hanno pari dignità, anche questo verissimo, ma in questi anni nel nostro paese si è affermata la teoria, o forse solo il sentimento, che certo le opinioni di tutti valgono allo stesso modo, ma se leggi per capire, per sapere, per informarti, se hai argomentazioni, se non cedi all’urlo disinformato (almeno non sempre), le tue opinioni valgono meno, appunto perché sei un radical chic, sei uno che non capisce la gente, sei uno snob. E in fondo sei un buono a nulla. Sono battaglie da condurre, queste contro il sentimento chiassoso di chi è disturbato dalla tua fatica, dal tuo lavoro (è un lavoro, eh), contro chi dice di volere valere uno, ma solo a patto che tu valga meno di uno. Ed è giustamente tuo onere aprire spazi di riflessione, mostrare l´importanza del lavoro di ricerca e il suo valore politico, rendere il più possibile inclusive le relazioni civili che partono dalla conoscenza, ma anche ammetterne positivamente i limiti e i problemi, senza intellettualismi. Leggere libri che ti aprono orizzonti resta un privilegio che costa carissimo. Ma quando mi trovo davanti a uno dei miei testi medievali, o davanti a un saggio politico, o a una serie di libri o articoli che mi spiegano la contemporaneità in modi che non pensavo, be’ in alcuni momenti mi pare quasi di essere felice.

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FATE GIRARE!1!

Non c’è giornata in cui sui social non appaiano legioni di grillini e non grillini che dal basso, dove ognuno vale uno, non lancino nella blogosfera notizie, informazioni, argomenti che vanno dalle sirene (una parlamentare), all’11 settembre come inside job (un parlamentare in parlamento), microchip nascosti sotto pelle (un parlamentare), e poi complotti, scie, scandali, vignette, questioni le più disparate e incompatibili tra loro. È un po’ un effetto Voyager tipo questo, che diventa linguaggio politico. Un giorno ci scriverò forse un post più serio (per quanto possa), perché è fenomeno interessante e ci proietta in un mondo in cui meraviglioso e quotidiano si intrecciano. Forse è una nuova forma di governamentalità spontanea, che però ricorda anche alcune paure permanenti della nostra storia più profonda (qui qualche spunto del tutto iniziale). Ma non voglio spingermi troppo lontano, perché non credo di esserne in grado. Certo, si dirà, “ti concentri sugli scivoloni e non guardi il vero dato politico che questa esuberanza rappresenta, cioè la voglia di cambiare e le concrete proposte che arrivano dal basso, dalla rete, dai singoli”. È vero e non voglio minimizzare tutto questo, mi dico però che se un deputato o una persona comune crede ai microchip e al fatto che qualcuno censuri le sirene, senza residui, come elemento di un complotto più ampio, tanto più crederà anche a una serie di altre cose meno confutabili e meno verificabili come il complotto della finanza mondiale, il tradimento di questo e di quello, l’euro come sortilegio tedesco, l’effetto taumaturgico di certe proposte sui conti pubblici, sugli stipendi e gli scontrini. Per ora noto che l’introduzione a qualsiasi argomento fantastico da social, un po’ come a farsi forza, a rassicurarsi della propria indignazione, a schivare quell’ultimo neurone che suggerirebbe un supplemento di riflessione, un po’ a prendere quel respiro necessario che però ti può frenare e che distingue il dialogo e la conversazione dall’urlo, è data quasi sempre dal gruppo seguente di frasi in maiuscolo: “MA DOVE VIVI???”, “SVEGLIA!!!!!”, “PERCHE’ NON CE LO DICONO??!!”, “FAI GIRARE!!!”, “ATTIVA IL CERVELLO”, “VIDEO CENSURATO!!!!” (questa di solito introduce video con 100mila visite, giacente indisturbato da mesi su youtube), “ECCO LE PROVE!!!” (di solito associato a post che dicono qualcosa mettendo alcune parole a caso in grassetto), “FATE VEDERE AI COGLIONI CHE VOTANO PD-PDL PRIMA CHE FB LO TOLGA!!!” (qui di solito è politica, non complotti, non sirene, ma notizie estere). Alcune di queste frasi le hanno notate anche qui, insieme a tutti noi, altre le possiamo aggiungere a piacimento. Il punto è proprio questo: questo tipo di linguaggio mostra qualcosa della realtà o la nasconde? Perché il profilo critico del primo grillismo, quello di una decina di anni fa, si sta trasformando nel suo contrario? Perché si sta passando dall’attacco all’incompetenza alla mancanza di un criterio interpretativo della realtà, di un codice espressivo che faccia da filtro? Non si rischia una degenerazione linguistica che crea la realtà a sua immagine (e peggiorandola)? A me pare uno snodo importante, ma spero e credo reversibile.

Avvertenza: il post è la versione più lunga dello stesso post pubblicato qualche ora fa (ho semplicemente aggiunto alcune considerazioni ulteriori).

Umana cosa…

A volte sembra che la nostra società come tale stia per sfaldarsi, o che sia animata da fenomeni che la sospingono indietro. Al di là delle nostre gioie personali, delle nostre vite, sembra che stia per inclinarsi su un fianco ma non per affondare, bensì per riannodarsi su dimensioni incomprensibilmente già viste o già temute. A me a volte pare che stia tornando il Settecento, con quella polarizzazione tra oligarchie familiari che hanno tutto e plebe che guarda, a volte con il cappello in mano, a volte con gli ammazzamenti, con la vergine cuccia di Parini e i pescivendoli di Porta, con quei dipinti magnifici di nobili e i teschi nelle chiese. Sembra che tutto si stia trasformando in una carne viva indistinta, che può prendere qualsiasi verso, che può retrocedere o avanzare, ma come un’onda. A pensarci bene, siamo sempre a pochissima distanza dal passato, a pochi passi dalle ghigliottine, a un niente dai roghi, a un soffio dalla barbarie. A volte sembra che ci sia una voglia di irrazionale che spaventa, una voglia di credere all’incredibile. È sempre più riconoscibile una coloritura paranoide del discorso pubblico, un complottismo che in alcuni momenti sembra potersi fare guida e che sta pian piano indirizzando i populismi di tutti i colori. Abbiamo cominciato a credere alle sirene, agli uomini falena, ai microchip, ma crederemo agli untori, alle colonne infami, temiamo le epidemie. Certo l’incredibile accesso a notizie e dati in rete ci rende potenzialemnte più forti di fronte ai poteri, ma anche preda massiva di qualsiasi leggenda. Siamo imbevuti di cronaca nera, conosciamo i colpevoli di tutto, senza leggere una carta processuale, ci piacerebbe credere agli avvelenatori di pozzi, alle streghe, se solo qualcuno ci conducesse fin lì. Crediamo al mito dei tedeschi cattivi e dominatori e dei latini ignoranti e cialtroni, crediamo al mercato o all’antimercato come si sarebbe creduto alle forze angeliche o demoniache, portate dal vento, al potere nefasto o taumaturgico dell’euro come alle reliquie di un tempo. Se non ci tenesse uniti il processo europeo, che rende oggettivamente difficili certi scatenamenti, saremmo già a suonarcele. Non siamo diversi dai nostri antenati dei tempi antichi, ma neppure da quelli dei tempi recenti e recentissimi, da quelli che assistevano alle impiccagioni in piazza (altro che Rinascimento: le città rinascimentali pullulavano di morti per le strade), dalle nostre antenate che facevano la calza di fronte alla ghigliottina, ma anche a quelli che credevano di fare le rivoluzioni solo perché sparavano a chi pensava diversamente, pochi anni fa. “Umana cosa è avere compassione degli afflitti…”, scriveva Boccaccio appena dopo la peste, e noi lo pensiamo emozionati, tutti insieme, ogni volta che il format lo consente. A volte sembra davvero che siamo sempre gli stessi. Forse davvero la storia è un fiume tortuoso, che torna indietro, che crea anse, che si impaluda, che si porta dietro tutto quello che ha.

Sono un malandrino anch’io

Mi torna in mente anche questo brano di Pinocchio:

– Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
– Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io, – disse Pinocchio al carceriere.
– Voi no, – rispose il carceriere, – perché voi non siete del bel numero…
– Domando scusa, – replicò Pinocchio, – sono un malandrino anch’io.
– In questo caso avete mille ragioni, – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.

Riflessione minima sul caso Cancellieri

Con molto rispetto per tutti, a me pare se dovesse essere vero che la ministra Cancellieri ha “interceduto” non solo per la Ligresti, ma per centinaia di detenuti, allora non solo non deve dimettersi, ma deve rendere quel sovrappiù di umanità qualcosa di permanente e istituzionale, deve creare un meccanismo ulteriore che funzioni per tutti, anche senza che si rivolgano al ministro. E questo può essere un modo di interpretare e di avvalorare il suo ruolo di ministro, anche con interventi diretti, ma diffusi. Se invece l’ha fatto solo per la Ligresti ha fatto moralmente bene, perché ha salvato la vita di una persona che conosceva, ma in quel caso si deve dimettere al più presto.

Goodbye

Ogni volta che vado in Inghilterra mi accorgo che mi piace molto. Sarà per quella pronuncia che hanno, quegli “hallo” con la “o” che si allunga come la coda di una cometa; quelle York che si pronunciano “Yokk”, quelle Warwick che sono “Worrik”, ma la loro “r” e la loro “w” non sono mute come sembrano, sono piuttosto come dei desideri inespressi, che non si manifestano ma orientano tutto. Sarà per quei cieli grigi e alti che sembrano ferro, quei marroni larghi e quei verdi moquette dei boschi, per quelle stradone di campagna uguali a quelle dei Sopravvissuti, per quel fuso orario che ti distanzia ma non ti dispera. Sarà perché tutti hanno la faccia un po’ come i personaggi dei film di Ken Loach e un po’ come quelli di Spazio 1999 (ma erano inglesi poi?). Sarà per questo o altro, ma io dopo due giorni che sono in Inghilterra mi metterei bombetta e ombrello come l’Alberto Sordi di Fumo di Londra (poi mi viene in mente come si acconcia l’inviato Rai Antonio Caprarica e mi calmo un attimo), addirittura penso che potrei anche accettare l’idea di guidare a sinistra, o di non guidare più, prendere solo il bus a due piani, prendere anche il tè dal bollitore negli alberghi senza pensare “ma figurati se mo’ prendo il tè in camera in albergo”, penso a come sarebbe bello lavorare qui (non che mi sia risparmiato in paesi europei…), a come sarebbe bello respirare quest’aria. Poi, di solito, è già ora di tornare indietro.