Goodbye

Ogni volta che vado in Inghilterra mi accorgo che mi piace molto. Sarà per quella pronuncia che hanno, quegli “hallo” con la “o” che si allunga come la coda di una cometa; quelle York che si pronunciano “Yokk”, quelle Warwick che sono “Worrik”, ma la loro “r” e la loro “w” non sono mute come sembrano, sono piuttosto come dei desideri inespressi, che non si manifestano ma orientano tutto. Sarà per quei cieli grigi e alti che sembrano ferro, quei marroni larghi e quei verdi moquette dei boschi, per quelle stradone di campagna uguali a quelle dei Sopravvissuti, per quel fuso orario che ti distanzia ma non ti dispera. Sarà perché tutti hanno la faccia un po’ come i personaggi dei film di Ken Loach e un po’ come quelli di Spazio 1999 (ma erano inglesi poi?). Sarà per questo o altro, ma io dopo due giorni che sono in Inghilterra mi metterei bombetta e ombrello come l’Alberto Sordi di Fumo di Londra (poi mi viene in mente come si acconcia l’inviato Rai Antonio Caprarica e mi calmo un attimo), addirittura penso che potrei anche accettare l’idea di guidare a sinistra, o di non guidare più, prendere solo il bus a due piani, prendere anche il tè dal bollitore negli alberghi senza pensare “ma figurati se mo’ prendo il tè in camera in albergo”, penso a come sarebbe bello lavorare qui (non che mi sia risparmiato in paesi europei…), a come sarebbe bello respirare quest’aria. Poi, di solito, è già ora di tornare indietro.

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One thought on “Goodbye

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