Buon pop a tutti

In Italia è esploso il pop. O meglio, è esploso un modo di raccontare pubblicamente l’Italia e noi stessi che passa dal pop (qualsiasi cosa voglia dire “pop”). Confesso di aver dato anch’io un (minuscolo) contributo alla pop Italia. In pieno festeggiamento per i 150 anni dell’unità d’Italia, evitando i disfattismi di chi l’Italia proprio non la mandava giù e i sussulti patriottici di chi s’era appena desto, scrissi un pamphlet sul nostro paese il cui primo capitolo s’intitolava “Groucho, passami la pistola”. Complice anche l’irruzione del pop nella politica – che è in fondo la presa di coscienza dell’importanza di immagini, suoni, colori, linguaggi, miti, determinati dall’industria culturale e che fanno parte a pieno titolo della nostra vita individuale e collettiva – anche il decantatissimo passaggio generazionale assume necessariamente delle curvature pop e forse la generazione dei quarantenni è la prima a rispecchiarsici collettivamente senza dover giustificare il passaggio tra un alto e un basso della cultura. Non ci sono nè apocalittici nè integrati. Al traino di questo fenomeno e soprattutto delle sue implicazioni politiche – in principio era Civati (con Carzaniga), che rifletteva sull’Amore ai tempi di facebook, poi sono arrivate le Leopolde di Renzi che hanno dato al pop il ruolo politico che gli pertiene (e se la destra fosse in crisi perché non abbastanza pop? Non abbastanza in sintonia con una generazione che nata nella televisione l’ha politicamente disinnescata e neutralizzata?) – sono ora in libreria due libri molto leggeri, per così dire, che stanno però spopolando e che raccontano la svolta generazionale attraverso il nodo pop, da Sandokan alle cinture del Charro. Uno è quello di Andrea Scanzi, che ha un titolo paradossale, Non è tempo per noi, laddove è invece proprio il nostro tempo, e un sottotitolo Quarantenni: una generazione in panchina di cui non resta traccia nel libro, che è più che altro una lista di ricordi appunto pop di cui si fa fatica a trovare il costrutto. Una specie di Anima mia di Fazio, ma alla spicciolata, e con un piacere per la scrittura twittata che è difficile seguire per troppe pagine. L’altro è il libro di Aldo Cazzullo, Basta piangere!che segue la stessa dimensione amarcord, ma con un ottimismo un po’ candido e a volte un po’ moralista. Finisce con l’invito a non usare più l’espressione impersonale e distanziante “in questo paese…”, ma almeno “in questo nostro paese…”. Feci anni fa in questo post l’identica proposta e quindi sono molto d’accordo. Superpop e molto ben scritto è anche il libro sull’Italia di Claudio Giunta Sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, in cui il presente è visto anche attraverso i riferimenti a un passato prossimo fatto di Fantozzi e Radio DJ. Del resto il pop, come autoriflessione, è pervasivo. Nessuno crede davvero alla polemica sul Fabio Volo scrittore – a quanto pare bravo – e la Lettura del Corriere della Sera parla (giustamente) dei broccoletti di Fabio Volo, mentre la Domenica del Sole 24 Ore fa addirittura esperimenti di twitsofia. Se Diogene fosse vivo, avrebbe certamente un account di twitter. D’altra parte anche la filosofia, disciplina concettuosa per eccellenza, per alcuni può essere anche pop. Da qualche tempo esiste in Italia un bel Festival di Popsophia. La direttrice, Lucrezia Ercoli, dirige anche una collana di critica popfilosofica. Dico la verità, io, umile medievista, non ho ancora del tutto capito come si definisca la popfilosofia, e il saggio di Umberto Curi, studioso serissimo, che apre la collana non mi ha convinto sul fatto che Platone fosse pop, ma in futuro mi farò trovare più pronto. Forse ha ragione Emanuele Coccia: il bene è nelle cose. Lo spiega in un libretto da pochissimo uscito in Francia e che appena uscirà in Italia sarà criticatissimo, perché per una volta tratta delle cose e della merce senza considerarle dal punto di vista marxista dello sfruttamento e della produzione, ma solo da quello della fruizione e di come arricchiscano la nostra esperienza. Insomma c’è di che riflettere, ma anche da vivere, da guardare, da ascoltare, da parlare, da cercare di capire un mondo che cambia sempre, che svolta sempre. Buon pop a tutti.

Ascesa e caduta di un riformatore

Il mio pezzo di oggi per la Domenica del Sole 24 Ore, su Girolamo Savonarola e due libri appena usciti che parlano di lui:

Tra quanti assistettero al rogo di Girolamo Savonarola e di due suoi fedeli frati domenicani, in piazza della Signoria a Firenze il 23 maggio del 1498, probabilmente in molti si aspettavano ancora un atto clamoroso, una prova eccezionale che mostrasse la verità e il senso delle sue profezie su Firenze, la nuova Gerusalemme.
Così almeno annota nel suo diario Luca Landucci, testimone prezioso di quegli accadimenti e fonte importante per la ricostruzione dei fatti fiorentini del tempo. Non è l’unico a interrogarsi sull’eccezionalità della figura di Savonarola e sulla straordinarietà degli eventi profetici e politici che lo videro protagonista.

Il resto dell’articolo è qui.

Buon Natale

Natale in fondo vuol dire nascita. E quanti sono nati quest´anno e quanti nasceranno l´anno prossimo. È la loro festa, ma è anche la festa di tutti, perché in fondo tutti nutrono un desiderio e un’esigenza di rinascita, sempre. Buona nascita allora, e buona rinascita. Buon  Natale.

I Romani re del mondo

Qui di seguito l´attacco del mio pezzo uscito ieri per il domenicale del Sole 24 Ore sull’edizione della Monarchia di Dante a cura di Paolo Chiesa e Andrea Tabarroni per l’editore Salerno. Il resto dell’articolo nella foto a seguire (basta cliccarci sopra e s’ingrandisce), anche se la qualità dell’immagine non è ottimale.

“Costui, con le sue invenzioni e finzioni poetiche, mettendo in campo delle puttanelle da teatro – per dirla con le parole con cui la Filosofia consolava Boezio -, con dolci canti di sirene inganna non solo gli spiriti deboli, ma anche chi è più avvertito, portandolo alla distruzione di quella verità che è fonte di salvezza”: l’energico frate domenicano Guido Vernani, tra il 1329 e il 1334, non esitava ad apostrofare in questo modo Dante, morto da pochissimi anni, e la Commedia, che erano già oggetto di ammirazione generale. Ma non era certo la finzione della Commedia a preoccupare il colto e avvertito domenicano, bensì la concretezza della Monarchia, l’opera politica di Dante. Per Vernani è infatti la Monarchia che mescola poche verità e molte falsità, che usa un linguaggio apparentemente scientifico, un argomentare logico e stringente, ma che in realtà confonde i piani, seduce con i propri assunti, manipola la verità.

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Uscire dall’euro con la sola imposizione delle mani

Grillo e Salvini hanno un singolare vantaggio nelle prossime elezioni europee: non hanno una linea politica sull’Europa.

A parte l’uscita dall’euro, di cui parleremo, qualcuno saprebbe dire quale sia il pensiero politico di medio-lungo, o anche breve, periodo di questi due movimenti rispetto al problema dell’integrazione europea?

Il vantaggio è che senza un discorso strategico sull’Europa, la campagna elettorale può essere fatta con slogan di grande presa, con spezzoni di argomentazione a volte contraddittori, senza badare alle conseguenze pratiche delle proposte o dei desideri che si evocano. Inoltre è molto facile attribuire alle istituzioni europee qualsiasi disegno complottistico, ostilità, progetto di colonizzazione, di conquista. Insomma è la riproposizione, amplificata dalla lontananza di Bruxelles (e anche dall’oggettiva difficoltà del momento e dallo scarso pragmatismo manifestato in questi anni dalle istituzioni europee), dello schema un po’ paranoide che sta prendendo piede su scala europea del noi/loro, con l’aggiunta che “loro” sono un po’ nascosti (e che poi, a ben vedere, sono “noi” anche loro).

La proposta di uscita dall’euro, senza ulteriori spiegazioni – perché in realtà tutto si può fare, ma bisogna capire come e per ottenere cosa e a prezzo di cosa – è un ottimo esempio di questa retorica e sembra essere il cardine della campagna elettorale incipiente di tutti i movimenti come Lega, 5Stelle, Le Pen, nazionalisti austriaci, etc. (per molti dei quali va registrato anche il paradosso per cui le elezioni europee sono occasione vitale di approvvigionamento di stipendi e di rilancio).

L’idea è che l’euro sia il criminale strumento di un disegno di distruzione delle nostre economie a opera delle banche. Senza l’euro tutto tornerebbe come ai vecchi tempi (ma quali tempi esattamente?). L’argomento è del tutto simbolico e non fa che spostare su altri i problemi di cui siamo ingiustamente afflitti. Salvini lo evoca come un tempo si sarebbero evocate le reliquie dei santi, quasi con l’imposizione delle mani, Grillo parla dei premi Nobel contro l’euro come se il nominarli senza spiegare in che termini esatti ne parlino avesse un potere taumaturgico (ma i Nobel non sono casta pure loro?).

La promessa è che se uscissimo oggi avremmo una ripresa immediata dell’economia, perché avremmo una moneta debole. Il debito pubblico italiano, che se l’Italia un giorno fallirà sarà la causa del fallimento, euro o lira che sia, non viene mai preso in considerazione.

Naturalmente non si spiega come si potrebbe evitare che a una svalutazione della lira grillo-leghista si alzi automaticamente il prezzo delle materie prime e dell’energia (che si pagano in euro o dollari). E se forse i nostri prodotti non tecnologici e non bisognosi di materie prime dall’estero sarebbero più esportabili (ma l’esportazione è l’unica cosa che ha tenuto in questi anni di euro), tutto il resto se la passerebbe peggio. Se poi pensiamo al debito pubblico, come evitare che il sistema tracolli con il passaggio alla lira grillo-leghista? Se i conti non sono a posto, quanto si pensa che si alzerebbe il tasso di rendita dei titoli di stato? Come non pensare che un titolo di stato italiano in lire non avvantaggi ancora di più la Germania e soprattutto la Francia? Quanto costerebbe un mutuo, un investimento, con una nuova moneta italiana?

Facendo i conti – ma ci devono aiutare a farli i partiti, i movimenti e i candidati – non è più probabile che nei prossimi anni il sistema italiano venga spazzato via dalla nuova lira, piuttosto che da un euro accompagnato da una politica europea nuova e più coraggiosa? E qual è questa politica nuova che può essere intrapresa? O quale la politica contraria?

Il vantaggio di non avere una linea politica sull’Europa – ma Salvini è eurodeputato, con Borghezio, con Speroni e con altri e Grillo è quello che diceva anni fa “Tedeschi, invadeteci!” – è la possibilità di non rispondere a nessuna di queste domande, ma neppure alle domande contrarie. Che cosa facciamo il giorno dopo che siamo usciti dall’euro?

Il momento buono per uno jus soli ragionevole

Renzi lancia nettamente lo jus soli (associandolo ragionevolemente a un ciclo scolastico, su cui si discuterà). Quando mesi fa cominciò il dibattito sul tema, scrissi questo post, perché mi pareva, e mi pare, che la questione fosse tanto di destra, quanto di sinistra. Lo ripropongo:

Si sta impostando il dibattito sullo ius soli come esclusiva battaglia di sinistra. Non sono un esperto, ma mi pare controproducente e concettualmente sbagliato. Basta vedere la lista dei paesi con ius soli per capire che il discorso non ha nulla a che vedere con la categoria destra-sinistra. Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, e praticamente tutti gli stati delle Americhe prevedono uno ius soli puro, cioè chi nasce in un paese è cittadino di quel paese. E si capisce, visto che si tratta di paesi che si sono costruiti con l’immigrazione. Mentre in Italia “il diritto del sangue” si è applicato nel tempo anche in senso inverso, cioè storicamente per dare agli emigrati italiani nel mondo la possibilità di trasmettere ai propri figli e discendenti l’accesso alla nazionalità italiana, una sorta di legame giuridico sempre riattivabile e di speranza di ritorno. In Europa Francia, Gran Bretagna e Germania non hanno un ius soli dalla nascita, ma l’accesso alla cittadinanza è facilitato. Perché il punto è proprio questo: la cittadinanza non è un’azione umanitaria, non è la concessione di un diritto, non è un atto di accoglienza, non è buonismo, ma è una strategia dello stato che associa delle persone o dei gruppi ad un sistema di doveri e di diritti, in funzione dell’idea che lo stato ha di se stesso. La cittadinanza non la dà la comunità e il comunitarismo, non la dà la religione, non la dà l’ideologia politica. La cittadinanza la dà lo stato, che in quest’atto riafferma se stesso e mostra la sua priorità logica e giuridica rispetto a comunità, religioni, appartenenze politiche.
In questo senso mettere ordine sulla cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri che dimostrano di fare dell’Italia il centro di un progetto di lunga durata – cioè dare ordine ad un fenomeno che esiste nel territorio dello stato italiano ed è quantitativamente notevolissimo e interessa bambini che di fatto sono italiani – è una battaglia coerentissima con i valori della destra.
Il diritto del suolo – che non necessariamente deve essere applicato al momento della nascita, ma che dal momento della nascita si interessa al destino delle persone – enfatizza la sovranità dello stato, perché è lo stato che fa il cittadino associandolo a un sistema di doveri e di diritti.
Non mi aspetto che uno come Salvini dica qualcosa di interessante o utile in proposito, ma se vogliamo applicare anche a questo problema le categorie di destra e di sinistra (qui particolarmente fuorvianti) mi sarei invece aspettato dai leader dei partiti di destra laica un atteggiamento di apertura e l’associarsi a una battaglia necessaria e utile.

 

Greci e romani?

Ripropongo un post, scritto quando tutto si sarebbe pensato tranne che Renzi facesse il segretario del PD, su due possibili sentimenti di partito. E se fosse utile tenerne conto nell’osservare come Renzi rifonderà il suo partito?

Ci sono molti modi, tra militanti, simpatizzanti, dirigenti, di concepire la partecipazione alla vita di un partito. Probabilmente per deformazione professionale (di non politologo) a me colpiscono due atteggiamenti psicologici e direi morali, o forse due sentimenti, che alludono a due modelli culturali distinti, ma trasversali (quindi non riconducibili alla distinzione tra destra e sinistra).

Forzo (molto) alcune visioni repubblicane classiche dicendo che il primo modello (psicologico, cognitivo e in certa misura organizzativo) assomiglia a quello greco classico (o aristotelico): si è umani perché si fa parte di una comunità, perché si assumono determinati valori, che solo nella comunità e nella partecipazione trovano alimento e terreno in cui radicarsi, si è umani perché si è esseri politici, in questo senso ampio. La città del modello greco è qui sostituita dalla comunità-partito, dalla quale ci si aspetta anche una pedagogia, un progetto di educazione civile e personale, un sistema di riconoscimento forte di inclusione (e di esclusione). Ho il sospetto che molti militanti parlando di “questione morale” intendano in primo luogo un sistema di moralità partitica in questo senso “greco”, manifestando l’insoddisfazione per forme di partito che hanno di fatto sempre meno possibilità di adempiere a questi compiti “pedagogici” e formativi. Il rischio è però il comunitarismo e un riflesso condizionato di conservazione.

L’altro modello è più simile a quello romano classico (o ciceroniano): si fa politica per difendere le istituzioni, perché le istituzioni garantiscono la libertà individuale e collettiva. Il partito è un strumento per garantire se stessi e tutta la comunità, ad esso non si chiede in primo luogo di contribuire a una crescita personale, non si chiede una specifica “virtù” della parte, ma la si considera un passaggio di riconoscimento reciproco per un impegno civile, questo sì virtuoso, che conduca al rafforzamento continuo delle istituzioni che proteggono la vita comune e l’espressione della libertà umana, secondo le specificità di gruppi e interessi diversi e non necessariamente sempre in conflitto. Un problema organizzativo, e culturale, può essere però quello di come ancorarsi a un’identità “di parte”, che è pure necessaria nel sistema democratico.

Sono due “forme” spesso compresenti nella stessa formazione politica e che anzi spessissimo animano il dibattito e il conflitto interno in modo implicito (e quindi non sempre utile) e di cui va tenuto conto – nei prossimi mesi molti partiti rinnoveranno le loro leadership interne -, magari rendendole più chiare e visibili e quindi più produttive.

Il y a tout juste 500 ans. La plus belle lettre de Machiavel

Mon ami et collègue Joël Chandellier a voulu nous faire un cadeau, en traduisant en français le post sur la lettre de Machiavel, paru il y a quelque jours et très lu en Italie. Nous le publions aujourd’hui même, tout juste 500 ans après la lettre.

Il mio amico e collega Joël Chandellier ci ha voluto fare un regalo, ha voluto tradurre in francese il post sulla lettera di Machiavelli, che abbiamo pubblicato qualche giorno fa e che è stato molto letto. L’abbiamo voluto pubblicare oggi, proprio a 500 anni esatti dalla lettera.

Il y a tout juste 500 ans, le 10 décembre 1513, à Sant’andrea in Percussina, quelques kilomètres après Florence, entre Impruneta et San Casciano, Nicolas Machiavel écrivait l’une de ses plus belles lettres.

Quelques mois plus tôt, Machiavel avait perdu son travail. Il avait été fonctionnaire de la République de Florence pendant plus de dix ans.« J’aime ma patrie plus que mon âme », disait-il. Mais la république est désormais tombée ; elle n’est plus. Les Médicis, les seigneurs, les princes, sont de retour. Machiavel a tout perdu, il a perdu son travail, il est chassé précipitamment, il goûte aussi à la torture de l’estrapade, car quelqu’un l’a accusé d’avoir trempé dans un complot contre les Médicis. Il se retire dans son domaine, près de San Casciano, tout en faisant appel à ceux peuvent lui trouver un travail. Il écrit à son ami Francesco Vettori, devenu ambassadeur de Florence auprès du pape, mais Vettori hésite, perd du temps – il l’estime, il l’aime, mais ne parvient pas à l’aider.

Nicolas est sur le point de perdre espoir. Oui, il se décourage, ce même Nicolas pour lequel des siècles de sédimentation historiographique, de lectures souvent imprécises de son œuvre, ont produit l’adjectif négatif et démoniaque de « machiavélique », un adjectif qu’il aurait, lui, refusé, pour sa personne comme pour sa pensée. Nicolas est sur le point de perdre espoir, dans cette lettre d’il y a tout juste 500 ans. Je me lève et je pars à la campagne – écrit-il –, je vérifie que mes bûcherons ne se disputent pas, parfois je dois m’occuper de fraudes ou d’abus à propos du paiement et du bois. Quand il quitte le bois, à la fin de la matinée, Nicolas s’arrête pour lire quelque chose, quelque chose qui lui fait du bien : il a toujours avec lui un Pétrarque, un Dante, ou un poète mineur comme Tibulle ou Ovide. Il lit leurs amours – dit-il – et il se souvient des siens. L’après-midi, je vais à l’auberge – dit-il dans une langue que je ne fais que paraphraser – et je joue aux cartes avec qui se trouve là, je forligne pour quelques sous et nous crions à tel point qu’on nous entend jusqu’à San Casciano. Et le temps passe, et je « forligne ». « Je forligne », ça veut dire qu’il s’avilit, qu’il déchoit, qu’il se perd lui-même. Parce qu’il ne peut rester sans travail ; sans travail il a peur de devenir toujours pire. Il a honte, et il faudrait que le destin lui-même ait honte de le laisser dans une telle situation.

Mais, le soir, dit Machiavel, j’enlève mes habits couverts de boue, je mets mes habits de cour et « je pénètre dans les anciennes cours des hommes anciens où, accueilli par eux avec amour, je me nourris de cette nourriture qui seule est faite pour moi et pour laquelle je suis né ». Machiavel, dans cette cour, qui est d’abord et avant tout un espace intérieur, parle avec les anciens, Tite-Live, Cicéron, Salluste et, avec eux, avec leurs réponses et leurs questions, il est en contact avec son moi le plus authentique, retrouvant ce qui le fait être lui-même. Quand je suis avec eux « j’oublie tout souci, je n’ai pas peur de la pauvreté, je ne suis pas terrifié par la mort ».

Le résultat de ce dialogue est un petit livre intitulé De principatibus, c’est-à-dire le Prince. C’est ainsi qu’il le raconte, dans cette lettre qui, pour cette raison, est très célèbre. Et il nous dit aussi pourquoi il a écrit ce petit livre : pour travailler, pour faire comprendre aux Médicis que lui, désœuvré et avili autant que possible, ses quinze années de travail, d’expériences, de connaissance des affaires de l’État, il ne les a pas occupées à dormir, ou à jouer aux dés. C’est exactement ce qu’il dit : « je ne les ai occupées ni à dormir, ni à jouer » (peut-être qu’aujourd’hui on le traiterait de « choosy », qui sait). Qu’ils lui donnent donc du travail, même s’il doit se contenter de retourner des cailloux ou quelque chose de ce genre, parce qu’il en sera capable et qu’il suffit de lire le petit livre qu’il a écrit pour le comprendre. Et que Francesco Vettori, à qui il écrit la lettre, le comprenne bien, et, s’il le peut, qu’il l’aide.

La lettre de Machiavel a 500 ans, mais elle sera toujours lue, parce qu’elle décrit un présent permanent, même si, en tant qu’historien, je ne devrais pas parler ainsi. Chaque individu, chaque génération court le risque de forligner, de s’avilir, de déchoir, de s’éloigner de son moi le plus authentique. Nous le savons bien. Mais Machiavel, en quelques mots, montre où se trouve le courage : dans le fait de rester en contact avec ce qui, en nous, fait ce que nous sommes, avec notre travail, notre activité, les raisons de nos choix initiaux, de nos principes, la volonté d’être meilleur en restant nous-mêmes.

Au fond, c’est un message politique que l’on trouve dans la lettre – quelques courtes pages, par rapport aux grands textes qu’il a écrits – et une exhortation à avoir le courage d’entre dans cet espace avec des habits de cour, où nous « ne craignons pas la pauvreté et où nous ne sommes pas terrifiés par la mort », parce que nous sommes nous-mêmes, parce que nous le sommes avec les autres.

Peut-être que l’on ne se fiait pas à lui, parce qu’il avait aimé la république et qu’était revenu le temps des princes, et, peut-être pour cela, pensait Nicolas, on ne le faisait pas travailler. Machiavel convoque pour lui le témoignage de tout ce qui est et a été : « Et on ne devrait pas douter de ma fidélité, parce que, l’ayant toujours conservée, je ne vais pas apprendre aujourd’hui à la trahir ; et qui a été fidèle et probe pendant quarante-trois ans, comme moi, ne peut pas changer sa nature ; et ce qui prouve ma fidélité et de ma probité, c’est ma pauvreté ».

Et ainsi se termine la lettre par un salut, écrit en latin parce que les bonnes manières l’imposent, mais aussi pour garder et protéger cet voeu, qui au fond est le plus beau : Sis felix, sois heureux. Il y a tout juste 500 ans, dans ce même pays

Esattamente 500 anni fa. La più bella lettera di Machiavelli

Esattamente 500 anni fa, il 10 dicembre 1513, a pochi chilometri da Firenze, a Sant’Andrea in Percussina, tra Impruneta e San Casciano, Niccolò Machiavelli scriveva una delle sue lettere più belle.

Machiavelli aveva perso il lavoro molti mesi prima. Era stato funzionario della Repubblica di Firenze per più di 10 anni. “Amo la mia patria più della mia anima”, diceva. Ma la repubblica ormai è caduta, non c’è più. Sono tornati i Medici, i signori, sono tornati i prìncipi. Machiavelli perde tutto, perde il lavoro, è allontanato bruscamente, assaggia anche la tortura della corda, perché c’è chi cerca di accusarlo di essere coinvolto in un complotto contro i Medici. Si ritira in quel suo podere vicino San Casciano, ma chiede aiuto a chi può farlo lavorare. Scrive al suo amico Francesco Vettori, che è diventato ambasciatore di Firenze presso il papa, ma Vettori tergiversa, prende tempo, lo stima molto e gli vuole bene, ma non riesce ad aiutarlo.

Niccolò sembra perdere le speranze. Proprio lui si scoraggia, quel Niccolò al quale dopo secoli di incrostazioni storiografiche, di letture del suo pensiero non sempre pertinenti, affibbiamo l’aggettivo negativo e demoniaco di “machiavellico”, un aggettivo che avrebbe rifiutato, per sé e per il suo pensiero. Niccolò sembra cominciare a perdere le speranze, in quella lettera di esattamente 500 anni fa. Io mi alzo e vado in campagna – scrive -, controllo che i miei taglialegna non litighino, ogni tanto mi capitano imbrogli e prepotenze su pagamenti e sulla legna. Quando lascia il bosco, alla fine della mattina, Niccolò si ferma a leggere qualcosa, qualcosa che lo faccia stare bene, ha sempre con sé qualcosa di Petrarca, o Dante, qualche poeta minore come Tibullo o Ovidio. Legge i loro amori – dice – e si ricorda dei suoi. Al pomeriggio vado all’osteria – dice con un linguaggio che qui solo parafraso – e con chi trovo gioco a carte, imbroglio per un quattrino e litighiamo e urliamo al punto che ci sentono fino a San Casciano. E passa il tempo e io “m’ingaglioffo”. “M’ingaglioffo”, che vuol dire che si avvilisce, si involgarisce, perde se stesso. Perché non può stare senza lavorare, senza lavorare ha paura di diventare sempre peggio. Prova vergogna e vorrebbe che anche la sorte si vergognasse di se stessa per tenerlo in quella situazione.

Ma alla sera, dice Machiavelli, mi tolgo gli abiti sporchi di fango, mi metto gli abiti di corte ed “entro nelle antique corti delli antichi huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui”. Machiavelli in questa corte, che è anche e soprattutto una stanza interiore, parla con gli antichi, cioè legge Livio, Cicerone, Sallustio e a contatto con loro, con le loro risposte e domande, è a contatto con il se stesso più autentico, riattiva ciò che lo fa essere se stesso. E quando sono con loro “sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte”.

Il risultato di questi dialoghi è un libretto intitolato De principatibus, cioè il Principe. Lo dice lui, lì, in quella lettera, che per questo è anche molto famosa. E ci dice anche perché scrive quel libello: per lavorare, per far capire ai Medici che lui, disoccupato e avvilito per quanto possa essere, i suoi 15 anni di lavoro, di esperienze, di conoscenza dell’arte dello Stato, lui non se li è né dormiti, né giocati a dadi. Dice proprio così: “non gli ho né dormiti né giuocati”. (Chissà se anche a lui oggi darebbero del choosy, chi lo sa). E che gli diano da lavorare, anche solo da far girare un sasso, un’inezia, perché lui sarà capace e basterebbe anche solo leggere quel libretto che ha scritto, per capirlo. E lo capisca anche Francesco Vettori, a cui scrive la lettera, e se può lo aiuti.

La lettera di Machiavelli ha 5oo anni, ma sarà letta sempre, perché descrive un presente permanente, anche se come storico non dovrei esprimermi così. Ogni individuo, ogni generazione corre il rischio di ingaglioffirsi, di avvilirsi, di diventare volgare, di allontanarsi dal se stesso più autentico. Noi lo sappiamo bene. Ma Machiavelli con poche parole mostra bene dove sta il coraggio, cioè nel rimanere in contatto con quello di noi che fa di noi quello che siamo, con il nostro lavoro, la nostra attività, le ragioni delle nostre scelte originarie, dei nostri princìpi, la voglia di essere migliori in quanto noi stessi.

In fondo è un messaggio politico anche quello della lettera – un paio di brevi paginette accanto ai grandi lavori che ha scritto – ed è l’esortazione ad avere il coraggio di entrare in quella stanza con abiti di corte dove “non temiamo la povertà e non ci sbigottisce la morte”, perché siamo noi stessi, perché siamo noi insieme agli altri.

Qualcuno forse non si fidava di lui, perché aveva amato la repubblica ed era tornato il tempo dei principi, e forse per quello, pensa Niccolò, non lo fanno lavorare. Machiavelli chiama a testimonianza di se stesso tutto quello che è e che è stato: “E della fede mia non si doverebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia”.

E poi chiude la lettera con un saluto, scritto in latino perché le buone maniere lo imponevano, ma forse anche per custodire e proteggere quell’augurio, che in fondo è il più bello: Sis felix, che tu sia felice. Esattamente cinquecento anni fa in questo nostro Paese.

Perché il berlusconismo è finito (ma potrebbe rinascere)

Spesso si sente chiedere se il berlusconismo sia finito e spesso si sente rispondere che anche se Berlusconi è fuori dal parlamento ed è in difficoltà il berlusconismo è lungi dall’essere terminato. Basta intenderci sulle definzioni. Spesso se ne parla come se “berlusconismo” fosse una nozione morale, una classe di comportamenti, una forma dello spirito. E allora si dice che sì, Berlusconi è in difficoltà, ma il berlusconismo ormai ci è entrato dentro, come un virus che va ben al di là della presenza di Berlusconi.

A me pare che in questo senso si parli di berlusconismo in modo del tutto improprio e arbitrario (e infatti poi ognuno lo carica della moralità che gli fa più comodo). A mio modo di vedere il berlusconismo è una formula strettamente politica, data dalla saldatura, sulla carta impossibile, tra il secessionismo e le rivendicazioni antisolidaristiche della Lega, il centralismo di una certa destra non identitaria, la golden share di un certo cattolicesimo politico fortemente identitario e comunitario e con spunti solidaristici, rappresentato per esempio da CL, e tutto questo garantito dalla forza economica ineguagliabile e dal controllo dei media di Silvio Berlusconi, che ha plasmato un linguaggio politico duttile, capace di far coesistere tutti gli elementi precedenti.

Senza Berlusconi e la sua base di potenza economica e mediatica, senza la sua capacità di fare presa sulle generazioni chiave degli anni ’90 e 2000, senza la sua capacità di trasformare quella formula in cultura politica, questo schema politico, che giustamente da lui prende il nome, non ci sarebbe mai stata. Berlusconi nella sua carriera politica ha perso molte volte. La prima, nel ’94, dopo la grande vittoria, perché la Lega non si lasciava integrare nella formula, ma poi ha perso due volte da Prodi e due volte per cedimenti interni. E’ rimasto sempre in sella per l’impossibilità tecnica che qualcuno scalfisse la sua leadership – e soprattutto per le basi materiali della sua leadership – e per la struttura del parlamentarismo italiano, che guarda caso Berlusconi non ha mai voluto cambiare (chi pensa che un rafforzamento dell’esecutivo o l’elezione diretta dell’esecutivo, per esempio nella forma semipresidenziale, sarebbe una contaminazione culturale “berlusconista” si sbaglia, perché sarebbe al contrario un antidoto a berlusconismi futuri). In questo senso la più grande vittoria di Berlusconi è stata quella del 2008, quando la sua formula politica riuscì a sfondare, affondando la coalizione concorrente, già logorata dall’esaurirsi, con la caduta di Prodi, della formula politica “ulivista”, che il Pd non aveva peraltro ripreso.

Certo, 20 anni di berlusconismo hanno anche creato una cultura politica, o meglio si sono appoggiati su elementi di una cultura esistente riorganizzandola, politicizzandola, e presidiandola, cristallizzandola il più possibile grazie ai media e creando un linguaggio a cui anche una parte della sinistra si è assoggettato per ricavarne vantaggi e posizionamenti.

Il berlusconismo così inteso è finito. E’ finito nel 2011 quando Berlusconi è stato sollevato dal suo incarico e la sua formula politica si è dissolta direi concettualmente. Il ridimensionamento di una Lega culturalmente in declino, i tentativi precedenti di una parte di destra di affrancarsi dallo schema, addirittura il riposizionamento di CL fuori dai recinti di cui era stata guardiana, hanno reso obsoleta quella formula. Questo vuol dire che Berlusconi è fuori gioco? No, perché ha le risorse per rendere difficile il governo a chiunque, perché è un ottimo oppositore e la forza economica e mediatica è naturalmente sempre presente. Ma le generazioni a cui faceva riferimento non hanno più la presa sulla società che avevano 20 anni fa e il loro potenziale culturale si è eroso. Il berlusconismo, quella formula “berlusconista” è finita. E neppure Silvio Berlusconi può restaurarla per un periodo lungo. Silvio no, ma cambiando tutto, rivolgendosi diversamente a generazioni diverse, con una formula che non può essere più la stessa, ma che può averi spazi, un altro membro della famiglia Berlusconi potrebbe tentare, con buone ragioni, di dare vita a un altro berlusconismo.