Sempre a un passo

Chi pensa o dice che il giorno della memoria sia un rito retorico e inutile sbaglia di grosso. Non solo perché i miserabili con le teste di porco dimostano il contrario, ma per motivi più profondi e permanenti.

Che l’umanità sia sempre vicina al pericolo, che sia sempre in perenne basculamento che la porta a deragliare, quasi a dissolversi, che sia sempre a un passo dalla barbarie è un fatto che nessuna idea di progresso o di ragione ha potuto superare (anzi, spesso progresso e ragione sono state le forme stesse della barbarie). Per quanto tragitto l’umanità abbia percorso, per quanto tempo abbia trascorso in cammino, rimane e rimarrà sempre a un passo dalla possibilità della barbarie. Qualcuno diceva che l’uomo è creato dal nulla perché con quel nulla è impastato, tanto da desiderarlo periodicamente.

Il giorno della memoria non è solo il ricordo di quello che è successo, nella sua enormità, non è solo il rispetto per le vittime di ieri, ma è anche il sorvegliare, il tenere a mente la breve distanza dalla barbarie di quel passo, che è fatto di situazioni, di passaggi silenziosi, di condizioni che facilmente si sono create e ricreate in altri contesti e che a ogni generazione possono ripresentarsi.

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Il tintinnio dei talenti

Che bello sarebbe se riorganizzassimo il paese per coltivare il talento di tutti, dei bambini che non sanno ancora di averlo, degli adulti che l’hanno dimenticato per gli equivoci della vita, delle donne che devono nasconderlo, degli artisti, degli imprenditori, degli artigiani, di quelli che pensano di non averne, degli anziani che lo coltivano sempre (e quanti ce ne sono!). Io ne vedo dappertutto, a tutti i livelli e in tanti campi, se posso ne traggo insegnamento e mi guardo dal provarne invidia. Mi rendo conto, è un post estemporaneo che non approfondisce nulla (il tema però c’è, e gli studi in proposito anche), ma che bello sarebbe se ci riorganizzassimo per abbassare il rumore di fondo della grancassa di una vita collettiva che abbiamo voluto così arzigogolata  e ci dedicassimo all’ascolto del tintinnio dei nostri talenti. Che bel paese sarebbe. Sarebbe bellissimo.

“Confidiamo in Dio e teniamo asciutte le polveri da sparo”

Di seguito un mio piccolo pezzo di un paio d´anni fa per Il Post, ma che qui non era stato ancora postato e che mi è venuto alla mente per nuove polveri da tenere asciutte.

Ho ricevuto questo sms qualche giorno fa, da una collega romana che mi augurava successo per un mio progetto dagli esiti piuttosto incerti per la complessità della situazione generale. La frase è attribuita a Oliver Cromwell, che si intendeva sia di Dio che di polveri da sparo (soprattutto) e ne richiama altre famose.

“Prega come se tutto dipendesse da Dio, e opera come se tutto dipendesse da te” comandava Ignazio di Loyola, oppure quella celebre, di Machiavelli (che però non ha esattamente lo stesso significato) “non partirsi dal bene, potendo; ma sapere entrare nel male, necessitato”. E in fondo anche la massima evangelica “Siate puri come colombe e astuti come serpenti” indica un doppio livello della realtà (o può indicarlo, non sto facendo esegesi biblica). Un livello è quello esterno, fatto di tempi giusti, di situazione date, ma in movimento, di cambiamenti inaspettati o di linee di faglia, individuali e collettive, che maturano e si manifestano a un certo punto, di fiducia che si dà al mondo, ma anche di decisioni altrui e di piega che le cose prendono, in un senso o in un altro. L’altro aspetto, personale, individuale, fatto di preparazione, di previsioni, di lavoro e sacrificio, di capacità di stare con gli altri e nelle cose, di commercio con il mondo e con le situazioni. E i due livelli stanno sempre insieme, perché non sconfinino nel cinismo o nell’ingenuità, due lussi che in pochi possono permettersi.

L’sms mi ha fatto piacere, perché ha colto un’attitudine, ma mi sembra che abbia centrato anche il cuore di un’idea e di una concezione, quella del realismo e del pragmatismo. Perché la realtà si nutre sempre di un doppio aspetto, quello del nuovo e dell’inaspettato, che c’è sempre, e quello del nostro lavoro e della nostra azione, che non può solo aspettare il nuovo, ma deve prepararsi a provocarlo. Un realismo duplice che vale sempre, anche per noi oggi e per i tempi che stiamo vivendo. Confidiamo in Dio e teniamo asciutte le polveri da sparo.

Françoise Hardy

Françoise Hardy significa molte cose nella cultura francese e ha il suo posto anche in questo blog, lì in alto, a destra, proprio tra Machiavelli e l’infernale Quinlan. È presente qui soprattutto per via di una canzone che tutti conoscono, “Comment te dire adieu”, che io ho ascoltato più attentamente per caso nei primi mesi della mia permanenza a Parigi, pochi anni fa, e mi sono poi accorto di tutte quelle “x” che rimano tra di loro anche quando sembrerebbe che non debbano (per esempio quando la “x” non si trova alla fine della parola), messe lì da Serge Gainsbourg come delle impercettibili mine sonore e come una fila di piccole detonazioni di ironia. Insomma mi sembrò che dire addio, e in un periodo in cui non mi rendevo forse conto che ne stavo dicendo alcuni, fosse semplice come una canzone perfettamente semplice, come un congegno di “x” e di grigi e blu, di sylex, che prende fuoco, e di pyrex, che resiste al fuoco e alla fine senti una musica nuova ma che sapevi già. Ma soprattutto il gioco dei congegni, della leggerezza e dei pensieri, riusciva bene per quell’aria un po’ trasognata e un po’ triste di Françoise Hardy.

Françoise Hardy oggi compie 70 anni.

La legge elettorale del sindaco d’Italia senza il sindaco d’Italia

Questa legislatura era cominciata con progetti di grandi riforme istituzionali. Da più parti, anche a sinistra, si era rilanciato il dibattito sul semipresidenzialismo o comunque sulla forma di governo, al punto che la legge elettorale veniva considerata come l’ultimo elemento di un piano di riforme più ampio. Ora il dibattito si sta concentrando sulla legge elettorale (come sempre) e sulla trasformazione del Senato. In particolare si parla della legge elettorale del “sindaco d’Italia”, un doppio turno che garantirebbe visibilità ai piccoli e governabilità. C’è un paradosso però; e di non poco conto. Ci sarebbe una legge elettorale del sindaco d’Italia, ma senza sindaco d’Italia, cioè senza aver cambiato nulla dei rapporti tra partiti in parlamento ed esecutivo, che è il vero punto debole da sempre del nostro sistema. Renzi oggi, leader del partito di maggioranza, può mettere sotto pressione Letta – che in questo senso non ha neppure i poteri di un sindaco – ma cambiando solo la legge elettorale sarà a sua volta messo sotto pressione da qualcun altro quando sarà lui al posto di Letta. Ve lo immaginate un comune italiano con la legge elettorale del sindaco d’Italia, ma con il sindaco che non viene eletto dai cittadini ma dai consiglieri comunali, che possono anche cambiarlo senza passare per le elezioni? Facile, è il sistema che si profilerrebbe in Parlamento (e che in sostanza è quello di sempre). Fa benissimo Antonio Polito sul Corriere della Sera a sottolineare che senza riscrittura dei poteri dell’esecutivo (presidente del consiglio) gli elementi di instabilità resterebbero tutti (perché la nostra instabilità è proprio quella, non si scappa). La sera delle elezioni sapremmo chi vince, ma non sapremmo il nome (o i nomi) del presidente del consiglio fino a fine legislatura. Fa anche bene a proporre non un’elezione diretta del capo dell’esecutivo, per schivare tutti i soliti argomenti contrari (che a mio avviso sono spesso inconsistenti e a volte paradossali), ma una ridefinizione dei rapporti tra premier e maggioranza e governo (fiducia individuale, sostituzione dei ministri, chiedere lo scioglimento del parlamento in caso di perdita della maggioranza, sfiducia a maggioranza assoluta, etc.). Certo, mi chiedo perché gli italiani dovrebbero essere considerati poi non abbastanza maturi per eleggere direttamente questo premier, ma se c’è la possibilità storica, in questi mesi, di una riforma come quella che auspica Polito, meglio quella riforma nella giusta direzione, che determinerebbe anche un cambio di cultura politica, che nessuna riforma. E anche la riforma del Senato, soprattutto in quella variante proposta dal domenicale del Sole 24 Ore da Armando Massarenti di Senato delle competenze al servizio delle scelte collettive, acquisirebbe un elemento ulteriore di ordine e di senso. Sarebbe curioso se alla fine di tutto il dibattito e di tutte le riforme, quello che mancasse fosse proprio, ancora una volta, un sindaco per l’Italia.

Morte e resurrezione dei libri

La pietra lanciata da Luca Sofri sul Post sulla morte dei libri ha provocato un piccolo dibattito sul web, che ora è approdato anche su Wired, che fa il punto della discussione, riportando le posizioni di Sofri, la mia difesa non romantica dei libri, di segno opposto, la postilla di Mantellini, che aggiunge alla difesa la sottolineatura alcuni aspetti di riconoscimento legato al libro cartaceco, le contestazioni di Tombolini,e-editore, e l’enfasi di Inglese sull’aspetto di trasformazione del tempo che la lettura consente.

L’articolo di Wired è qui.

Un po’ di medioevo

Da qualche settimana è nelle (migliori) librerie il numero 3/2013 della rivista Storia del Pensiero Politico dell’editore Il Mulino di Bologna, dedicato al pensiero politico medievale e curato da me e da C. J. Nederman. Tra giganti biblici come Nembrot, riattivazioni attualizzanti di figure come quella di Catone o di pensieri antichi come quello di Vegezio, tra le due spade simboliche e sovrani veri o solo dipinti, tra autori sorprendenti di un medioevo fiammeggiante come in Christine de Pizan, il fascicolo monografico presenta contributi di esperti di vari paesi, si intitola “Immaginare il politico nel medioevo” e l’indice lo si trova qui.

Difesa non romantica dei libri

Il direttore del Post scrive un pezzo sul declino del libro, anzi proprio sulla fine dei libri, che centra alcuni cambiamenti collettivi riguardo al libro e alla sua apparente progressiva perdita di centralità nella costruzione della cultura contemporanea. Internet ci sta abituando alla lettura breve (anche se non mi spingerei fino a dire addirittura che “la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga”, come dice Sofri), il nostro tempo libero è inoltre invaso da altre attività che prima non c’erano e che sono rapide, da smartphone, e che il tempo dei libri (sia il tempo nella giornata, che il tempo come lentezza) se lo sono preso.

Tutto vero. Ma questo non sancisce la fine del libro, anche se ne comprime certamente lo spazio commerciale (ma non è il punto). Sofri però si dice convinto che il libro come sintesi di uno studio, riflessione, idea sia una pratica al tramonto, destinata a essere soppiantata proprio dalla scrittura in rete, non solo perché più leggibile nella sua brevità, ma anche perché meno soggetta a sparire in poco tempo e soprattutto più disponibile a molti lettori.

Ma è proprio vero che tutti i contenuti della forma libro (non importa ovviamente se cartaceo o elettronico) sono minacciati da tutte queste innovazioni di cui si parla? Scrivere un saggio di trecento pagine pone molti problemi, di sintesi, di perimetro dell’oggetto, di senso, di scelta e di scarto dei materiali. Non esiste un libro che parli di qualcosa in scala 1:1, non solo perché duplicherebbe la realtà, ma soprattutto perché la realtà, in scala 1:1, strettamente parlando non ha senso. Sarebbe voler fare come i cartografi dell’impero, che volendo fare una mappa precisissima, fecero una mappa grande quanto l’impero. Per fare una mappa ci vogliono scelte, convenzioni, scarti, chiavi di lettura.

Tutto questo è un’impresa – anche se a volte si tratta di imprese fallite o scadenti – e richiede uno sforzo organizzativo, cognitivo e di scrittura che, per il momento, non sembra essere soppiantato dalle forme di scrittura di cui parla Sofri. Ma questo dal punto di vista di chi scrive (saggi). Dal punto di vista del lettore, è chiaro che difendere uno spazio di lettura dalla minaccia dello smartphone dipende dalla sua volontà di appropriarsi, o meno, di quel livello di conoscenza a cui il saggio di trecento pagine fa accedere e che nello smartphone non trova. Questo non vuol dire scaricare sul lettore il carico della lettura, ma il lettore sa che, almeno in alcune fasi della sua attività di persona che apprende, deve affrontare una lettura (oppure può sempre fidarsi di chi quell’accesso dice di averlo avuto, ma è un doppio livello di fiducia).

Ma di che libri parliamo? Facciamo un esempio più generale a partire dal libro che Sofri cita come esempio di obsolescenza rapidissima, e cioè “Indignatevi!” di Hessel. Due anni fa tutti lo compravano, oggi è sparito e nessuno se ne ricorda. Fosse stato in rete sarebbe ancora forse circolante in qualche modo. Mi pare un esempio sbagliato anche nel senso in cui lo usa Sofri (diffusione dei materiali in rete e in carta), ma io lo uso in un senso diverso.

Se io sostenessi la tesi che quel libro due anni fa abbia avuto un’influenza sui movimenti giovanili di protesta francesi e americani – perché credo che certi libri, anche senza volere, in certi momenti abbiano la capacità di spostarsi dal terreno delle idee e del dibattito per produrre azioni o per facilitare trasformazioni collettive, ma lo devo dimostrare, non basta crederlo -, dovrei mettermi a lavorare. Dovrei capire il come, andando a leggermi gli articoli dei giornali americani e francesi, dovrei vedere se i leader della protesta lo citano e come. Magari non lo citano, però usano parole che sembrano venire da lì, allora devo capire se ci sono libri, articoli, discorsi che contengono Hessel e che loro hanno letto. Quindi l’influenza forse non è diretta. Poi scopro che magari è un film che si ispira a Hessel, o un romanzo, e quindi i contestatori in realtà ripetono un cliché mediatico, come quelli che mettono le maschere di Guy Fawkes non perché sappiano della resistenza cattolica nell’Inghilterra del 1605, ma perché hanno visto V per Vendetta. E se invece fosse Hessel che è influenzato da movimenti di protesta? Dovrei allora studiare il suo percorso, i suoi altri libri, i libri che cita e se li cita bene o li deforma per le sue finalità. E poi dovrei provare tutto, citando tutte le fonti, altrimenti presto o tardi dirò che ci sono le scie chimiche e che le sirene guizzano felici nel Mar dei Sargassi.

In pratica devo scrivere un libro di trecento pagine, con delle ipotesi mie, delle prove e delle confutazioni. Il lavoro è complesso, richiede un certo grado di lentezza e un certo metodo (e si immagini se uno scrive un libro su Filone d’Alessandria o su Isidoro di Siviglia, ma anche un libro di economia, uno studio sulla presenza economica degli italiani in Germania dal 2007 a oggi). Certo il campo commerciale si restringe e certamente il lettore dovrà mettere lo smartphone a lato del suo tavolo.

Ma si può dire che tutto questo lavoro di scrittura e di lettura sia minacciato, in quanto tale, da nuove forme di sapere? Non credo. Si può però dire che distinguere tra velocità diverse di scrittura e di lettura debba necessariamente proporre un drammatico conflitto cognitivo tra i due livelli? Che possiamo fare a meno dei libri di trecento pagine, e che effettivamente ne faremo a meno, in favore dei post che scriviamo sui blog?

Certamente i tempi lenti non si addicono a tutte le fasi della vita e a tutte le situazioni (io credo che se uno non ha letto all’università Isidoro di Siviglia, che poi è un fumettone di mille  pagine, possa serenamente non leggerlo mai e tanto più un saggio di trecento pagine su di lui), ma sono convinto che i tempi (e i libri) lunghi convivano ancora e lo faranno a lungo con i tempi brevi e che la qualità dei tempi brevi si nutra anche della qualità dei tempi lunghi, non solo di tecnologie e di rapidità. Il libro non è centrale come un tempo – è vero e forse è anche molto utile – ma senza il libro, e quello che il libro presuppone in termini di ricerca, scrittura e lettura, anche la velocità di altre scritture finisce con l’evaporare nel momentaneo.

Sarebbe bello

Che bello sarebbe se nei telegiornali della sera parlassero di politica solo un giorno su tre. Come sarebbero tutti più liberi da quel rumore di fondo dei servizi con la spiedino delle dichiarazioni dei politici che hanno il poster della Camera sullo sfondo, che ti chiedi sempre “ma è la Camera o è un poster?”, oppure hanno il maglioncino senza cravatta nei giorni di festa, un po’ brunch, un po’ “mo’ vado a trovare la mamma”. Come sarebbero liberi loro, i politici, dalla necessità di inventare polemiche del giorno per potere apparire la sera, come sarebbero alleggeriti anche loro dal lavoro forzato di saturare ogni spazietto mediatico. Se ne parli un giorno su tre, così anche la polemica viene meglio, e l’effetto più smagliante. E gli altri due giorni si può parlare con la stessa sublime superficialità di altro. Magari di quanti bambini sono nati oggi in un paesello a caso, così possiamo avere un sussulto di speranza e fare gli auguri ai loro genitori. Oppure si può parlare di più di cosa succede nei paesi vicini all’Italia, che so, la Slovenia, che incredibilmente confina con l’Italia (e non ne sappiamo proprio nulla). O si può parlare di qualsiasi altra cosa, del marchese di Carabà, se oggi ha fatto qualcosa, dei pesci nel mare, del monte Ararat. Tutto sarebbe più sorprendente e più divertente. E quando non ci fossero proprio altri fatti del giorno in nessun posto del mondo si potrebbero leggere delle belle filastrocche, per esempio quelle di Gianni Rodari, che ci fanno sempre bene, secondo me, per esempio questa: “C’è una scuola grande come il mondo. / Ci insegnano maestri e professori, / avvocati, muratori, / televisori, giornali, / cartelli stradali, / il sole, i temporali, le stelle. / Ci sono lezioni facili / e lezioni difficili, / brutte, belle e così così…  /Si impara a parlare, a giocare, /a dormire, a svegliarsi, / a voler bene e perfino /ad arrabbiarsi. / Ci sono esami tutti i momenti, / ma non ci sono ripetenti: / nessuno puo’ fermarsi a dieci anni, / a quindici, a venti, / e riposare un pochino. / Di imparare non si finisce mai, / e quel che non si sa / è sempre più importante / di quel che si sa già. / Questa scuola è il mondo intero, / quanto è grosso: / apri gli occhi e anche tu sarai promosso!”