Libera nos

Durante la vicenda Englaro, di 5 anni fa, decisi di non scriverne sul blog, per non aggiungere rumore all’insopportabile cagnara. Solo il giorno della morte di Eluana, esattamente 5 anni fa, non potei fare a meno di esprimere un punto di vista, anche su quello che mi pareva cristiano e non cristiano e sul valore pubblico della battaglia del padre di Eluana, ma senza fare polemica (e in quelle settimane era molto difficile). Lo riporto qui di seguito:

A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine. Liberaci da morte improvvisa e subitanea. Questa antica invocazione vede nella morte improvvisa un male. In una morte non preparata, non meditata, in una morte non nella comunità. In una morte non “accompagnata”. La tradizione cristiana ha per millenni visto la morte come un fatto comunitario e come una sorta di responsabilità, personale e collettiva. L’estrema unzione è un sacramento cattolico, che è stato variamente interpretato, per lo più come unzione ai moribondi, ma anche come unzione, quasi taumaturgica, degli infermi. La formula invoca Cristo perchè liberi dai peccati, salvi “e sollevi” (cioè dia sollievo) il sofferente. Il “viatico” è invece il nome che si dà all’ultima eucaristia, come sollievo e garanzia per la via (viatico) da percorrere tra la vita e la morte. Strumenti che hanno accompagnato il fatto inevitabile della morte, lo hanno reso comunità e responsabilità. Lo hanno reso un passaggio “accettabile”. Oggi non abbiamo più il senso dell’accompagnamento alla morte, a livello pubblico intendo. I bambini non vedono più i morti e neppure i malati. L’evento della morte ha un suo spazio, che è quello dell’ospedale, un luogo a sè, separato dal resto delle attività umane. Soprattutto la scienza medica ha costruito anche un nuovo tempo della morte, quello di una vita senza coscienza consegnata alle terapie. La morte improvvisa e subitanea in questo senso è quasi più da considerare una grazia che una sventura. Questo nuovo stato, impensabile fino a pochi decenni fa, ci obbliga a ripensare pubblicamente l’accompagnamento alla morte. Non è solo questione di pensare a chi appartenga la vita, perchè mi pare un vicolo cieco e un sofisma. Si tratta piuttosto, a mio avviso, di dare valore alla responsabilità individuale e al suo incrocio con il contesto comunitario (la famiglia in primo luogo). Il corrispettivo pubblico di questa assunzione di responsabilità individuale (che valore dare alla propria morte) non può essere che quello della pietà. La pietà è una virtù che accomuna credenti e non credenti. Ed è un sentimento relazionale, che non può che essere esercitato in primo luogo dalla famiglia. Se l’idea della responsabilità personale deve condurre ad una legge sul testamento biologico, la pietà come virtù pubblica trova il suo contesto di esercizio in primo luogo nella famiglia (e nel medico). E dal momento che ogni individuo è diverso, ogni contesto differente, una legge su questo tema non può a mio avviso che dare gli strumenti più ampi possibile a questi due soggetti (con il ruolo essenziale dei medici naturalmente). Sono convinto che la stessa tradizione cristiana vada in questa direzione e considero un grosso errore e una strana “novità” l’idea, propugnata dall’alto clero, che una nozione astratta di vita biologica possa da sola fornire le chiavi dell’accompagnamento alla morte e della pietà. La tradizione cristiana è molto più ricca di quanto non sembri da questa recente sterzata. E una signoria sulla vita che non tenga conto della responsabilità personale rischia davvero di diventare, almeno nella traduzione giuridica che si è tentato di operare, una tirannia sui corpi e sulle coscienze. I fatti di questi mesi hanno reso esplicito il problema, hanno dato all’opinione pubblica un quadro della situazione, hanno reso urgente per la sensibilità collettiva l’esigenza di una legge che tenga conto di tutte le sensibilità, che dopo questa cruda guerra di posizione non possono che avvicinarsi. E se tutto questo sarà possibile lo dobbiamo in primo luogo al coraggio e alla pietà di Beppino Englaro.

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