La frase su Pagina 99

Il mio commento sul primo turno delle elezioni municipali francesi per Pagina 99, a partire da una frase del segretario del PS e di un ex ministro di Sarkozy:

le due destre

 

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Giovanni, lo scettico di Salisbury

“Sulle questioni filosofiche aderisco all’opinione che si presenta come probabile. E non arrossisco nell’affermare di poter essere annoverato tra gli Accademici, io che, sulle cose che al saggio appaiono dubbiose, seguo le loro tracce”. A pronunciare la frase è Giovanni di Salisbury, uno dei più raffinati e affascinanti intellettuali e uomini d’azione del XII secolo.

Funzionario ecclesiastico, segretario di Teobaldo arcivescovo di Canterbury prima di Becket, ma anche intimo di papi, in particolare di Adriano V, l’unico inglese a succedere a Pietro, amico e collaboratore di Thomas Becket, al cui assassinio nella cattedrale di Canterbury assiste con sgomento, Giovanni di Salisbury concluderà la sua carriera come vescovo di quella Chartres che era un centro intellettuale, filosofico e scientifico, di primissimo piano europeo  –  e che ancora lo ricorda con una lastra di marmo a fianco della cattedrale.

Qui di seguito il resto del mio articolo di oggi per il domenicale del Sole 24 Ore:

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L’arlecchinata di Grillo

Beppe Grillo spara anche la cartuccia della dissoluzione dell’Italia ed evoca il ritorno all'”identità  di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia e il Regno delle due Sicilie”.  Non è chiarissimo che cosa intenda: Grillo parla di macroregioni, poi paventa referendum di cittadini lombardi che stufi dell’Italia vorranno un giorno unire la Lombardia alla Svizzera, di Altoatesini che si annetteranno all’Austria (nel caso, più plausibile).

Non è neppure chiaro quanto indietro si debba tornare nell’immaginare il nuovo assetto istituzionale post-unitario. Del resto la Repubblica di Venezia, che fu davvero uno stato glorioso e dalle caratteristiche straordinarie, al momento dell’unità italiana era morta e sepolta. E poi chiederemo la riannessione a Venezia di Dubrovnik e Cipro e di un quartiere di Bisanzio? E il Regno delle due Sicilie, lo sa Grillo che era costituito da due regni distinti sotto la stessa corona? Come lo riesumiamo, col doppio regno o lo dividiamo in due? Chiediamo l’intervento angioino o borbonico? Al papa restituiamo qualcosa? Non si sa.

Si sa solo che l’Italia, dal 1861, per la storiografia grillina ha prodotto solo disastri, guerre coloniali (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda invece no?), ha dato vita al fascismo (la Germania no?), guerre mondiali (il mondo no?). Ci siamo così tanto legati a una visione declinista del nostro paese che ci dimentichiamo che 150 anni fa il Regno Unito era un impero che governava il 25 per cento del mondo, la Francia possedeva mezz’Africa (la chiamavano ancora in tempi recentissimi la Françafrique), per non parlare degli Austroungarici e degli altri. Intendiamoci, si tratta anche questa di una ricostruzione fatta con l’accetta, ma sarebbe bello un giorno fare un grafico per capire quale tra i paesi europei negli ultimi 150 anni è declinato di più e quale è avanzato di più in termini di civiltà e prosperità. La verità è che Grillo chiama con disprezzo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue e di tradizioni” senza rendersi conto che è proprio quello il cuore positivo della nostra convivenza unitaria.

Quello che invece è chiaro è lo schema ingenuo, che è tipico del dibattito degli ultimi vent’anni, che si applica ogni volta che si parla di smembramento del paese: non avendo la minima idea su come risolvere i problemi oggettivi dell’Italia, ci si inventa una divisione in tante piccole Italie che, per definizione, non hanno problemi, non hanno debito pubblico, hanno sistemi bancari perfetti, hanno titoli di stato che si vendono come quelli della Germania, non delocalizzano, non hanno disoccupazione, hanno una politica estera. Insomma si fa tacitamente pensare che tutte quelle riforme che l’Italia non è riuscita a fare a causa delll’incrocio conservatore degli interessi di categorie, di corporazioni, di gruppi e, semplicemente, degli italiani che badano solo al proprio particolare, riusciranno a essere fatte dalle Padanie, dalle repubbliche venete e sarde, come se padani, veneti, sardi (e tutti gli altri), cioè gli italiani, per magia diventassero altro da quello che sono.
È il sogno, un po’ cialtrone, di una palingenesi regionale, di una dilazione sine die dello sforzo di riforma di cui il nostro paese arlecchino ha bisogno ora o non farà mai più.

Temo tuttavia che il post di Grillo sia anche meno epico di tutto questo. Esauritasi con gli scontrini e con le espulsioni la missione moralizzatrice grillina, presentato vuoto per le elezioni europee il paniere dei risultati dell’armata a 5 stelle in parlamento, persa quasi ogni fascinazione sull’elettorato di centrosinistra e di centrodestra, Grillo attacca uno dei pochi spazi rimastigli, gli elettori della Lega.

Venezia, i Borbone, Arlecchino, la storia colorata e ricchissima della nostra penisola, come al solito vengono convocati non per quello che hanno di più positivo e creativo, ma per fare due saltelli sul palco della commedia dell’arte di una politica sempre più piccola.

Che fai, li ricacci?

Il fatto che Grillo si trovi in difficoltà e sia stato costretto dal primo minuto a inseguire gli eventi, è a mio avviso determinato in primo luogo dalla sua incomprensibile e irreparabile decisione di non candidarsi personalmente. Questa decisione l´ha costretto alla linea degli scontrini, del prendere tempo, della gestione (impossibile) dei gruppi parlamentari, al non riuscire a capire verso dove orientare la sua politica perché troppo assorbito in un difficile controllo, alla paranoia come governamentalità. Ma in parlamento succedono cose e l´elemento relazionale è anche cognitivo. Pur non avendo facoltà profetiche, l´avevo scritto più di un anno fa,cioè addirittura prima delle elezioni, quando si dava il PD vittoriosissimo e quando si pensava che il M5S sarebbe stato compattamente nelle mani di Grillo (e non si conosceva neppure uno dei suoi candidati), a maggior ragione mi pare vero oggi. Ripropongo di seguito il post (che si intitolava “Che fai li cacci?).

Il titolo del post è un po’ provocatorio, ma la questione no e la curiosità sincera. C’è una cosa che non capisco nella strategia del movimento di Grillo (cioè di Grillo), dovuta all’assenza di gerarchia e al fatto che Grillo non s’è candidato. Com’è possibile mantenere il movimento senza organigramma e al tempo stesso tenerlo unito, una volta che ci saranno una settantina di deputati e Grillo non sarà presente in parlamento? Ci vorrà un capogruppo, è obbligatorio. Ci vorranno dei membri di commissione, altrimenti non fai neanche opposizione. Ci saranno forse anche dei presidenti di commissione. Qualche dichiarazione di voto in parlamento bisognerà pur farla. Insomma si creeranno per forza dei pesi interni, emergeranno necessariamente delle personalità, un po’ di organizzazione interna e certamente un minimo di gerarchia carismatica, fa parte del funzionamento di ogni lavoro complesso. Non essendoci Grillo in parlamento a qualcuno bisognerà fare riferimento. Inoltre la paura di essere espulsi non ci sarà, perchè per cinque anni – tempo enorme in questi casi – i grillini eletti saranno sicuri della loro funzione parlamentare. Quanto può restare unito a un leader che non è tecnicamente in campo un gruppo di 70 persone con queste responsabilità? Direi di più: quanto può restare unito al suo interno? Quanto tempo può resistere alle forze centrifughe della differenza di opinioni, dell’uno vale uno, della consultazione in rete, della non ricattabilità, in assenza di una gerarchia vera e di un leader lontano e senza ruoli?

Il caso italiano

Il 27 e il 28 Marzo, presso la British School di Roma, discuteremo tra gli altri con Antonio Scurati e Wu Ming 2 di cultura italiana, con un taglio particolare: “Reassessing global questions through the peculiar Italian case” (c’è un piccolo errore sulla mia affiliazione, che resta l’Università di Vienna). L’incontro è organizzato da Jennifer Burns e Fabio Camilletti con l’Università di Warwick e la Society for Italian Studies, che ringrazio per l’invito. Se siete a Roma ci vediamo lì.

Guelfi (non solo Milano)

L’Italia è proverbialmente le terra dei Guelfi e dei Ghibellini, si sa. Il loro contrasto è diventato figura e sinonimo di ogni perenne litigiosità italica, di irriducibile spirito partigiano, di costitutiva disunità. Ma si tratta di un fenomeno storico e ideologico molto complesso. I termini appaiono nella prima metà del Duecento, quando tutto il complesso sistema politico della Penisola italiana è messo sotto inaudita pressione dal  cozzare violento dei poteri “universali”, il papato e l’impero. Essi designano le fazioni che si richiamano al papa o all’imperatore e poi sempre di più i network di interessi concorrenti, ma a volte anche parzialmente sovrapponibili, di fazioni, famiglie, città, aree, che non solo competono per il potere cittadino, ma costituiscono una filiera di alleanze a mutuo supporto in riferimento al papa e agli Angioini del regno di Napoli, cardine del guelfismo, o ai vicari imperiali e all’imperatore, nel caso dei ghibellini.

Qui di seguito il resto del mio articolo di oggi per il domenicale del Sole 24 Ore (mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine).

guelfi