Filosofia e politica nel medioevo

Per chi fosse interessato al tema “Filosofia e politica nel medioevo”, e si trovasse a Parigi questo mercoledi, segnalo un mio piccolo intervento nell’ambito delle attività del seminario di medievistica del centro Pierre Abélard dell’Università Sorbonne (e ringrazio molto il direttore del centro per l’invito).

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Il colpo di stato permanente di Becchi

Paolo Becchi scrive un pamphlet che è un’ordinata e appassionata lettura politica degli ultimi tre anni di vicende italiane. Ma il titolo del libro, che indica con immediatezza la tesi di Becchi, lo pone da subito sotto il segno di un forse involontario paradosso.

“Colpo di stato permanente” è infatti la formula che Mitterrand utilizzò per attaccare la costituzione (semi)presidenziale della quinta repubblica francese voluta da De Gaulle (e ancora in vigore) e soprattutto il tipo di gestione del potere presidenziale che ne discendeva.

Mitterrand diventò però a sua volta presidente, per due settennati consecutivi, imprimendo al presidenzialismo francese una sfumatura “monarchica” che prima in fondo non aveva. E fu un geniale comico, Coluche, che nel 1981 denunciò le contraddizioni della politica francese candidandosi alle presidenziali (ma ritirandosi all’ultimo momento) che incoronarono poi Mitterrand.

Quindi un doppio involontario paradosso nel titolo del libro di Becchi: da un lato il titolo evoca un colpo di stato presidenziale denunciato con la formula coniata da chi poi avrebbe però incarnato la figura del presidente per eccellenza; dall’altro lato l’evocazione di Mitterrand non può non farci venire alla mente anche il comico surreale che con i mezzi della politica si fece beffe del presidenzialismo e che per associazione ovvia di idee ci ricorda proprio quel Grillo che però oggi, con il libro di Becchi, sembra assumere anche la posizione del Mitterrand antipresidenziale. Sarà dunque un Coluche o un Mitterrand quello che il movimento grillista produrrà? Un finto attacco al potere per assumere un potere, o un vero attacco che lo svela ma non lo cambia?

La tesi del libro è presto detta: dalla rimozione di Berlusconi nel 2011, al governo Monti, dal fiscal compact al pareggio di bilancio in costituzione, al ricorso ai “saggi” per le riforme, ai governi Letta e poi Renzi, le vicende politiche italiane recentissime sono il tentativo di Napolitano e di forze partitiche e sovranazionali di rovesciare le istituzioni democratiche, lasciandone intatto l’involucro legale, a favore di un presidenzialismo di fatto, che è a sua volta al servizio dell’euro, di forze oscure, della fuga di sovranità e di crollo sostanziale della democrazia.

Il libro è chiaramente una lettura politica degli avvenimenti al quale si possono opporre opinioni diverse e contrarie e, come è evidente, non è necessario ipotizzare un colpo di stato per criticare il pareggio di bilancio in costituzione o il fiscal compact, o i governi che si sono succeduti in questi anni.

Tuttavia, a volere considerare quella del colpo di stato un’iperbole (l’autore non sarebbe d’accordo, ma io applico questo mio personale principio di carità), il libro tocca alcuni reali cambiamenti in corso. Per esempio la crisi del parlamentarismo italiano, che Becchi, in ottima compagnia, non coglie come tale, ma come attacco alla democrazia. Oppure il ruolo attivo del presidente della repubblica, che per Becchi è colpo di stato ammantato di legalità, ma per molti è il tentativo di non far deragliare il sistema in attesa di riforme che lo rendano più efficiente. O ancora il problema della cessione di sovranità degli stati europei all’Unione europea, che per Becchi è l’imposizione di poteri forti e oscuri (anche qui il linguaggio un po’ complottista a volte affiora), ma dimenticando che la costruzione europea è stata fin dall’inizio una questione di cessione di sovranità (sul come, fino a che punto e in che campi, è stata la discussione da sempre). O ancora la temutissima riforma presidenziale, che per Becchi è la prova provata del “gollismo” permamente che si vuole costruire, ma che è una delle possibilità di riforma tra le tante in campo per rendere i rapporti tra parlamento e governo, che sono due poteri distinti, più chiari. Su un punto Becchi ha ragione, ma credo che la critica debba essere rivolta anche alla linea strategica del movimento 5S, cioè sul fatto che la direzione di certe riforme rischia di escludere il populismo grillino (utilizzo qui “populismo” secondo l’uso che ne fa Casaleggio) dalla possibilità di incidere nel paese.

C’è un ultimo elemento, anche qui paradossale, che va sottolineato. Becchi dà enfasi dalla prima all’ultima riga al fatto che il colpo di stato permanente venga messo in campo senza toccare apparentemente la legalità democratica. In sostanza, Napolitano adempie al suo ruolo rispettando le leggi (tutta quella polemica degli attivisti grillini sul secondo mandato dovrebbe però allora cessare), la caduta di Berlusconi non ha violato alcuna legge, quelli di Monti, Letta, Renzi sono governi del tutto normali (ma allora va spiegato agli attivisti che non è vero che il governo in Italia viene eletto dal popolo) e tuttavia sarebbe comunque in corso un colpo di stato. Un colpo di stato che non si può distinguere dalla legalità democratica se non dando una lettura politica degli avvenimenti.

Ecco di paradosso in paradosso non vorrei che a spingere troppo sul fatto che nella nostra repubblica ciò che è legale e costituzionale e segue le leggi non è democratico, un giorno qualcuno arrivi a convincere gli italiani che ciò che è veramente democratico non ha bisogno di essere legale e costituzionale.

Buona domenica delle palme

In fondo senza le feste religiose non saremmo migliori, anzi: le feste di tutte le religioni e ciascuna le sue, perché ogni festa dice qualche cosa a tutti e non esistono religioni contro l’uomo – come disse una volta mio padre, che sparava – e spara ancora immagino- saggezza a rada intermittenza,  e come mia madre mi ha insegnato quando mi leggeva le storie di Sansone e Dalila da una Bibbia verde sfasciata (e più o meno negli anni in cui circolava il capolavoro qui sotto). E chi ha la grazia della laicità – come me – e mette sempre la coscienza di fronte a tutto, ne ha sempre di cose da imparare.

Un rimbalzo oltralpe

Qualche giorno fa ho commentato (in questo blog e soprattutto per Il Post) la nuova situazione francese e in particolare un punto che mi pare importante, cioè la possibilità che Francia e Italia, per la prima volta dopo molto tempo, spinte da esigenze simili, possano stabilire una strategia comune per i prossimi anni.

Il commento è evidentemente rimbalzato in Francia (potenza del Post e della sua diffusione), perché la rivista Courrier International, settimanale del gruppo Le Monde, che seleziona articoli della stampa estera come il nostro Internazionale (che proprio al magazine francese si è ispirato) ha chiesto di poterlo pubblicare in Francia. Chi è in Francia lo può già acquistare in edicola, tutti gli altri on line (per dire). E qui il preview.

Perché Italia e Francia ora sono più vicine

Hollande ha nominato primo ministro l’unico personaggio del suo partito che può dare una spinta nuova al governo, ma che può anche fare ombra al presidente. Non sarebbe la prima volta, nel complesso ma chiaro sistema francese, che un presidente è costretto a scegliere qualcuno che poi cercherà di fargli le scarpe. Non è detto che vada così, ma da qui al 2017 ne vedremo delle belle.

Il punto però è un altro; e va colto. Per la prima volta dopo moltissimo tempo, la Francia e i francesi hanno coscienza di vivere una crisi profonda. La Francia fatica a mantenere gli impegni europei, vive una certa deindustrializzazione, perde primati, la sua ideologia repubblicana pare a volte scricchiolare sinistramente, il suo ruolo in politica estera arretra, la funzione presidenziale non viene totalmente riempita dalle effettive possibilità dei presidenti che si sono succeduti negli ultimi 15 anni. La Francia appare ai francesi sempre meno “speciale”, sempre più un paese come gli altri. Anche i francesi hanno cominciato a parlare di declino, con un dibattito pubblico sempre più martellante, con dei tratti a volte molto originali, e mai rassegnato. La Francia ha bisogno di una rivoluzione? C’è chi lo sostiene, autorevolissimamente, perché la Francia ragiona così.

La presidenza Hollande e il governo Valls si troveranno dunque a tentare un raddrizzamento del paese proprio nella fase acuta di percezione della crisi. La batosta elettorale delle amministrative è stata un vero e proprio grido d’allarme dei francesi, che va molto al di là degli schieramenti politici e ha poco a che fare con le elezioni municipali in sé (in Francia da sempre vissute come segnali al presidente). Da qui al 2017 la Francia si deve muovere decisamente, sul piano interno e su quello europeo e internazionale e ha bisogno di alleati, di amici, di partner, di interessi che convergano con i suoi. Non sono solo Hollande e il suo governo che si giocano tutto, ma le reali possibilità della Francia di non perdere il suo rango.

È l’Italia, a mio avviso, il paese europeo che più di altri può essere interessato a lavorare strategicamente da subito con la Francia. Le difficoltà francesi sono molto simili alle nostre (le loro rimangono meno intense, ma la loro narrazione molto più forte): dopo gli anni di Sarkozy, che una funzione importante l’hanno avuta, interessato a condividere con la Germania il ruolo di guardiano dei conti altrui, con l’avvento dei socialisti (e l’uscita dell’Italia dall’emergenza degli spread e dei berlusconismi), le visioni delle debolezze dell’UE dei due paesi possono davvero avvicinarsi. Non ci sarà rivoluzione francese senza riforma europea. Ma non ci sarà neppure riforma europea se un blocco di paesi non sarà capace di pensarla e renderla possibile. E noi dovremmo esserne interessati fortemente. Francia e Italia (e governo Hollande-Valls con governo Renzi) insieme oggi possono fare molto.

La svolta dell’industria ecologica, tentata da Sarkozy, promessa da Hollande e rilanciata nel discorso presidenziale post-sconfitta di qualche giorno fa, legata a doppio filo al tema dell’energia (quella nucleare sembra essere per il futuro, tra mille ambiguità, sempre meno strategica per la Francia) è un tema nel quale l’Italia si può inserire con forza e che necessita di un quadro europeo complesso.

Il rilancio degli investimenti interni e all’estero nel futuro (e nel presente) dovrà necessariamente essere selettivo, cioé con una visione forte e strategica del paese e delle sue possibilità. Hollande ha mostrato di aver concettualmente chiaro questo principio (anche se non l’ha ancora chiaramente applicato) ed è lecito aspettarsi qualcosa in questa direzione. L’Italia può avere interesse a creare un’integrazione in questo senso con la Francia, soprattutto sul piano internazionale.

Insomma i temi di convergenza sono molti, ma è in particolare il momento culturale che entrambi i paesi stanno vivendo – la consapevolezza che è necessario cambiare, farlo in fretta e creativamente – che rende Italia e Francia così potenzialmente vicine.

In ricordo di Jacques Le Goff

Il mio pezzo in ricordo di Jacques Le Goff uscito oggi per Il Sole 24 Ore:

C’è stato un tempo in cui la presunta oggettività della storia è stata vista come un semplice susseguirsi di avvenimenti, di battaglie, di fatti da mettere in fila, forse di ideologie e di passaggi di istituzioni. Per Jacques Le Goff la storia è stata invece una costruzione molto più complessa, che si dipana su molti livelli, su diverse velocità e durate. E le diverse temporalità degli avvenimenti, dei fenomeni sociali, delle “mentalità” richiedono uno studio aperto a discipline diverse e sempre pronto a mettere in questione assunti e metodi, ad affinare i propri criteri interpretativi e ad arricchire costantemente i problemi storici. La sua attività di medievista si è inscritta infatti nella grande tradizione storiografica francese degli Annales, che ha rinnovato studi e metodi. Professore a Lille negli anni ’50, poi ricercatore del Cnrs, poi ancora direttore all’Ecole Pratique des Hautes Etudes dopo Fernand Braudel e tra i fondatori dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (emanazione dell’Ecole Pratique), Jacques Le Goff porta a maturazione personale, innovandoli e ampliandoli, i temi e i metodi di quella tradizione. È del 1957 uno dei suoi lavori più noti, Gli intellettuali nel Medioevo, che ha aperto un campo nuovo di indagine e ha consentito di porre l’attenzione alle forme proprie della produzione intellettuale medievale. Molto presto manifesta anche un interesse marcato e duraturo per la nascita della cultura mercantile, per il valore simbolico del denaro e delle pratiche economiche, per il rapporto tra mondo del clero e spazio dei laici, per figure-chiave (il mercante, il chierico, il re) capaci di rappresentare un intero universo culturale. Nei decenni si aggiungono temi ulteriori, che danno vita a una produzione vastissima sorretta da una scrittura di grande chiarezza ed eleganza, dagli “exempla”, brevi narrazioni che hanno la funzione di fornire un modello morale nella predicazione, alla scoperta dell’immaginario, dallo sguardo sul contesto dell’università medievale – che non si svilupperà mai come studio della teologia e della filosofia medievali, ma che si declinerà autonomamente in alcuni dei suoi allievi più importanti come studio della scolastica come antropologia – al grande soggetto de La nascita del Purgatorio (1981).
I miti, i riti, il corpo e le sue rappresentazioni, la regalità, il meraviglioso intrecciato al quotidiano diventano altrettante linee direttrici, sfaccettate e tutt’altro che univoche, della sua “antropologia storica”. Ma Le Goff si dedica anche, quasi paradossalmente, alla puntualità della biografia. Basti citare il San Luigi del 1996. Luigi è, con san Francesco, il personaggio del XIII secolo su cui abbiamo maggiori informazioni di prima mano, «perché era un re e perché era un santo». Ma abbiamo il Luigi dei documenti ufficiali, il cristiano degli agiografi, il re della nazione francese, il re degli exempla, il re modellato sui generi letterari che lo definiscono. È davvero esistito san Luigi? – ci si chiede in chiusura con una lezione metodologica folgorante. È una biografia, sulla moglie Hanka scomparsa nel 2004, anche uno dei suoi ultimi libri e tra i più belli, Con Hanka. Dal colpo di fulmine in una Polonia del blocco sovietico in cui il giovane medievista è inviato da Braudel per stabilire una rete intellettuale con l’Est europeo, alle vicende di una vita insieme, lo storico Le Goff vuole scrivere questa volta la storia di un’individualità, quella della donna che ha amato per quarant’anni e – scrive – «amerò sempre ardententemente fino alla mia morte».

Jacques Le Goff

La prima volta che lessi Jacques Le Goff pensai che la storia bisognasse scriverla in quel modo, con quell’apertura verso l’immaginario e il simbolico che entra nella scrittura stessa dello storico e le dà profondità. Per me, che allora leggevo la filosofia più che la storia, fu una scoperta e una conferma: oltre il concettuoso, di cui mi interessavo, che a volte lo rende possibile e lo precede e a volte invece lo supera ma raramente non lo sfiora neppure, c’è un universo mentale popolato di idee, di immagini, di colori, di paure, di umanità. La storia procede su livelli diversi, quasi su faglie di scivolamento, di diverse velocità, ma ha bisogno di tutti i registri del pensiero e della vita. Forse è per questo che il medioevo di Le Goff, il grande medievista che si è spento oggi all’età di 90 anni, che sapeva intrecciare il meraviglioso e il quotidiano in una scrittura che ha insegnato a molti, è sembrato a tanti di noi così vicino.