La corsa del brutto

Ne Il bello, il brutto, il cattivo tutti si identificano sempre in Clint Eastwood, io invece mi sono sempre sentito vicino al personaggio interpretato da Eli Wallach e in particolare nella sua corsa disperata tra le croci, quella corsa sincera e scomposta nella polvere, a scatti, a cercare qualcosa che ci dev’essere, che può cambiare il corso delle cose e invece è il corso delle cose. Sono grato a Eli Wallach, scomparso oggi, per come ha interpretato quella corsa.

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Solo due piccole aggiunte al commento tecnico generale riportato nel titolo e nel post precedente.

Il primo scontato elemento è che naturalmente siamo passati in pochi minuti dall’incensare Balotelli per il tweet ironico alla regina ad accusare Balotelli di essere uno sconsiderato twittatore, dal “fai entrare Immobile” all’immobile centravanti e via così. E comunque bisogna anche dire che i toni da tragedia nazionale non ci sono stati (a parte quei tipici italiani che tifano sempre contro l’Italia per poter dire quando l’Italia perde che era ovvio che perdesse perché siamo così, perché non siamo capaci di fare le riforme, siamo tangentari, peracottari, undici miliardari in pantaloncini, la Merkel, la troika, eccetera eccetera). Nella disfatta ci sono anzi alcuni elementi positivi (almeno a mio modo di vedere questo mondiale), per esempio le dimissioni fulminee di Prandelli e Abete. Non perché debbano essere i capri espiatori dell’opinione pubblica, ma al contrario perché le dimissioni, e rassegnate subito, sono anche il segno di una mentalità nuova del nostro paese, quella dell’assunzione delle responsabilità legate alla funzione, al ruolo. Dopo decenni di rimbalzi, di presa di tempo, di attesa delle condizioni opportune, di “non è questo il momento”, il calcio, che è una parte della cultura popolare nazionale, segnala un cambiamento di attitudine generale.

La seconda osservazione è più personale. Voi pensate di essere inconsolabili perché la nazionale ha perso, ma io, che sono a Vienna, dopo la partita ho visto i commentatori televisivi austriaci. Uno di loro mi pareva di averlo già visto da qualche parte, ma non capivo dove. Si è anche messo a cantare con un gruppo e ho pensato allora che proprio non avrei potuto conoscerlo, fin quando è apparso il suo nome: Herbert Prohaska. Proprio lui, il magro, baffuto, riccioluto e longilineo giocatore dell’Inter dei primi anni ’80. Prohaska però ora non ha i baffi, non ha i capelli, non è magro:

Non ci sono più gli intellettuali di una volta

L’estate scorsa, di passaggio per le Marche, notai un manifesto molto bello con le sagome nere su sfondo rosso di Don Chisciotte e Sancho Panza che si trasformavano nei personaggi di Batman e Robin a cavallo di due ronzinanti. Il manifesto era relativo agli eventi di un festival che ancora non conoscevo, il festival di “Popsophia. Filosofia del contemporaneo“, e pensai che dovesse essere molto interessante.

Caso felice vuole che quest’anno sia stato invitato al festival, che si svolge a Pesaro dal 2 al 6 luglio, a parlare sul tema “Non ci sono più gli intellettuali di una volta…” (immagino che il titolo si riferisca anche ai relatori), con Marco Filoni, Luca Mastrantonio, Corrado Ocone, Simone Regazzoni, domenica 6 luglio alle 22. Il tema generale di quest’anno è “Nostalgia del presente”, qui la lista degli invitati e il programma. E di seguito il manifesto di quest’anno, molto bello anche questa volta.

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Traiettorie

Dopo un viaggio che non ha niente da invidiare all’Odissea, perché i francesi gli scioperi dei trasporti li sanno fare molto bene, e soprattutto di ritorno da un concorso per una delle cattedre più importanti d’Europa per il mio settore – una cattedra che avrebbe dato irraggiamento alla novità delle mie ricerche, sostegno istituzionale al piccolo gruppo di persone che comincia a lavorare su questi temi nuovi e credo importanti, e fiducia di ritorno a chi si fida del mio percorso intellettuale -, concorso che ho perso per un solo singolo voto (in certe università di ricerca il concorso culmina con un’audizione a cui segue il voto di tutti i membri del dipartimento), sono finalmente tornato a Milano. Certo, stravolto. Certo, pieno di dubbi. Certo, in qualche modo messo di fronte alle ennesime decisioni da prendere. E d’altra parte sempre più contento di trovarmi a che fare con la bellezza di certi testi, antichi e contemporanei, di certi problemi, sempre più contento di capire e contribuire a costruire (il lavoro dello storico del pensiero è un po’ così) certe traiettorie della nostra cultura, che non sono semplicemente il passato – anche se lo sono, e in senso radicale e discontinuo -, ma assomigliano piuttosto a linee discernibili, a forze allo stesso tempo misteriose ma visibili ed evidenti, a delle faglie mobili che si trasformano sempre e che modellano. Com’è, come non è, ci sono momenti in cui ti accorgi di quanto necessarie siano le cose belle e come siano davvero in tutto, in un continuo ricchissimo, che libera e definisce. E a volte basta poco per scrollarti di dosso certe stanchezze, per riempirti gli occhi, anche quelli della mente, di quello che vuoi tu. Basta una partita del mondiale di un’estate strana, basta il gesto bellissimo di un gol come il primo dell’Olanda, per essere contento di tutto quanto.

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Corruzione

Del termine “corruzione” il senso giuridico-giornalistico ha preso tristemente il sopravvento. La parola ha però una lunga e più complessa storia politica. Innanzitutto non va dimenticato che il significato proprio è, cito il vocabolario Treccani, “Il corrompersi, l’essere corrotto, nel senso di decomposizione, disfacimento, putrefazione”. La corruzione è la putrefazione di un corpo. È in questo senso così sensorialmente repulsivo che è passato anche a designare l’aspetto morale di comportamenti e attitudini: corruzione dell’anima, corruzione dei sensi. Ma “corruzione” ha indicato anche in modo più neutro, in una fase premoderna della filosofia della natura, l’inevitabile avvicendarsi dei cicli della natura: tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto a corruzione. Tutto quello che è esposto all’azione del tempo è destinato a corrompersi: anche le società, anche gli stati, che fino al Rinascimento venivano considerati come dei veri e propri corpi, quindi soggetti alle leggi della natura. Certo la corruzione è un processo e può essere ritardato; la politica, le leggi, l’organizzazione, la morale, la religione, possono riformare un corpo (politico) che dia segni di incipiente corruzione, un corpo vivo che però rischia di disgregarsi. Per Machiavelli un corpo può essere riportato “ai suoi princìpi”, cioè per così dire alla sua giovinezza, alla sua integrità: è compito del politico. Ma non bastano le leggi, ci vogliono “i buoni costumi”. I buoni costumi sono in certo modo l’integrità della società, dei singoli e dei gruppi, sono la buona salute sociale. There is no such thing as society, ma per Machiavelli esistono invece i buoni costumi senza i quali le buone leggi non si tengono in piedi, ma neppure i buoni costumi senza buone leggi possono reggere alla violenza delle passioni e delle libidini del potere e della ricchezza. Se Roma non si fosse corrotta nei suoi tessuti etici e sociali ai tempi di Mario e di Silla, cioè se non avesse già perso il contatto con le ragioni del suo essere repubblica, allora Cesare, secondo Machiavelli, non avrebbe mai preso il potere, non sarebbe mai diventato l’uccisore della repubblica.

La riflessione è dunque fatta: a che punto è la nostra società? Esistono delle tendenze contrarie alla corruzione diffusa? Esiste un livello superiore a quello del passato di biasimo sociale nei confronti della corruzione (perché chi si fa corrompere e corrompe innesca un processo di corruzione più generale) e di un certo modo di approfittare degli incarichi politici? Si possono intravedere le piste da percorrere collettivamente e individualmente per rendere la corruzione fuori moda (mi voglio esprimere così)? Io credo di sì. Abbiamo bisogno davvero di buone leggi contro la corruzione, nel senso giuridico del termine, ma anche di buoni comportamenti anticorruttivi nel senso ampio della società (che a loro volta hanno bisogno di buone leggi). Non si tratta naturalmente di moralismo, ma di capire che cosa ne pensiamo del nostro essere sociali, oltre che “familiali” e individualisti, anzi si tratta di capire come tutti questi livelli stiano positivamente insieme.

Tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto al cambiamento, ma non solo nel senso della corruzione, anche nel senso della nascita e della rinascita.