Corruzione

Del termine “corruzione” il senso giuridico-giornalistico ha preso tristemente il sopravvento. La parola ha però una lunga e più complessa storia politica. Innanzitutto non va dimenticato che il significato proprio è, cito il vocabolario Treccani, “Il corrompersi, l’essere corrotto, nel senso di decomposizione, disfacimento, putrefazione”. La corruzione è la putrefazione di un corpo. È in questo senso così sensorialmente repulsivo che è passato anche a designare l’aspetto morale di comportamenti e attitudini: corruzione dell’anima, corruzione dei sensi. Ma “corruzione” ha indicato anche in modo più neutro, in una fase premoderna della filosofia della natura, l’inevitabile avvicendarsi dei cicli della natura: tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto a corruzione. Tutto quello che è esposto all’azione del tempo è destinato a corrompersi: anche le società, anche gli stati, che fino al Rinascimento venivano considerati come dei veri e propri corpi, quindi soggetti alle leggi della natura. Certo la corruzione è un processo e può essere ritardato; la politica, le leggi, l’organizzazione, la morale, la religione, possono riformare un corpo (politico) che dia segni di incipiente corruzione, un corpo vivo che però rischia di disgregarsi. Per Machiavelli un corpo può essere riportato “ai suoi princìpi”, cioè per così dire alla sua giovinezza, alla sua integrità: è compito del politico. Ma non bastano le leggi, ci vogliono “i buoni costumi”. I buoni costumi sono in certo modo l’integrità della società, dei singoli e dei gruppi, sono la buona salute sociale. There is no such thing as society, ma per Machiavelli esistono invece i buoni costumi senza i quali le buone leggi non si tengono in piedi, ma neppure i buoni costumi senza buone leggi possono reggere alla violenza delle passioni e delle libidini del potere e della ricchezza. Se Roma non si fosse corrotta nei suoi tessuti etici e sociali ai tempi di Mario e di Silla, cioè se non avesse già perso il contatto con le ragioni del suo essere repubblica, allora Cesare, secondo Machiavelli, non avrebbe mai preso il potere, non sarebbe mai diventato l’uccisore della repubblica.

La riflessione è dunque fatta: a che punto è la nostra società? Esistono delle tendenze contrarie alla corruzione diffusa? Esiste un livello superiore a quello del passato di biasimo sociale nei confronti della corruzione (perché chi si fa corrompere e corrompe innesca un processo di corruzione più generale) e di un certo modo di approfittare degli incarichi politici? Si possono intravedere le piste da percorrere collettivamente e individualmente per rendere la corruzione fuori moda (mi voglio esprimere così)? Io credo di sì. Abbiamo bisogno davvero di buone leggi contro la corruzione, nel senso giuridico del termine, ma anche di buoni comportamenti anticorruttivi nel senso ampio della società (che a loro volta hanno bisogno di buone leggi). Non si tratta naturalmente di moralismo, ma di capire che cosa ne pensiamo del nostro essere sociali, oltre che “familiali” e individualisti, anzi si tratta di capire come tutti questi livelli stiano positivamente insieme.

Tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto al cambiamento, ma non solo nel senso della corruzione, anche nel senso della nascita e della rinascita.

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