Tristeza (o meno)

Il mondiale di calcio è sempre bellissimo, perché è fatto della stessa sostanza delle tradizioni e delle innovazioni, dei miti e dei luoghi comuni (intesi nel senso neutro, e anzi positivo, di spazi mentali che ci aiutano a orientarci, a riconoscere quello che succede, a riportarlo a una storia). Ieri si è confermato il luogo comune della Germania germanica, dei panzer teutonici che non si fermano mai e arrivano sempre un po’ più in là del lecito. Il modo in cui hanno frantumato il Brasile ha però qualcosa della profanazione. Forse per questo ci è sembrato prima di gioire per la caduta brasiliana, imprevista con queste proporzioni e perciò divertente, ma poi siamo rimasti senza parole per l’accanimento infausto e dissacratore delle sette pappine alemanne (anche il sette non dev’essere a caso: sette sono le colonne del tempio di re Salomone, sette le arti liberali, sette i samurai). Ma si sa, ce lo insegnano i Greci, ogni azione profanatoria chiama una reazione (e sarebbe un benaugurante riequilibrio dell’universo se adesso i Tedeschi perdessero l’ennesima finale, magari ai rigori).

Ma c’è dell’altro: si è sgretolato il mito tranquillizzante di un certo Brasile, di sicuro il Brasile calcistico sempre all’attacco, quello che diverte, quello che pur di fare un gol spettacolare ne incassa due ordinari, ma anche quello ingenuo del gigante che gigioneggia, del colosso buono verdeoro. Perché associato a questo mito c’è quello del Brasile povero ma felice, del Brasile a cui basta poco, il calcio, il carnevale e Jobim; un Brasile da guardare con superiorità, tutto saudade e tette al vento, un paradiso di palme e di banane e di tifosi che piangono a ogni sconfitta, al meu amigu Charlie Brown che pensa al suicidio ricordando il Maracanazo, un Brasile che è un Sudamerica che non disturba, a cui basta la canzone, anzi la canzuncella, come certi Sud della nostra Italia. Di questo Brasile sono pieni gli articoli dei giornali di oggi e di questi giorni (sembrano preparati da mesi), i commenti pigrissimi dei cronisti, il linguaggio trito con cui questo mondiale è stato deludentemente raccontato da giornali e televisioni, ma anche forse il non detto di ogni mondiale come volontà e rappresentazione. Forse è crudele cominciare da sette pappine, ma forse il mondo sta cambiando e anche il Brasile non avrà più solo calcio su cui fare leva. E questo è un bene.

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