Presunzione di decenza

Non ho mai seguito con attenzione la cronaca nera. Non è snobismo: proprio non mi interessa o, meglio, la trovo interessante a posteriori, a caso chiuso, quando può essere raccontata con un vero filo narrativo, secondo le capacità di chi racconta, quando se ne può trarre un senso, con una scrittura. Della cronaca nera mi infastidiscono poi le speculazioni, le foto rubate da Internet, i vicini di casa che dicono quello che gli passa per la testa e l’evocazione dell’allarme sociale (finto): se in 60 milioni di persone che siamo ogni tanto qualcuno sbrocca, non vedo dove sia l’allarme. Proprio perché non mi interessa non mi sono mai imbattuto nei plastici di Vespa o negli speciali sul delitto del momento. Anzi mi confondo i delitti, le facce, gli avvocati, non so più che fidanzato o fidanzata avrebbe ucciso tale o talaltro, quale mamma, quale marito, quale azione che è impossibile che l’imputato di turno non abbia compiuto.

Per un motivo molto semplice però (la mia televisione viennese come canale italiano prende solo Rai1), ultimamente la mia serata televisiva è popolata di fiction varie e la seconda serata è fissa su Porta a Porta. Ho allora cominciato a seguire seriamente (si fa per dire) la vicenda del bambino ucciso e sono rimasto sinceramente di stucco.

Ho scoperto che la frase “Per me una persona è innocente fino a prova contraria” (soprattutto se il “per me” viene scandito come a significare chissà quale storia personale di chi parla, quale implicito impegno pregresso a favore della giustizia), serve per poter poi sparare accuse ad altezza uomo. La frase in realtà è un disclaimer, che viene negato dalla frase successiva e anzi ne è la preparazione.

Gli ospiti poi sono quasi sempre nella misura di tre a uno a favore della colpevolezza (e l'”uno” nelle ultime tre puntate era l’avvocato della difesa). Quello che cambia sono solo i toni. Ci sono colpevolisti gentili, come il giornalista di ieri sera, che mi pare di ricordare essere stato direttore di Men’s Health, quella rivista con gli uomini a torso nudo in copertina, nota per i suoi approfondimenti giuridici.

Poi ci sono colpevolisti fuori sincrono, come un’avvocata di qualche giorno fa, che si è distinta in un primo intervento per aver detto che la società nel suo complesso ora deve riflettere (con un tono un po’ yoga), ma che non è stata molto seguita nella riflessione, e poi quando si è resa conto che la gente parlava d’altro (era un po’ fuori sincrono, appunto), ha affermato con l’orgoglio pungente di chi sa di essere on the right side of the history che una vera mamma non può lasciare comunque il figlio a 80 metri dalla scuola, proprio non può.

Poi c’è in tutte queste trasmissioni una criminologa, che urla come se non ci fosse un domani, che si lamenta perché l’avvocato parla troppo e che naturalmente ha capito tutto del caso. Non ha letto una riga delle carte, come nessuno, non ha parlato con l’indagata o con qualcuno della famiglia. Però ha il profilo psicologico e “altro che Cogne qui”.

Mi sono chiesto perché questa criminologa bionda (voi direte: “perché dici bionda? Allora sei maschilista, dai un dettaglio che non c’entra, depisti”. No, dico bionda perché è bionda. Come direbbe la criminologa con ampi gesti di insofferenza: è un fatto, è oggettivo), mi sono chiesto se una professionista non si squalifichi a prendere una posizione così netta senza avere indagato su nulla. E intendo dire: anche nel caso in cui l’indagata risultasse colpevole, che metodo usa la criminologa? Gli articoli di giornale? Sarà che leggo “Julia. Avventure di una criminologa” (ma solo quando in aereo non ho altro, perché è un fumetto di una certa noia), ma mi pare che andare in tv a urlare sulla voce di un avvocato della difesa, che peraltro in questo caso specifico sembra ragionevolissimo, sia uno spettacolo professionalmente penoso.

Poi ho visto una signora che ci ha spiegato come bisogna parlare ai bambini di questi eventi così gravi e ci ha fatto vedere il suo libro, che parla ovviamente di come parlare ai bambini, ed è pubblicato da Mondadori, con una bella copertina che sembra il restyling delle pagine delle Roselline di quarta elementare (qualcuno le ricorda?). Mi sono chiesto se il libro di questa signora (non ricordo più se terapeuta o cosa), che è da decenni in televisione, sarebbe stato mai non dico pubblicato, ma anche solo scritto, se la terapeuta in questione non fosse un personaggio televisivo. Sì, è vero, non ho letto il libro, non ho visto le carte, e un libro per me è bello fino a prova contraria, ma secondo me ‘sto libro non è un granchè ed è uscito solo perché lei va in tv e a Natale qualcuno che vuol fare l’intellettuale con la cugina di terzo grado lo compra.

Non c’è da scherzare, lo so; non c’è troppo da essere ironici. Fa solo tutto una grande pena.

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