Un pensatore italiano e un imperatore tedesco

Eutopia. Ideas for Europe è un magazine edito in Italia da Laterza (e da Fischer Verlag in Germania, Editions du Seuil in Francia, Galaxia Gutenberg in Spagna) che mette al centro l’Europa, la sua storia, i suoi rompicapo, i suoi snodi, i temi del presente e gli scenari del futuro.

Con mio grande piacere sono stato invitato a contribuire alla sezione storica, che si occupa di personaggi, di date simbolo, di avvenimenti spartiacque e di relazioni pericolose. Il mio articolo, uscito oggi on line in versione bilingue, parla di una data antica ma importante (il biennio 1325-1327), e della liason dangereuse tra un pensatore italiano e un imperatore tedesco. Qui di seguito l’inizio dell’articolo:

Nel 1327 l’imperatore tedesco Ludovico di Baviera si mette in marcia verso Roma alla testa di un esercito. Dovrà rafforzare il circuito di quelle città settentrionali della penisola italiana che vedono nell’imperatore il garante di un ordine sovralocale e dovrà tentare di sottomettere alla sua autorità le città che vedono invece nel papa il punto più alto di una rete di potere nazionale ed europea…
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Tutti gli arcana del presidente

La si può pensare come si vuole, ma bisogna pur ammettere che questo modo di eleggere il presidente della repubblica oggi non ha più senso. Questo tipo di elezione, fatto così, è servito a rendere solenne, in anni e decenni in cui effettivamente aveva un senso,  la figura del presidente fin dalla forma della sua elezione. È un sistema che evoca gli arcana imperii, i segreti del potere, il velo che lo stato impone alle sue decisioni più intime, una specie di sacralizzazione di quel teatro della politica (teatro, non teatrino) che al tempo stesso si mostra e si nasconde.

Oggi tutto il dibattito sul presidente, che dura per forza mesi, appare invece come qualcosa di intrinsecamente surreale. A questi dibattiti surreali – determinati dal processo stesso di elezione – i cittadini, che in questa partita non possono partecipare neanche alla lontanissima, si conformano volentieri.

Il primo elemento curioso è che per questa carica non ci sono candidati, nessuno formalizza candidature. Nessuno direbbe “voglio fare il presidente”, perché sarebbe sicuro di non essere eletto. Anzi, una delle parti più divertenti del processo è quella in cui chi viene nominato come possibile buon presidente subito smentisce di voler essere eletto: “Io? Ma no, è uno scherzo da prete”, “Io? Ma no, non sono disponibile”, “Io? Macché, ormai faccio altro da anni”.

Il risultato ovvio e grave è che senza candidati non si può discutere delle qualità dei candidati. Non dico di fronte al paese, che qui gioca il ruolo del pubblico a teatro, che magari può parteggiare in silenzio e in cuor suo per uno dei personaggi, ma a cui è richiesto solo di applaudire alla fine, non dico appunto di fronte al paese, ma magari nello stesso parlamento. Anche in Vaticano prima del conclave i cardinali si riuniscono pubblicamente per fare il punto sulla situzione della chiesa universale proponendo scenari diversi, per il presidente no.

Non essendoci candidati, non potendo fare nomi (a meno di voler proprio male alle persone), i partiti fanno allora “l’identikit”. All’inizio serve solo a far melina, a dire qualcosa ai talk show, perché poi questi identikit danno sempre lo stesso risultato: alto profilo, senso delle istituzioni, standing internazionale. Poi, man mano che si avvicina il momento, l’identikit diventa come i concorsi universitari “profilati”: si dà una definizione fatta per avvantaggiare uno e un solo candidato e per svantaggiare tutti gli altri.

Senza candidati, senza dibattiti pubblici sui nomi e sui profili, le uniche caratteristiche dei “quirinabili” sono i dispetti o i favori che si presume possano fare a una parte o all’altra. E il format riesce così bene che anche i cittadini per settimane e settimane ragionano impettiti e con grande ostentazione di senso politico nei termini di veti e di convenienze (altrui): “Quel candidato? Andrebbe bene, ma fa ombra al premier”; “Quell’altro? Non sarebbe gradito al leader dell’opposizione”; “Il terzo? Non è il massimo, ma potrebbe piacere a quelli a cui sta antipatico il segretario di quel partito che così si troverebbe forse in difficoltà nel caso in cui fra 8 mesi cadesse il governo che fa finta di sostenere ma che in realtà non voleva fin dall’inizio…”.

Ma perché dovrebbero interessarci questi veti, questi ragionamenti, queste scelte che non vengono spiegate né  a priori né a posteriori? Del resto sappiamo bene che i parlamentari, che rappresentano la nazione, voteranno in base all’indicazione dei capicorrente, che rappresentano la rielezione.

Insomma, fra tutte le inefficienze del nostro parlamentarismo questa appare oggi come la più oziosa. I cittadini non hanno voce in capitolo (anche se vengono indotti dal processo stesso di elezione a chiacchierare per mesi del totopresidente) nel prendere una decisione che è fondamentale per la vita democratica ma che la costituzione non attribuisce direttamente ai cittadini. Nell’attesa che il nostro sistema si volga laddove è tempo che si rivolga (a mio umile avviso), e cioè verso il ripensamento della funzione presidenziale, e di tutto l’equilibrio di contrappesi, e che si dia ai cittadini la responsabilità diretta di scelta, si spera almeno che il parlamento risolva la questione senza inutili caciare e senza insopportabili ipocrisie.

Bentornate!

Greta e Vanessa, bentornate!

Bentornate alla libertà e prestissimo bentornate in patria. Siete state incoscienti e coraggiose, generose e forse affrettate e senza senno, non abbiamo ancora capito. E chissà quante volte vi sarete pentite di qualcosa, di esservi spinte fin laggiù forse pensando che le buone intenzioni mettano al riparo dai pericoli e non è così.

Ma ci siete state, laggiù, e ci avete fatto capire che in un paese come il nostro –  che spesso all’ingrandirsi spropositato di un mondo esterno che non capiamo più reagisce pensando di chiudersi dietro le proprie frontiere – chi è generoso e senza senno è utile, è preziosissimo, è quello che ci fa essere nel mondo insieme agli altri, con le vicende degli altri.

Tutti lo abbiamo pensato, vedendovi fragili e contente in quelle foto di partenza e di partecipazione, che potevate essere nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre cuginette. E siamo stati tutti un po’ orgogliosi delle vostre decisioni e un po’ incazzati con voi, che avete esposto le vostre vite e messo un po’ nei guai il paese. E tutti abbiamo provato rabbia e pena, nel vedervi con quel velo nero e nel sentire quel “siamo in pericolo” sussurrato.

Ci saranno polemiche, ci saranno dibattiti, ci dovrete forse anche dare delle spiegazioni, ma adesso siamo semplicemente felici, per voi che tornate, e per il paese che è riuscito a riportarvi a casa, e non vediamo l’ora che le vostre vite ricomincino, che ci spiegate che cosa avete capito, che ricominciate a vivere come volete. Greta e Vanessa, bentornate.

 

Dickens in incognito

Mi è capitato di vedere il programma Boss in incognito su Rai2, uno di quei programmi che ti martellano nei denti finché non ti scappa almeno una furtiva lacrima o un’emozioncina d’ordinanza. Per carità, si tratta di un programma fatto molto bene, con i testi giusti, i tempi adatti, i personaggi adeguati

Lo schema, come sempre, è semplice: il capo di una grande impresa lavora in incognito per una settimana nella propria azienda, come se fosse un nuovo e inesperto dipendente, ruotando tra varie mansioni e diversi luoghi (stabilimenti, distribuzione, negozi) per farsi un’idea di come vadano le cose e soprattutto interagendo con vari dipendenti e seguito da un troupe televisiva che finge di girare un documentario. Le martellate di emotività sono date dal rapporto che il boss in incognito stabilisce con quei 3-4 dipendenti che lo affiancano di volta in volta nelle nuove mansioni e che vengono spinti a raccontarsi, a confidare le proprie difficoltà, economiche e personali, a narrare la propria storia. Alla fine della settimana il boss convoca in direzione i dipendenti conosciuti e svela la propria identità, giudicando il lavoro e il comportamento di chi ha conosciuto, redarguendo (poco) o lodando gli attoniti dipendenti che si accorgono che l’impacciato collega della settimna prima era in realtà il supercapo. Insomma sembrerebbe un programma sulle difficoltà dell’organizzazione del lavoro, sull’impegno, su come alcuni concreti problemi possano essere risolti (un po’, in fondo, come le Cucine da incubo di Ramsay).

Si resta però a bocca aperta per gli incontri finali dei boss in incognito con i dipendenti. Il boss regala contratti a tempo indeterminato (ma quindi prima come lavoravano questi operai?), soddisfa l’esigenza di passare da part time a tempo pieno (passaggio che evidentemente il dipendente prima non era riuscito ad avere), promuove a funzioni superiori (e dunque il talento dei dipendenti prima non era valutato efficacemente). Non solo, il boss ormai svelatosi regala viaggi a parchi divertimento per i figli sacrificati del dipendente, paga viaggi di nozze e pranzi di matrimonio, assume mariti o mogli dei dipendenti conosciuti che si trovano in difficoltà. E tutto avviene per puro caso (perché il boss in incognito conosce quel singolo dipendente e non gli altri) e grazie al capo dell’impresa che diventa il vero e proprio deus ex machina della vita di una persona casualmente pescata in azienda.

Insomma siamo tornati a Charles Dickens, al Canto di Natale, allo Scrooge che tutti speriamo di incontrare a Natale e che ci può aggiustare la vita lavorativa e personale con un atto di munificenza personale, con un benevolo paternalismo, con una lacrima empatica, con una lotteria casuale in cui si vince un contratto a tempo indeterminato e un complimento.

Lo chiedo senza moralismo alcuno: abbiamo ricominciato a leggere così il lavoro e il suo mondo, la ricchezza e la difficoltà, il vincolo sociale, la città alta e quella bassa in cui viviamo tutti insieme? Se è così, mi aspetto anche che il Dickens in incognito esca allo scoperto e ci aiuti a capire e raccontare.