Dickens in incognito

Mi è capitato di vedere il programma Boss in incognito su Rai2, uno di quei programmi che ti martellano nei denti finché non ti scappa almeno una furtiva lacrima o un’emozioncina d’ordinanza. Per carità, si tratta di un programma fatto molto bene, con i testi giusti, i tempi adatti, i personaggi adeguati

Lo schema, come sempre, è semplice: il capo di una grande impresa lavora in incognito per una settimana nella propria azienda, come se fosse un nuovo e inesperto dipendente, ruotando tra varie mansioni e diversi luoghi (stabilimenti, distribuzione, negozi) per farsi un’idea di come vadano le cose e soprattutto interagendo con vari dipendenti e seguito da un troupe televisiva che finge di girare un documentario. Le martellate di emotività sono date dal rapporto che il boss in incognito stabilisce con quei 3-4 dipendenti che lo affiancano di volta in volta nelle nuove mansioni e che vengono spinti a raccontarsi, a confidare le proprie difficoltà, economiche e personali, a narrare la propria storia. Alla fine della settimana il boss convoca in direzione i dipendenti conosciuti e svela la propria identità, giudicando il lavoro e il comportamento di chi ha conosciuto, redarguendo (poco) o lodando gli attoniti dipendenti che si accorgono che l’impacciato collega della settimna prima era in realtà il supercapo. Insomma sembrerebbe un programma sulle difficoltà dell’organizzazione del lavoro, sull’impegno, su come alcuni concreti problemi possano essere risolti (un po’, in fondo, come le Cucine da incubo di Ramsay).

Si resta però a bocca aperta per gli incontri finali dei boss in incognito con i dipendenti. Il boss regala contratti a tempo indeterminato (ma quindi prima come lavoravano questi operai?), soddisfa l’esigenza di passare da part time a tempo pieno (passaggio che evidentemente il dipendente prima non era riuscito ad avere), promuove a funzioni superiori (e dunque il talento dei dipendenti prima non era valutato efficacemente). Non solo, il boss ormai svelatosi regala viaggi a parchi divertimento per i figli sacrificati del dipendente, paga viaggi di nozze e pranzi di matrimonio, assume mariti o mogli dei dipendenti conosciuti che si trovano in difficoltà. E tutto avviene per puro caso (perché il boss in incognito conosce quel singolo dipendente e non gli altri) e grazie al capo dell’impresa che diventa il vero e proprio deus ex machina della vita di una persona casualmente pescata in azienda.

Insomma siamo tornati a Charles Dickens, al Canto di Natale, allo Scrooge che tutti speriamo di incontrare a Natale e che ci può aggiustare la vita lavorativa e personale con un atto di munificenza personale, con un benevolo paternalismo, con una lacrima empatica, con una lotteria casuale in cui si vince un contratto a tempo indeterminato e un complimento.

Lo chiedo senza moralismo alcuno: abbiamo ricominciato a leggere così il lavoro e il suo mondo, la ricchezza e la difficoltà, il vincolo sociale, la città alta e quella bassa in cui viviamo tutti insieme? Se è così, mi aspetto anche che il Dickens in incognito esca allo scoperto e ci aiuti a capire e raccontare.

 

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