Cose vicine

Io sono nato nel 1970, quindi per me gli anni ’70 sono la mia infanzia. Gli anni in cui si respirano gli odori che vorresti sentire l’ultimo giorno della tua vita, gli anni in cui sei già un po’ quello che diventerai, in cui capisci quelle due tre cose importanti della vita, gli anni in cui comprendi se sei un coraggioso o uno che scappa, gli anni dello stupore e della meraviglia, gli anni che rivivi senza che te ne accorga, perché le tue emozioni ne fanno un varco del presente, ecco quegli anni lì, per me, sono gli anni ’70. Ricordo il clima cupo del terrorismo, ma come qualcosa che non mi toccava, che succedeva a Roma (anche se non era così); e non capivo se questi brigatisti fossero buoni o cattivi, perché si parlava sempre del popolo e il popolo tendenzialmente è cosa buona. Ma una volta mia mamma guardando la tv, sconvolta per la strage di via Fani, esclamò “Disgraziati. E dite anche che siete amici del popolo”. Non so, non sono sicuro, ma penso che il mio sospetto (e anche il mio profondo interesse di osservatore e di studioso) nei confronti delle ideologie sia nato in quel momento. Ma tutto questo è marginale. Ricordo quando arrivarono per la prima volta Goldrake e Mazinga. Rimanemmo tutti sbalorditi e sui banchetti della scuola elementare la prima frase tutti i giorni alla mattina era “L’hai visto Goldrake?” e la risposta “Fischia!”. E quando arrivò Lupin III? Tutti a bocca aperta. E Happy days? E gli oggetti, il Tango, il frisbee, la bicicletta Saltafoss (eh, si chiamava così). Certe canzoni, come quelle di Amanda Lear, che facevano ridere. Erano cose nuove che riconoscevamo come nuove. Non erano semplicemente cose che ci piacevano, erano novità, erano cose nate nel nostro mondo, insieme a noi. E noi lo capivamo bene. Eravamo bambini, ma quel mondo lo capivamo. C’era però anche un mondo di cose belle e strane che non era proprio il nostro, ma ci precedeva di poco. Ricordo la sensazione di quel pop che stava andando fuori corso, che aveva un che di strano, ma che ci piaceva. I cartoni di Hanna e Barbera erano tutti così: li guardavamo, ci piacevano, ma erano precedenti. Precedenti, ma ancora lì insieme a noi, erano gli effetti optical di certi vestiti, certi quadri tutti macchie di colore, i libri bellissimi che giravano sulla Cina, con tutti quei manifesti maoisti coloratissimi e scritte in cinese, le moquettes, quei volantini ciclostilati zeppi di parole, le serie come “Attenti a quei due” e poi tutte quelle cose inglesi e francesi che non si capivano bene, ma erano lì, ci avevano preceduti di poco, stavano con noi, ma noi con loro non ci orientavamo alla perfezione, c’era un leggero sfasamento. Io quella sensazione di un passato prossimo che non è tuo, ma che è come un’isola del tesoro, come una macchina del tempo in cui forse anche chi stava vicino a te poteva essere ritrovato, in cui altri che ancora stavano lì con te avevano provato emozioni uguali alle tue, in cui la meraviglia delle generazioni si avvicendava, anche se tu non lo capivi bene, quella sensazione me la ricordo.

Ho sentito oggi una canzone che non conoscevo e che mi ha riportato alla memoria quelle sensazioni, quel mondo immaginato, sfiorato e così vicino al mondo delle mie prime emozioni.

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