I tre giorni in cui Cristo fu morto

Un post da triduo pasquale che avevo già pubblicato anni fa per Il Post e che ripropongo ai nuovi lettori (sperando che ce ne siano) del mio blog qui:

Proviamo a fare un esperimento mentale. Immaginiamo che la notte dell’ultima Cena, dopo la consacrazione del pane come corpo di Cristo (come corpo vero, non simbolico, per i cattolici), un apostolo, uno qualsiasi, avesse conservato per sé una parte di quel pane. Immaginiamo anche che dopo la morte di Cristo, qualche ora dopo, durante i giorni neri dello sgomento, della paura e del dubbio, cioè durante i giorni in cui Cristo fu davvero morto, quell’apostolo avesse ripreso il pane sottratto e già consacrato, cioè il corpo di Cristo, e l’avesse mangiato. In quei tre giorni, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o il corpo di Cristo morto?
L’esperimento non è blasfemo e la domanda se la sono posta in tanti, e come strumento di conoscenza, tra loro per esempio (san) Tommaso d’Aquino e (il beato) Duns Scoto, che di professione non facevano i santi, ma gli intellettuali. E infatti le loro risposte sono altre domande. Che cos’è un corpo vivo? A quali funzioni vitali corrisponde la vita di un corpo? E perché un cadavere non si decompone istantaneamente? Forse alcuni processi continuano? Che rapporto c’è tra l’anima e l’intelletto e le sue funzioni? Non bisogna forse ridefinire scientificamente meglio la nozione di corpo?
Insomma chi leggesse alcuni dei lavori medievali e moderni sui quei tre giorni in cui Cristo davvero non c’era e sull’eucaristia (e anche Galileo aveva una sua teoria), si troverebbe di fronte a dei veri e propri trattati scientifici, che parlano sì del corpo di Cristo, ma cercando di capire come funziona il nostro. La teologia poneva così domande religiose, certo, ma soprattutto provocava la scienza perché cercasse risposte con i propri mezzi, affinandoli, a questioni e rompicapo che da sola non aveva pensato.
Di esperimenti mentali bizzarri di questo tipo, e usati come tali, (ma non più bizzarri di quelli con cui Einstein, per esempio, cercava una via di comprensione della relatività della nozione di spazio), ce ne sono stati molti, e dalle conseguenze importanti. Perché il roveto ardente del Sinai bruciava e non si consumava? Bruciava e non bruciava? È possibile infrangere addirittura l’impossibilità logica della contraddizione? Ma allora forse se Dio volesse potrebbe far sì che Roma sia stata fondata e non sia stata fondata, nello stesso tempo? Fondata e non fondata, insieme. Se la risposta è affermativa bisogna mettere alla prova la logica, non per dire che la logica non funziona, ma proprio per pensare se possano esistere modelli logici diversi da quelli basati sulla non contraddizione formale. È anche da queste domande che nascono le teorie dei “mondi possibili” e insomma in questo senso la trilogia di Ritorno al futuro e certe curvature di Inception non sarebbero che un’applicazione di quegli antichi dibattiti.
Insomma per i credenti la settimana santa è certamente motivo di meditazione religiosa e esistenziale, ma per tutti gli altri potrebbe essere occasione di riflessione su quanto complessa sia la storia dei rapporti tra saperi, tra ricerca  e credenze e in fondo tra esistenza e conoscenza.

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