L’animale politico sul Manifesto

Il Manifesto parla del nostro L’animale politico, con una bella recensione, di cui ringrazio:

manifesto copertinaNatura e cul­tura, umano e ani­male, indi­vi­duo e gruppo, amico e nemico. La sto­ria del «poli­tico» sem­bra costan­te­mente carat­te­riz­zata da cop­pie dif­fi­cil­mente com­po­ni­bili. Forse è anche per que­sto che il ten­ta­tivo di ridurle a un con­cetto ha spesso pro­dotto degli ibridi come i Pig­mei o i Cino­ce­fali: esseri la cui natura è inclas­si­fi­ca­bile. Oltre che di umani e supe­ru­mani la sto­ria del «poli­tico» è piena di divi­nità, angeli, e, addi­rit­tura, di mostri (…).

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Grazie al Punto di Pagliaro

La mia proposta di un paio di giorni fa, rivolta principalmente al ministero della Ricerca, per un piano particolare per attrarre studiosi stranieri in Italia, è stata ripresa e rilanciata ieri sera dal Punto di Paolo Pagliaro, con la consueta chiarezza e lucidità, a 8 e mezzo. Grazie a Pagliaro. Qui di seguito il suo Punto del 17 settembre.

Da domani il Festival di Spotorno

Non ho mai partecipato a un festival di giornalismo (non essendo un giornalista) e mi capita come primo festival proprio uno dei più belli, il Festival del nuovo giornalisimo di Spotorno.

Io interverrò sabato alle 15, con un intervento secondo la formula TED al Molo Sirio. Ma tra i protagonisti (quelli veri) ci saranno Massimo Giannini, Edoardo Nesi, Gianni Riotta, Monica Maggioni, Daniele Bellasio, Alessandra Sardoni, e davvero tantissimi altri.

Il festival comincia domani, qui c’è il programma completo. Finisco le lezioni oggi a Strasburgo e ci vediamo lì.

Una proposta al Ministro della Ricerca

Il sistema italiano della ricerca e dell’insegnamento sembra avere una scarsa capacità di attrarre ricercatori e professori stranieri. Dal dottorato alla docenza, nei dipartimenti italiani gli stranieri sono quasi inesistenti. Negli ultimi anni si è spesso sottolineato il problema contrario, quello della “fuga di cervelli” verso l’estero – e non di rado anche questo tema è stato affrontato con toni retorici e con una certa logica difensiva (fateci caso: spesso chi parla di cervelli in fuga non si è mai mosso) – ma la necessità di attrarre ricercatori stranieri, in un mondo della ricerca che va integrandosi, non sembra essere molto avvertita.
Certo in una situazione di tagli costanti alle risorse e di difficoltà nel garantire un reclutamento continuo di professori e ricercatori, con una certa non debellata opacità dei concorsi, le possibilità di attrarre ricercatori provenienti da sistemi più forti e meglio strutturati sono minime. Per fare un esempio, risultati come quelli del CNRS francese (istituzione di sola ricerca, che tuttavia opera anche in integrazione con l’università), che vanta più del 20% di ricercatori stranieri nei suoi effettivi, sono al momento lontani dalle nostre possibilità.
Tuttavia alcune azioni possono essere sviluppate, soprattutto se si investe nelle prime fasi della carriera dei ricercatori. Paesi come la Germania e l’Austria in questo senso sono un modello da seguire.
L’Austria ha già da molti anni un programma di finanziamenti – che è naturalmente calibrato sulla grandezza relativa del paese – esclusivamente rivolto a ricercatori stranieri che abbiano progetti innovativi in qualsiasi disciplina. I ricercatori vengono interamente finanziati per un biennio dall’importante organismo che si occupa dei fondi della ricerca scientifica (il FWF der Wissenschaftsfonds) e vengono integrati in un dipartimento universitario o in un centro di ricerca austriaco. E i dipartimenti sono molto contenti di accogliere e di supportare questi ricercatori stranieri già selezionati, finanziati e con qualche buona idea in testa.
Il modello più prestigioso e antico è però quello tedesco della Fondazione Alexander von Humboldt, che seleziona ogni anno centinaia di studiosi stranieri sulla base di una procedura rigorosa che tiene conto del potenziale, dei risultati già ottenuti, dell’innovatività dei progetti di ricerca.
La Fondazione, che ha ormai più di 50 anni, è stata capace di finanziare nelle prime fasi delle loro cammino futuri premi Nobel e ricercatori di mezzo mondo, ma soprattutto ha stabilito in questo modo una rete capillare di scienziati e studiosi che rimangono in costante contatto con la Germania e con il suo sistema di ricerca. Non è un caso che la Fondazione Humboldt sia finanziata non solo dal ministero della Ricerca, ma anche dai ministeri dello Sviluppo Economico e degli Affari Esteri.
Con un investimento per nulla titanico, ma con una struttura seria di selezione, con un’organizzazione impeccabile e con le idee molto chiare, la Germania ha beneficiato della presenza, dell’entusiasmo e della creatività di ricercatori di tutto il mondo, ma ha anche aumentato il proprio prestigio e la propria influenza internazionale.
L’Unione Europea, con uno schema simile e con programmi di mobilità intraeuropea ed extraeuropea (per esempio i fellowship Marie Slodowska Curie), incoraggia la circolazione europea di ricercatori giovani o in fase di consolidamento. Non solo, l’Unione Europea finanzia ogni anno la costituzione di gruppi di ricerca autonomi (è il famoso programma ERC Grant) che possono basare la loro attività in qualsiasi università o centro dell’Unione. Anche in questo caso l’Italia arretra rispetto ad altri paesi, non solo perché i vincitori italiani di ERC Grant spesso basano le loro ricerche all’estero (e a volte le università italiane – fatte le debite evidenti eccezioni – vedono con sospetto la costituzione di un gruppo di ricerca di fatto autonomo e slegato dalle logiche locali), ma soprattutto perché gli stranieri quasi mai decidono di investire il loro grant in Italia.
Perché allora anche l’Italia, e quindi il nostro ministero dell’Università e della Ricerca (e in una scala ridotta ma significativa potrebbero farlo anche le regioni e le città, come per molti anni ha fatto Parigi)  non comincia a pensare a un programma specifico di attrazione di ricercatori stranieri giovani che possano interagire con il nostro sistema e arricchirlo? Perché in particolare e soprattutto non dare vita a una nostra Fondazione Leonardo o Galileo (i nomi certo non ci mancano), del tutto autonoma, sul tipo del funzionante modello tedesco Humboldt, finanziata anche con altri ministeri strategici?
Si tratterebbe di investimenti tutto sommato molto contenuti, che però contribuirebbero ad aprire i nostri dipartimenti a relazioni ancora più ampie, che metterebbero alla prova sistemi di valutazione più efficaci, che darebbero ulteriore linfa all’innovazione nel nostro paese e consentirebbero nel tempo all’Italia di costruire un circuito virtuoso di influenza e integrazione europeo e non solo.

La qualità dei ricercatori precari

Ancora non si sono spente le polemiche sulla prima grande operazione di valutazione della ricerca accademica in Italia che parte (fortunatamente) già la nuova valutazione per gli anni 2011-2014.
Si tratta di valutare soprattutto, ma non solo, i “prodotti” della ricerca, cioè gli articoli scientifici, i saggi, i libri, insomma le pubblicazioni, di ricercatori e professori impiegati presso le istituzioni della ricerca. Alla prima valutazione nazionale, svolta dall’agenzia “Anvur” del Ministero della Ricerca e conclusasi nel 2012, è conseguito un sistema di ranking dei dipartimenti, degli enti di ricerca, delle università. Questo sistema, associato ad altri elementi, ha portato a un meccanismo di distribuzione di risorse pubbliche che ha premiato (anche se a mio avviso in misura insufficiente) i dipartimenti e le università con i risultati migliori. Gli esiti della prima valutazione nazionale sono consultabili e si riferiscono appunto solo alle istituzioni della ricerca: le valutazioni delle pubblicazioni dei singoli ricercatori e professori sono infatti comunicate solo ai diretti interessati e non sono in alcun modo rese pubbliche.
Le contestazioni da parte del mondo universitario non sono mancate. A volte le obiezioni si sono concretamente concentrate sui metodi della valutazione, sui suoi costi e sul rischio di una sua burocratizzazione, altre volte le polemiche hanno assunto toni ideologici e aprioristici, come se la stessa idea di una valutazione del lavoro dei ricercatori da parte del ministero (e della sua agenzia) fosse intollerabile.
Ma chi valuta i “prodotti” della ricerca? Nella prima campagna di valutazione l’agenzia nazionale aveva assunto il principio internazionalmente riconosciuto della “valutazione tra pari”, intendendo per parità non tanto il rango accademico, quanto la maturità scientifica. A valutare le pubblicazioni di ricercatori, professori associati e professori ordinari (sulla base dell’originalità, del rigore metodologico, dell’impatto potenziale) sono stati chiamati anche moltissimi studiosi non “incardinati”, cioè ricercatori senza un impiego fisso nelle università, ma con esperienza e capacità di ricerca riconosciute dalla comunità scientifica.
Il principio è importante e intelligente (e spero che venga mantenuto in modo significativo), perché l’istituzione (ANVUR e quindi Ministero) ha mostrato così di riconoscere l’importanza e la maturità di quei moltissimi ricercatori che sono “precari” perché non hanno un posto fisso nel sistema accademico, ma che vanno considerati scientificamente “pari” ai loro colleghi titolari di cattedre e di ruolo.
Del resto molta ricerca italiana ed europea, in molte discipline e settori, si regge e progredisce – e probabilmente sarà sempre di più così – anche attraverso il lavoro di studiosi che percorrono un lungo iter di contratti di ricerca a tempo, di fellowship internazionali, di partecipazione o addirittura direzione di gruppi di ricerca europei, ma senza ancora posizione stabile (che rimane comunque l’approdo necessario). Non si possono allora più dividere come una volta i ricercatori in chi sta “dentro” l’istituzione accademica, e dunque gode di status e garanzie, e in chi sta “fuori” e risulta quasi invisibile. Al contrario, è necessario immaginare percorsi particolari, attribuire risorse specifiche e condizioni di lavoro (e in Italia anche solo la carenza di contratti postdottorali e di finanziamento di ricerca autonoma è drammatica), di inclusione, di partecipazione per questa ampia parte di studiosi indispensabili al sistema della ricerca.
Ora che l’Anvur e il ministero stanno organizzando la seconda valutazione nazionale mi chiedo se non sia allora auspicabile un’estensione della valutazione su base volontaria anche ai prodotti della ricerca di questi studiosi senza “rango accademico”. Certamente la valutazione di questi singoli, che peraltro rischiano di essere molti di più dei ricercatori stabili, sembrerebbe contraddire il principio di valutazione delle istituzioni e non dei ricercatori, ma nel momento in cui si valuta un intero sistema sarebbe interesse generale fare il punto sul numero, sulla qualità, sulla vastità di questo patrimonio di intelligenze e competenze. Credo che ne risulterebbero delle belle sorprese.
Consentire a questi studiosi di essere valutati (oltre che di valutare i loro colleghi, come già è possibile) avrebbe una grande valenza simbolica, sarebbe un segno di inclusione, di appartenenza all’impresa scientifica del paese, consentirebbe anche una più rapida presa di coscienza da parte del ministero del ruolo complessivo di questa classe di ricercatori. Il ranking delle pubblicazioni di questi singoli studiosi potrebbe essere attribuito anche alle istituzioni che li ospitano, seppure non stabilmente, e che li ospiteranno e potrebbe addirittura diventare un utile strumento di pressione nei confronti delle istituzioni e di coinvolgimento dell’opinione pubblica sulle evoluzioni dell’università. Del resto, il sistema della ricerca italiana ed europea dei prossimi anni dovrà necessariamente concepire un processo di integrazione e di valorizzazione di questa classe di ricercatori e prima ci si accorgerà della loro esistenza e del loro lavoro meglio sarà.

Strumentalizziamo quella foto

Parlare delle foto è diventata una moda. Il dibattito sul pubblicare o non pubblicare certe foto o certi video, che è utile e accettabile quando lo fanno i giornalisti e poi ne traggono le conseguenze (la pubblicazione di certe foto di dolore sono davvero impudiche e indegne e non spostano di una virgola l’opinione pubblica), quel dibattito, che non è neanche più un dibattito, è diventato un riflesso condizionato da aperitivo.

Siamo tutti tecnici, parliamo tutti dell’effetto che la tal cosa avrà sulla gente, del giornalismo, dell'”io non l’avrei fatto”, del “ma sai, non bisogna essere ipocriti”. Sarebbe bello se per una volta smettessimo di essere opinionisti e avessimo un’opinione: sui fatti, non sulle foto.

Ma noi ci pensiamo perché abbiamo visto le foto, si potrebbe dire, se non le avessimo viste non ci penseremmo. E allora cogliamo l’occasione: strumentalizziamo la foto, quella foto, quella foto che per me è giusto sia stata pubblicata, quella non altre (lo so, se strumentalizziamo questa foto finiremo strumentalizzati da altre foto. Ma è un problema che forse per ora possiamo lasciare di lato).

Approfittiamone per pensare alla cosa, non all’immagine, per parlare della cosa, non della liceità di vederla, così saremo in grado anche di filtrare le prossime inevitabili immagini, di darci una gerarchia di valutazione.

Siamo d’accordo con il fatto che ci sono centinaia di migliaia di sfollati che scappano da quella che considerano una morte certa a casa loro?

Siamo d’accordo che sia necessario metterli temporaneamente sotto la protezione di qualcuno, magari nostra? Che vanno spostati da dove si trovano? Come lo facciamo? Prepariamo dei posti per accoglierli? Dove li mettiamo? Cerchiamo di collaborare con paesi terzi per preparare accoglienza anche fuori dai nostri confini? Siamo d’accordo che se non lo facciamo creiamo anche danni a noi stessi come comunità politica? Se fosse addirittura una chance, una possibilità per rimetterci tutti in pista?

Pensiamo bene a quel che succede, attrezziamoci con opinioni su questo, parliamone, giudichiamo le decisioni dei governi sulle opinioni che ci possiamo fare, facciamo pressione pubblica con le nostre opinioni. Non c’è bisogno neppure di ideali, di particolare coraggio, di teorie, a volte possono bastare delle opinioni ben fondate per cambiare il volto di una situazione.

Parlare solo delle foto è una malattia, è un modo per non parlare di niente. Allora approfittiamo di quella foto, strumentalizziamola. Facciamone leva per pensare che cosa dobbiamo fare.