Una proposta al Ministro della Ricerca

Il sistema italiano della ricerca e dell’insegnamento sembra avere una scarsa capacità di attrarre ricercatori e professori stranieri. Dal dottorato alla docenza, nei dipartimenti italiani gli stranieri sono quasi inesistenti. Negli ultimi anni si è spesso sottolineato il problema contrario, quello della “fuga di cervelli” verso l’estero – e non di rado anche questo tema è stato affrontato con toni retorici e con una certa logica difensiva (fateci caso: spesso chi parla di cervelli in fuga non si è mai mosso) – ma la necessità di attrarre ricercatori stranieri, in un mondo della ricerca che va integrandosi, non sembra essere molto avvertita.
Certo in una situazione di tagli costanti alle risorse e di difficoltà nel garantire un reclutamento continuo di professori e ricercatori, con una certa non debellata opacità dei concorsi, le possibilità di attrarre ricercatori provenienti da sistemi più forti e meglio strutturati sono minime. Per fare un esempio, risultati come quelli del CNRS francese (istituzione di sola ricerca, che tuttavia opera anche in integrazione con l’università), che vanta più del 20% di ricercatori stranieri nei suoi effettivi, sono al momento lontani dalle nostre possibilità.
Tuttavia alcune azioni possono essere sviluppate, soprattutto se si investe nelle prime fasi della carriera dei ricercatori. Paesi come la Germania e l’Austria in questo senso sono un modello da seguire.
L’Austria ha già da molti anni un programma di finanziamenti – che è naturalmente calibrato sulla grandezza relativa del paese – esclusivamente rivolto a ricercatori stranieri che abbiano progetti innovativi in qualsiasi disciplina. I ricercatori vengono interamente finanziati per un biennio dall’importante organismo che si occupa dei fondi della ricerca scientifica (il FWF der Wissenschaftsfonds) e vengono integrati in un dipartimento universitario o in un centro di ricerca austriaco. E i dipartimenti sono molto contenti di accogliere e di supportare questi ricercatori stranieri già selezionati, finanziati e con qualche buona idea in testa.
Il modello più prestigioso e antico è però quello tedesco della Fondazione Alexander von Humboldt, che seleziona ogni anno centinaia di studiosi stranieri sulla base di una procedura rigorosa che tiene conto del potenziale, dei risultati già ottenuti, dell’innovatività dei progetti di ricerca.
La Fondazione, che ha ormai più di 50 anni, è stata capace di finanziare nelle prime fasi delle loro cammino futuri premi Nobel e ricercatori di mezzo mondo, ma soprattutto ha stabilito in questo modo una rete capillare di scienziati e studiosi che rimangono in costante contatto con la Germania e con il suo sistema di ricerca. Non è un caso che la Fondazione Humboldt sia finanziata non solo dal ministero della Ricerca, ma anche dai ministeri dello Sviluppo Economico e degli Affari Esteri.
Con un investimento per nulla titanico, ma con una struttura seria di selezione, con un’organizzazione impeccabile e con le idee molto chiare, la Germania ha beneficiato della presenza, dell’entusiasmo e della creatività di ricercatori di tutto il mondo, ma ha anche aumentato il proprio prestigio e la propria influenza internazionale.
L’Unione Europea, con uno schema simile e con programmi di mobilità intraeuropea ed extraeuropea (per esempio i fellowship Marie Slodowska Curie), incoraggia la circolazione europea di ricercatori giovani o in fase di consolidamento. Non solo, l’Unione Europea finanzia ogni anno la costituzione di gruppi di ricerca autonomi (è il famoso programma ERC Grant) che possono basare la loro attività in qualsiasi università o centro dell’Unione. Anche in questo caso l’Italia arretra rispetto ad altri paesi, non solo perché i vincitori italiani di ERC Grant spesso basano le loro ricerche all’estero (e a volte le università italiane – fatte le debite evidenti eccezioni – vedono con sospetto la costituzione di un gruppo di ricerca di fatto autonomo e slegato dalle logiche locali), ma soprattutto perché gli stranieri quasi mai decidono di investire il loro grant in Italia.
Perché allora anche l’Italia, e quindi il nostro ministero dell’Università e della Ricerca (e in una scala ridotta ma significativa potrebbero farlo anche le regioni e le città, come per molti anni ha fatto Parigi)  non comincia a pensare a un programma specifico di attrazione di ricercatori stranieri giovani che possano interagire con il nostro sistema e arricchirlo? Perché in particolare e soprattutto non dare vita a una nostra Fondazione Leonardo o Galileo (i nomi certo non ci mancano), del tutto autonoma, sul tipo del funzionante modello tedesco Humboldt, finanziata anche con altri ministeri strategici?
Si tratterebbe di investimenti tutto sommato molto contenuti, che però contribuirebbero ad aprire i nostri dipartimenti a relazioni ancora più ampie, che metterebbero alla prova sistemi di valutazione più efficaci, che darebbero ulteriore linfa all’innovazione nel nostro paese e consentirebbero nel tempo all’Italia di costruire un circuito virtuoso di influenza e integrazione europeo e non solo.

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