L’animale politico e parlante. Convegno a Roma

Pe settimana prossima, da mercoledi 2 dicembre a venerdi mattina 4 dicembre, abbiamo organizzato a Roma, all’École française, con Irène Rosier e Sonia Gentili, l’ultimo di una serie di tre convegni internazionali che ci impegnano dal 2013 sul tema L’uomo come animale politico e parlante nel medioevo.

Tra i tanti partecipanti di questo terzo convegno Carla Casagrande, Johannes Bartuschat, Raphaël Eckert, Costantino Marmo, Christophe Grellard, Irene Zavattero, Francesca Roversi Monaco, Marco Nievergeit e molti altri.  Qui di seguito la presentazione del convegno e cliccando qui il programma completo.

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Un particolare della decisione di Hollande

Qualche ora dopo aver pronunciato la parola “guerra”, Hollande ha chiesto in primo luogo aiuto all’Unione Europea e non alla Nato, come tutti hanno notato. I motivi sono stati analizzati da molti e non è qui il caso di riprenderli. Vorrei solo aggiungere un’osservazione marginale, ma forse non priva di interesse. Pochi in Italia ricordano che la Francia per  buona parte della guerra fredda, a partire dalla seconda metà degli anni ’60, e ben oltre, non ha fatto parte della Nato. Fu una precisa scelta strategica di de Gaulle, che associata alla decisione, precedente, di dotarsi di arsenali nucleari, intendeva soprattutto fare della Francia un paese il più libero possibile in politica estera. Fu l’ultimo tentativo grandioso e simbolico del paese di non perdere lo statuto, di fatto già perso, di grande potenza mondiale. De Gaulle aprì così in qualche modo, o tentò o minacciò di aprire (non è questo il punto ora), anche al dialogo con l’Unione Sovietica, indebolendo forse la pressione atlantica. Questa uscita dalla Nato, che si chiude paradossalmente solo con Sarkozy che riporta la Francia nel trattato pochissimi anni fa, ha effettivamente dato ai francesi una buona autonomia estera fino a tempi recenti. Basterebbe ricordare che Chirac, che ha cominciato il suo primo mandato con il rilancio dei test nucleari militari, ha tenuto la Francia fuori dalla guerra di Bush jr contro l’Iraq, cosa che altri non sono riusciti a fare, attirandosi non poche ire transatlantiche.

Insomma il gesto di Hollande non è solo tecnico e politico (peraltro gli USA sono e saranno presenti), ma anche simbolico, è un riflesso gollista, che si pone mi pare in quella linea culturale di lunga durata (e che ha perso nell’immaginario francese il carattere strettamente politico dell’appartenenza alla destra o alla sinistra, ma è patrimonio comune). Hollande pur in un momento critico ribadisce l’autonomia francese, si indirizza agli europei dell’Unione, prendendo un’iniziativa che non ha precedenti, e dialogando strettamente sul piano militare anche con la Russia di Putin, per quanto problematica sia la sua politica estera. Applica insomma un principio di politica che de Gaulle amava ripetere proprio a proposito dei rapporti con stati non democratici: guardare alla realtà non per quello che vorremmo che fosse, ma per quello che è. Un principio tutt’altro che di conservazione.

Scusaci Oriana, ma avevi torto

Con 14 anni di ritardo, ieri, ho letto La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Incuriosito dall’articolo di Battista sul Corriere della sera di domenica – che esplorando twitter notava tutto un fiorire di “Scusaci Oriana, avevi ragione”, risarcimento postumo di una rancorosa incomprensione in vita – ho deciso di colmare la lacuna.

La prima cosa che mi ha colpito è la qualità di una scrittura affilata e a tratti scintillante, che è che come l’estensione, la forma scritta, di una personalità eccezionale. Del resto tutto il libro si regge sulla credibilità della sua autrice. È la molteplicità delle storie vissute da Oriana Fallaci quello che è capace di fare della rabbia un testo. Ho trovato pieni di colorata meraviglia i riferimenti al Risorgimento, l’evocazione dei personaggi della storia italiana, il dialogo con quelli della storia americana. È lo stupore brillante di una storia da sussidiario delle elementari e lo dico come complimento, perché in fondo è proprio su quei sussidiari che ognuno di noi ha capito chi era. Poi naturalmente il Rinascimento non è stato come dice il libro, la storia europea non è come la racconta lei, ma questo non conta. Come sarebbe bello se nei discorsi politici e pubblici si fosse capaci di citare qualche volta Garibaldi, Silvio Pellico, la storia di Firenze e tutto il resto anche pure in quel modo filologicamente sbagliato.

L’orgoglio del libro per un’Italia della dignità che sembra non esserci più, affondata dalle debolezze, dagli opportunismi, da chi non ama il Paese, dai pennivendoli che scrivono bugie sui giornali in cambio di uno stipendio, dall’ipocrisia del politicamente corretto è, insieme alla scrittura, la vena più felice del libro. (Rimane per me un mistero come possano riconoscersi in questa vena personaggi come Salvini, come certi giornalisti prezzolati o certi intellettuali un po’ dandy e un po’ ormai rincoglioniti che twittano come se non ci fosse un domani. Ma questa è un’altra storia).

Il libro ha un’unica tesi, insostenibile nella sua mancanza di flessibilità e pragmatismo: la superiorità dell’Occidente e la violenza religiosa della cultura islamica, a tutti i suoi livelli, che prepara l’attacco finale agli Stati Uniti e all’Europa. È una tesi assoluta, che non ammette diminuzioni e che come tutte le tesi non scientifiche è inconfutabile (e che non ha senso tentare di confutare a distanza di 14 anni).

Il libro è stato scritto nel 2001, pochi giorni dopo l’11 settembre, di cui restituisce tutto il senso di frustrazione e la sacrosanta necessità di una reazione. È di questo che dovremmo ringraziare a 14 anni di distanza Oriana Fallaci? Aveva ragione lei? Aveva davvero individuato una strategia di risposta, delle soluzioni?

14 anni sono molti e tante cose sono successe.

Nel 2001 il premier britannico era Tony Blair, in Francia c’era Chirac (ma ancora al primo mandato) e la Francia non era nella Nato per antica dottrina gollista e aveva come moneta il franco, noi avevamo la lira, ancora per pochissimo, in Germania c’era Schroeder, il papa era Giovanni Paolo II (sì, Karol Wojtyła), in Palestina c’era Arafat, in Italia gli atei non erano ancora devoti (diventeranno devoti qualche anno dopo e oggi sono ancora atei, ma non più devoti), Magdi Allam era musulmano (moderato), Berlusconi era calvo, poi qua e là c’erano Saddam Hussein, Gheddafi, in Tunisia Ben Ali, in Israele il primo ministro era Ariel Sharon.

Insomma il mondo era molto diverso e aveva di fronte a sé molte opzioni, molte possibilità. Si è scelto di fare delle guerre, alcune inevitabili, giuste e utili (a mio modestissimo parere), come quella contro i Talebani dell’Afghanistan, altre illegali e probabilmente inutili e anzi dannose, come quella che finì con Bush su una portaerei a dire “missione compiuta” (e invece doveva ancora cominciare tutto), altre strane e senza alcuna strategia per il dopo. Tutte guerre militarmente (quasi) vinte e tutti dopoguerra persi. Sono morte centinaia di migliaia di persone, in massima parte civili.

Tutto questo non può essere imputato alla Fallaci, naturalmente. Ma il punto è che a guardare indietro, retrospettivamente, tutta questa strategia politico-militare, durata 14 anni con fasi alterne e ripensamenti, è quanto di più simile alla linea che quel libro traccia.  Radicalizzando, si può dire che l’opzione Fallaci è diventata la realtà storica degli anni successivi al libro. Radicalizzando, possiamo dire che abbiamo fatto del nostro meglio per seguire quanto il libro in certo modo poteva suggerire. I risultati di quella strategia sono catastrofici, oggi lo possiamo dire perché è sotto gli occhi di tutti: non abbiamo risolto quasi nulla. Probabilmente altre guerre ci saranno (ci sono già), e alcune inevitabili e perfino giuste, ma saranno inutili e dannose se associate a quella teoria semplice, assoluta e inconfutabile che i sostenitori di quel libro continuano a ripetere come se niente fosse successo. Quindi dobbiamo dirlo: “Scusaci Oriana, sei stata capace di ispirarci con tutto il tuo percorso, ma su questo avevi torto, torto marcio”.

 

PPP

Di Pasolini, ucciso 40 anni fa, si possono dire tante cose, di segno opposto.
A me colpisce soprattutto il suo essere un intellettuale del tempo dei media. È stato uno scrittore e un poeta, non saprei dire di che qualità (ma Ragazzi di vita ti spiega almeno le forme di una certa visione del paese dei 30 anni successivi, da certi film popolari, che ne sono l’inversione, a certi giornali e pure certi esausti dibattiti ormai lontani), ma è stato un regista, un editorialista, uno che ha collaborato con la Rai, in certo senso inventore, credo cosciente, del personaggio mediatico dell’intellettuale, della personalizzazione mediatica della cultura, con anche la sua capacità di essere diretto e comprensibile, visivo e conclusivo.
In questo senso ha creato una forma nella quale stiamo ancora dentro tutti, compresi quanti, direi giustamente, lo criticano per certi aspetti del suo pensiero e per quelle movenze intellettuali che dopo di lui sono diventate caricature (in fondo proprio di lui e di pochi altri) e che a lui vengono attribuite come modello.