Matteo, sono tuo padre

Devo dire che ieri sera, vedendo l’intervista di D’Alema a “8 e mezzo”, ho pensato per un momento che avrebbe potuto davvero fissare lo sguardo in camera e dirlo: “Matteo, sono tuo padre”. Sarebbe stato bellissimo. E del resto la politica è una forma di letteratura. E come ogni letteratura, che sia scritta, o cinematografica, ha i suoi schemi, le sue attese, le sue logiche narrative, i suoi passaggi obbligati.

Certo il nostro sistema parlamentare non aiuta a raccontare grandi storie. I sistemi presidenziali sono più naturalmente produttori di storie, basti pensare agli americani, che però producono solo personaggioni, con quel presidenzialismo solare che ha come unico interlocutore il mondo, o ancora di più ai francesi con quel presidenzialismo sghembo e un po’ ombroso che crea al tempo stesso il presidente e il suo deuteragonista (di solito il primo ministro, ma non sempre), con tutti i colori della tragedia immanente, e un doppio turno capace di fare sgambetti e buttarla in comica, oppure pensiamo ancora a quelle monarchie che raccontano storie con il passo lungo delle generazioni.

Ma qui abbiamo una grande storia. Abbiamo un cattivo, D’Alema, che è stato oggetto degli sfoghi di tutti i militanti di sinistra dagli anni ’90 a oggi, talvolta a ragione, spesso a torto: abbiamo un cattivo che però è stato anche un buono, che ha inventato con altri il centrosinistra, che in certo senso ha inventato Prodi (buono non protagonista, in questa storia), che ha dato un volto e un esito progressista a una storia che lo precedeva. Ma è un cattivo che può essere anche molto cattivo, perché ha rifiutato di farsi da parte, con la stizza di chi non vuole più giocare il gioco, come dicono i francesi, di chi pensa “tanto peggio per la realtà”, del padre nobile che ha sistematicamente rifiutato di avere dei figli.

Poi abbiamo un buono, che è Renzi, perché questa storia è nata come la storia del buono che si alza in piedi di fronte ai cattivi e che non smette mai di tirare fendenti (come certi buoni Marvel che però sono cattivi) perché sembra che dai suoi fendenti dipenda il destino dell’umanità, e che però è chiaramente sedotto dal lato oscuro della forza.

La storia è già scritta, ma manca la scena madre. Allora mi chiedo: perché D’Alema invece di limitarsi a rilasciare interviste pungenti (ma anche un po’ lente, attenzione), non organizza la battaglia finale? Perché non costruisce una squadra forte (c’è molta gente forte in giro) con idee forti (e ce ne sono anche queste)? Perché non trova un modo strutturato per difendere quella sinistra degli anni ’90 e 2000 che ha messo in moto certi processi di rinnovamento e che ha fallito su certi fronti, ma su altri no? Chi altri se non lui? Perché non si candida personalmente? Perché non dà battaglia secondo lo schema classico della battaglia?

Io non credo che D’Alema possa vincere questa sfida contro Renzi, dal punto di vista elettorale e del consenso, ma una sua battaglia, se fatta davvero per vincere e non per nuocere, può dare un senso nuovo alla storia italiana degli ultimi vent’anni, ma può anche contribuire a un miglioramento delle idee in circolazione, a immaginare un nuovo orizzonte di riforme, a un’ulteriore coscienza del posto dell’Italia nei giochi esteri. Sarebbe comunque una vittoria. E un modo letterariamente splendido per chiudere la saga, aprendone forse altre, e in fondo facendo crescere la comunità della sinistra. La sostanza è quella e vorremma sentirla: Matteo, sono tuo padre.

 

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