Veni, vidi, brexit

“Volete Gesù o Barabba?”. Possibilmente rispondere aggiungendo l’hashtag. E cosa dovevano rispondere, in fondo, coi dati che avevano? Il popolo è sovrano, ma può anche fare qualche stronzata. Del resto populista non è il vecchietto dell’Inghilterra profonda che vota per uscire. Il populista è il politico che per meri fini elettorali promette di indire un referendum per uscire dall’Europa mettendo il suo paese in una situazione di pericolo. La monarchia inglese settant’anni fa regnava sul 25% del globo, fra 5 anni regnerà sul 60% di una singola isola. Poi dice che in tre milioni di inglesi vogliono rifare il referendum. D’altra parte, va saputo: se vi lascia e entro due giorni vi manda un sms non tutto è perduto (oppure è proprio una stronza). Ci sarebbe una soluzione alternativa: entriamo tutti nel Commonwealth e lasciamo fuori solo la Germania. Occupy Britain. Oppure togliamo il voto agli ignoranti (o facciamo la lagna perché i vecchi votano in un modo e i giovani in un altro). No, perché si è sentito anche questo. Certo, è vero, abbiamo fatto il giro democratico completo. Prima poteva parlare solo chi sapeva (o gliel’aveva detto Dio). Poi tutti hanno avuto il diritto di parlare, anche quelli che non sapevano. Adesso possono parlare tutti, tranne quelli che sanno. Prendete Farage, un uomo dalla mimica facciale che si estende da Jack La Cayenne a quello che prendeva le sberle nei Brutos. Rivela di avere mentito sui dati economici dei rapporti tra UK e EU la mattina della vittoria. E la giornalista lo bacchetta. Bacchettarlo tre giorni prima sembrava brutto. Fare il proprio lavoro perdendo 5 minuti per verificare il dato chiave di una campagna elettorale era troppo. Chiedere a un esperto la settimana prima forse era inelegante. Trovo peraltro fighissimo questo attaccar gli esperti e poi citarli, come fa il lepenista italico, che per dire “usciamo dall’euro” cita i premi Nobel. Il fatto è, e per me il punto è questo, che sono le élites che non ci sono. Attenzione però: la parola élite non va citata. Se la citi sei uno chicchissimo che considera la gente come fosse plebe. Ecco, non lo so, in fondo l’emigrante sono io (posso dirlo o si risente qualcuno?). Poi certo dobbiamo ascoltare la gente, ma la gente il diritto di parola a chi lo riconosce? E allora non dobbiamo ascoltare nessuno, però dobbiamo parlarci e parlare, perché ne abbiamo il diritto. Non è un vogliamoci bene. È il contrario: abbiamo il diritto di volere che le cose vadano come vogliamo che vadano, di dire a un cretino che è un cretino, a uno che ci vuole fregare che ci vuole fregare, per motivi suoi. E qui non c’è Cameron che tenga (ma perché? gli altri politici, quelli che sanno cosa va fatto e non lo fanno perché sennò perdono le elezioni sono diversi?), non c’è élite, finta o vera che sia, o ignoranti che tengano, perché qui siamo tutti élite e popolo bue insieme. Se ci pare che stiamo deragliando, perchè qui il rischio è deragliare, come è successo tante volte nella storia, cerchiamo almeno di non rifugiarci nelle solite affermazioni convenzionali, coi cattivi da una parte e i buoni dagli altri, anche se i pirla ci sono e lottano insieme a noi. La storia insegna solo una cosa – lo dico da storico, perché così mi danno del cretino – anche se ci sono colleghi che non sarebbero d’accordo, cioè che la storia non ha niente da insegnarci, che le generazioni deragliano liberamente, con colpe o senza colpe, con coscienza o senza, da ignoranti o da intelligentoni, e che certe generazioni, sempre liberamente, magari anche senza capirlo troppo, rinviano il deragliamento. Per settant’anni questo continente non ha deragliato. Adesso vediamo un po’ noi che dobbiamo fare.

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