M.

“Merda!” – urlò il generale Pierre Cambronne , a Waterloo, ai britannici che intimavano la resa a lui e a quanto rimaneva del suo reggimento, la vecchia Guardia. Chiusi a quadrato e ormai decimati, a esercito napoleonico quasi dissolto, i soldati francesi sentono prima ingiungere dagli inglesi “Granatieri, arrendetevi! Sarete trattati come soldati valorosi” e di rimando la triviale, ma fulminante e del tutto chiara esclamazione del loro generale: “Meeerde!”. Appunto.

L’animoso generale – ammesso che le cose siano andate proprio così, come testimonierà molto dopo un soldato presente allo scontro – evidentemente non aveva figli neonati o infanti, o certamente non se ne occupava. Non avrebbe altrimenti usato per esclamare la sua stizza e la sua frustrazione quella parola, o piuttosto ciò che la parola indica, che invece i neogenitori almeno nei primissimi giorni pronunciano e indicano con soddisfazione e con gratitudine.

Sì, perché le direttive che ostetriche e pediatri impartiscono nelle ore successive alla nascita sono poche, ma precise. Se fa l’una, ciò di cui stiamo parlando, vuole dire che si sta nutrendo e tutto funziona, se fa l’altra vuol dire che si sta idratando. Mai semiotica fu più diretta e i genitori, almeno su questo, non hanno molto da scervellarsi per decodificare i segni di benessere, almeno primario, del bambino. Del resto, fra tutti gli esempi che Aristotele poteva immaginare, per indicare la capacità significativa del linguaggio e soprattutto la non univocità dei termini, scelse la parola “sano”, che può dirsi di varie cose. Con il suo esempio, rilanciato fino alla noia nelle aule delle scuole aristoteliche e delle università di tutti i tempi, Aristotele associava in modo indelebile, nella mente di schiere di commentatori in ogni secolo, “sano” a “urina”: “Sano si predica della dieta, della medicina, del bambino, dell’urina”.

Dunque hanno ragione le ostetriche (del resto maieutiche per eccellenza): Se fa l’una si nutre, se fa l’altra si idrata. Rapporto senza dubbi e senza riserve tra un evento che è anche un segno e condizione generale di cui è segno. Semiotica semplicissima ed efficace è pure quella che il filosofo Slavoj Žižek applica a un tema al quale forse Cambronne avrebbe risposto con una fucilata: la diversità delle toilette francesi, tedesche e americane. Con inspiegabile esclusione del gabinetto “alla turca”, ingiustamente assente dall’analisi, il filosofo sloveno si applica a spiegare le differenze dei wc nei tre paesi come differente rapporto alla non piacevole materia in oggetto e come distinzione tra le tre culture, la francese, la tedesca e l’anglosassone. Nei talk show l’esempio funziona molto bene.

La semiotica applicata dai neogenitori è molto più delicata e ricorda l’arte aruspicina – con cui gli indovini di Roma antica interpretavano materie varie e variamente sgradevoli – messa però in atto in modo meno solenne e più sbrigativo. Certo è una teoria gentile di colori, di nuances, di texture, un frinire di cicale, un gracidare di ranocchie, uno strepitio di versetti. Ogni tanto però, per espressione di soddisfazione o per inevitabile sfinimento, è anche un’insopprimibile esclamazione alla Cambronne.

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