Ma ha senso dare un senso?

Domenica del Sole 24 ore, 11 febbraio 2018.

A giudicare dalla presenza costante negli scaffali delle librerie, italiane e non solo, di titoli, pamphlet, manifesti su che cosa sia la filosofia, su quale sia la sua utilità e la sua funzione sociale e personale, sorge un dubbio legittimo, cioè che questo continuo indagare e porre la domanda nasconda ed esorcizzi un’inquietudine sottile: forse la filosofia non serve a nulla.

Certo, anche Aristotele aveva detto e assunto come rivendicazione che la filosofia per essere attività libera e indagine conoscitiva autentica dev’essere svincolata da quel tipo di utilità che hanno le altre scienze. Ma lì non si trattava né di un dubbio, né di un’inquietudine, bensì del momento costitutivo di un sapere nuovo, con caratteristiche speciali e imparentato con la meraviglia e lo sbigottimento.

I nostri pamphlet invece da un lato cercano di fronteggiare un’insofferenza strisciante per la filosofia, dall’altro mostrano una nostalgia per tempi in cui l’attività filosofica aveva un riconoscimento nella percezione sociale dei saperi, ammesso che questi tempi siano mai esistiti. Per un altro verso ancora, forse quello più interessante, nutrono l’esigenza di una filosofia capace di porre problemi e di scoprire vie da percorrere. La spericolatezza del compito è evidente, soprattutto quando si pensi che la complessità dei discorsi e delle pratiche filosofiche sembra impedire anche solo l’uso della parola “filosofia” al singolare.

E non è raro sentire (o leggere) filosofi analitici che accusano storici della filosofia di essere tutto tranne che filosofi, ricambiati dalla presa in giro di alcuni loro colleghi storici per l’ignorante semplicità delle conclusioni analitiche, o filosofi della scienza indignarsi per l’oscura inconcludenza di brocche che continuano a broccheggiare, ripagati dalla considerazione di filosofi continentali che la scienza la fanno gli scienziati, che dei filosofi della scienza poco si curano. Tra competizione nei dipartimenti, spartizioni di torte ben poco appetitose, voglia di legittimarsi nell’opinione pubblica, a volte l’impressione è quella dei capponi di Renzo.

Non cade in queste trappole Rossella Fabbrichesi, professoressa di Ermeneutica alla Statale di Milano, che scrive un libro utile e godibile sull’attività filosofica. Già il titolo del libro – Cosa si fa quando si fa filosofia? – ci fornisce le tracce della via percorsa: non si tratta di dare definizioni, di delimitare l’essenza di questa o quella filosofia, di perimetrare formalmente l’estensione di una disciplina, ma di interrogarsi sull’attività filosofica, sull’agire della filosofia, sulla sua prassi (secondo l’approccio di scuola dell’autrice, riconoscibile ma inclusivo). Anche i titoli di ogni capitolo, introdotti come sono da verbi all’infinito, non rimandano a cose, ma ad azioni (Dominare l’orrore, Sperimentare, Praticare il reale, Educare all’amore per il sapere…).

Fabbrichesi accompagna la propria riflessione dialogando costantemente con alcuni dei riferimenti della tradizione filosofica contemporanea, con i Deleuze e Guattari che fanno della filosofia l’attività di creazione dei concetti “per tenere a bada il caos”, o con il Foucault della parresia, cioè della necessità e della libertà di dire la verità come scelta vitale, che aveva nei Cinici un modello, o come Peirce e Wittgenstein, per l’attenzione alle trappole del linguaggio e allo smascheramento degli idoli concettuali, ma anche Socrate e Platone, per quell’amore per l’insegnamento attraente, per quel voler maneggiare gli strumenti della filosofia come relazione con le arti del maestro.

La filosofia è infatti per Fabbrichesi un interpellare, l’azione che spinge al chiedere spiegazioni, un indirizzarsi agli altri per provocare una reazione, ascoltare una risposta, come nella grande figura socratica, nell’azione del produrre insieme il vero. La filosofia non è solo interpretazione testuale, meno ancora può essere mero tecnicismo, ma neppure attività esclusivamente teoretica. È un’attività costante di rapporto con il mondo, è trasformare, anche resistere, ha insomma un’aspirazione pratica e politica. È forse questo lo spunto più interessante che il libro offre a dei potenziali lettori che si vogliano interrogare sul cammino della filosofia – e in appendice Fabbrichesi riporta anche il concreto esperimento sull’esercizio della filosofia condotto con i suoi studenti – e che forse lega insieme varie esperienze storiche della filosofia. In fondo la filosofia antica era proprio questo, amore della conoscenza coltivato con altri, in un progetto di condivisione di vita e di trasformazione del mondo e questa rimane ancora la spinta essenziale di chi si dedica alla filosofia, al di là della molteplicità degli orientamenti, dei metodi e degli indirizzi della ricerca. E forse non c’è nulla di più moderno di questa esigenza centrale e di più urgente di questa sfida.

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Lo spot elettorale di Casa Pound

La politica italiana, a mio avviso, è generalmente povera di azioni simboliche e di cura particolare per ciò che è visivo o fittivo, per il non detto evocativo (e putroppo anche per il detto, perché si temono gli effetti retorici scoperti: basterebbe però mettere a fuoco il problema e attrezzarsi), almeno se paragonata ad altri paesi.

Certo pesa la natura stessa delle nostre istituzioni, che non favorisce l’assunzione di responsabilità e ne consente sempre la dilazione e il rinvio, con tutta una serie di conseguenze nella comunicazione che non sono però ciò che mi interessa adesso qui.

Anche per questo mi ha molto incuriosito – e devo dire sbigottito, al di là di considerazioni politiche – uno spot elettorale, quello di Casa Pound, che è invece costruito come un dispositivo simbolico che forma e svela un immaginario a dir poco lugubre, per quanto significativo.

Nella prima parte il leader di Casa Pound passa attraverso il buio denunciando i limiti di tutti gli avversari politici (da Boldrini a Berlusconi, e tutti gli altri) che sono raffigurati con dei cartonati che in qualche modo “mummificano” la scena. L’unico essere umano vivente è il leader di Casa Pound, che per indicare le politiche degli altri utilizza una serie di parole interessanti: follia, sciagura, distruzione e annientamento di tradizioni e futuro, gabbia, Unione Europea meccanismo per distruggere l’economia italiana, traditori.

Il passaggio necessario attraverso il buio, attraverso le tenebre, fa parte di molte storie e ha spesso un valore di rigenerazione e di legittimazione. Basterebbe pensare alla cerimonia con cui Mitterrand volle iniziare la sua prima presidenza. Si trattava di un’entrata, anche questa solitaria,  nella penombra (ma con la folla luminosa dei francesi alle spalle che attendono), nel Panthéon di Parigi per rendere omaggio a Jean Moulin, uno degli eroi della resistenza. Non era solo un omaggio alla resistenza; si trattava simbolicamente di molto di più: un passaggio del nuovo presidente nel regno dei morti, che rendono viva e autorevole la sua funzione presidenziale, e di un ritorno tra i vivi, perché anche l’uscita dal Panthéon gioca un ruolo fondamentale, tra le responsabilità rinnovate delle nuove generazioni.

Quello che mi colpisce nello spot di Casa Pound è che questa oscurità iniziale non conduce alla luce, al mondo dei vivi, ma a un enorme cimitero, letteralmente una montagna di morti, dove si svolge la seconda parte dello spot.

Certo, si tratta di un cimitero particolare, cioè del sacrario militare di Redipuglia (che tutti dovrebbero visitare una volta con emozione e rispetto), ma l’effetto visivo è francamente scioccante, per il semplice motivo che non è un punto di partenza, ma è l’esito del messaggio simbolico. Non è una legittimazione da parte di coloro che sono morti per la patria (e a causa della patria), ma è il punto finale di tutto il discorso, come in una distorsione dello schema morte-rigenerazione.

Il leader di Casa Pound, Di Stefano, sale il monte tenendo sempre in vista le tre croci che lo sormontano, in un clima percettivo purgatoriale (potrebbe essere l’alba o forse è il tramonto, non si capisce, forse per evitare l’effetto “sol dell’avvenire” che non sembra essere coerente col tutto) e con una musica in sottofondo che non è abbastanza epica per non risultare un po’ triste e inquietante.

Il riferimento visivo costante alle tre croci fa inoltre perdere completamente l’idea (che forse era quella voluta, ma in questo caso sarebbe un lapsus notevole) dell’identità cristiana degli italiani, per svelare tutto un altro immaginario: in realtà Di Stefano sta visivamente salendo il Golgota.

Tutto il discorso simbolico, che parte dalle tenebre e dal buio, cioè dalla morte, torna alla morte, amplificata dalle centinaia di migliaia di morti su cui quel Golgota che nell’ultima scena dello spot vediamo davvero in tutta la sua dimensione.

Ma lo spot finisce lì, in una sorta di luttuoso venerdi santo laico. Una resurrezione possibile non è per nulla evocata, non c’è rigenerazione, i morti sono rimasti morti, non hanno parlato ai vivi, non esiste un nuovo punto di partenza, il futuro si ferma in un enorme e spaventoso, per quanto sacro, cimitero.