Salvini a Rosarno

La cittadina di Rosarno – non proprio urbanisticamente ridente, ma con almeno una bellissima Madonna nera, guarda il caso, venerata da secoli nella sua chiesa parrocchiale – è il luogo di rivelazione del dispositivo perfetto. Salvini, che ha preso lì il 13% dei voti, non molto di più della media dei paesi vicini della piana di Gioia Tauro, viene accolto con entusiasmo da una folla di suoi elettori rosarnesi — le stesse persone che solo poco tempo fa avrebbe qualificato con i peggiori epiteti razzisti -, li ringrazia dei tanti voti ricevuti (del resto è il loro senatore) e li assicura che il problema degli extracomunitari che vengono a lavorare per due euro sarà risolto, perché lavorare per due euro è schiavitù. Il che è vero. E com’è giusto li aiuteremo a casa loro. Solo che loro, i leghisti terroni, dovrebbero sapere che se i neri lavorano a due euro, qualcuno lì tra di loro (forse anche loro?) a poche centinaia di metri da dove parla Salvini, in campagna, li paga due euro. Gli sfruttatori di schiavi sono lì; e si fanno aiutare a casa propria. Intendiamoci, Rosarno è una terra di martiri (la piazza principale è dedicata a uno di loro) e di gente che lavora, di persone che hanno pensato che gli africani potessero salvare Rosarno, ma è anche una terra di caporali, di sfruttamento e di altro.

E dunque che senso ha parlare di schiavi a Rosarno, gettando tutto il peso sugli schiavi, che non sono lì a caso, e non mostrando una sola soluzione praticabile, di fatto garantendo che non ce ne saranno? Che cosa si capisce di tutto il discorso, e lo si capisce in modo perfetto proprio davanti alla platea rosarnese delle grandi occasioni? I leghisti terroni capiscono, e noi con loro, la stessa cosa che capiscono i leghisti del profondo Nord su tante cose: continuiamo a sfruttare indisturbati i nostri schiavi, siano essi terroni o neri, continuiamo a tenerli lì dove sono, che qualcuno continui a raccogliere le arance a due euro e che non chieda di più, com’è sempre stato; non muoviamoci, stiamo fermi, ai nostri figli pensiamo noi, i nostri figli li sistemiamo noi. Eccolo lì l’eterno dispositivo, il blocco sociale. Viva l’Italia, viva Salvini, che Salvini salvi la Calabria.

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Così fiorirono le università

Domenica del Sole 24 Ore, 4 marzo 2018:

Si parla spesso del Medioevo come di un’epoca di tenebre e ignoranza; e ci sembra di capire che cosa si intenda. Ma la cosa è strana se pensiamo che proprio al Medioevo dobbiamo l’invenzione dell’università, cioè l’istituzione della produzione e della trasmissione del sapere per eccellenza. Certo, può forse disturbare qualcuno che tra le facoltà più importanti ci fossero quelle di filosofia e di teologia – di sicuro non fra le più in auge nei nostri anni -, ma che dire allora delle facoltà di diritto e di medicina, saldamente inquadrate nel sistema della conoscenza medievale (e già allora potenzialmente molto lucrative), indispensabili per esercitare alcune delle professioni più importanti dell’epoca?

Naturalmente passerà ancora molto tempo prima che un Danton possa dire, programmaticamente, che “dopo il pane, l’istruzione è il primo bisogno di un popolo”; e tuttavia l’epoca medievale ebbe un’attenzione specifica all’istruzione e una pluralità di modelli di insegnamento e di ricerca che, appunto, culminarono con la nascita delle università.

Su questa pluralità di istituzioni, non sempre coeve vista l’ampiezza del periodo trattato, ma anche sulla diversità di contesto, di approcci culturali, di programmi, di gerarchia di discipline e di tecniche d’apprendimento si concentra il libro La scuola nel Medioevo (Carocci, Roma) del medievista Paolo Rosso.

Il volume prende le mosse dal disfacimento della cultura scolastica classica e pagana, mostrando però le permanenze di alcuni suoi valori guida e tutte le sue mutazioni nel contesto cristiano, fino al grande rilancio educativo dell’età carolingia, per iniziativa di Carlo Magno e Alcuino di York, e termina il suo percorso alle soglie dell’umanesimo.

L’utilissima storia raccontata da Paolo Rosso, con stile sintetico e informativo, è dunque anche una storia sul rapporto tra le istituzioni e le forme del sapere. Il monastero e il pensiero monastico sono un buon esempio. Se è vero che “claustrum sine armario quasi castrum sine armamentario” (un chiostro senza biblioteca e come una fortezza senza arsenale), come dichiarava un adagio monastico del XII secolo, è allora interessante cogliere il legame tra le istituzioni monastiche e lo studio. Si poteva imparare a leggere cominciando a memorizzare le lettere dell’alfabeto latino, anche trattenendone un senso simbolico, poi le sillabe e le parole. La lettura successiva si esercitava in modo continuo sul Salterio, cioè il libro dei salmi. In questo modo apprendimento e meditazione risultavano uniti nello stesso processo di perfezionamento personale, che favoriva la memorizzazione, ma anche la meditazione e quella sorta di riflessione muscolare che veniva chiamata “ruminazione”, cioè il tenere in bocca la parola e quasi gustarla, e che si potenziava con il canto liturgico. Non si può forse neppure capire del tutto l’opera di un autore capitale come Anselmo d’Aosta se non si tiene conto di questo retroterra istituzionale e cognitivo.

La domanda di istruzione e la necessità di formare persone in grado di assumere responsabilità nelle amministrazioni, ecclesiastiche ma non solo, porta anche alla nascita di scuole cattedrali, che legate al vescovo sono scuole di ambiente urbano e cittadino. Il programma di studi del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e del trivio (grammatica, retorica, dialettica) fornisce allora “sette vie” di accesso al sapere, aumentando anche la domanda di testi, di manuali, di materiali vari. La figura del maestro o dei maestri diventa sempre più forte. Molti di loro assumono cariche importanti, come quella di abate, e scalano le gerarchie ecclesiastiche. Ed è proprio per consentire di seguire i prestigiosi insegnamenti di maestri famosi che nell’ambiente urbano dell’XI secolo nascono anche altre scuole di vario orientamento e la figura dello studente si trasforma e diventa itinerante. Basterebbe citare il caso del famoso Giovanni di Salisbury, che dall’Inghilterra si sposta a Parigi e Chartres, per studiare con i maestri più famosi, e poi diventa segretario dell’arcivescovo di Canterbury e finisce la propria carriera come vescovo, ancora a Chartres. Ma è appunto l’università l’istituzione che contribuisce di più al decollo scientifico e culturale dell’Europa medievale. Essa nasceva dall’accordo corporativo tra studenti e professori, che si legavano all’interesse reciproco della formazione – indispensabile per raggiungere i vertici di certe professioni o per raggiungere posizioni di medio e alto livello nelle amministrazioni civili ed ecclesiastiche -, e che unendosi difendevano meglio i propri diritti, per esempio certe esenzioni, di fronte ad altri poteri e anzi trovavano riconoscimento dalle massime autorità.

Non solo ormai il modo di studiare i testi tipico delle scuole abbaziali non sembra più essere adeguato alle nuove esigenze di istruzione superiore, ma cambia anche la composizione sociale degli studenti. Anche lo schema del trivio e del quadrivio, che aveva dato ordine alla ricerca, risulta insufficiente e incapace di contenere tutte le tendenze scientifiche ed educative dal XII-XIII secolo. Il metodo della quaestio, con l’analisi dei pro e dei contra e la soluzione del maestro, e la disputatio, che rende il sapere un dialogo in competizione tra diversi punti di vista, uniti alle nuove definizioni disciplinari e al profondo ripensamento di che cosa sia da ritenersi “scientia”, sono tra gli strumenti più noti di questo nuovo sapere. I cambiamenti sociali, economici e culturali del XIII secolo sono ormai talmente profondi e talmente legati alla cultura, alla parola pubblica, alla capacità di agire e riflettere, al valore della ricerca intellettuale che l’Europa non più pensarsi senza scuole e senza università.

EU Marie Curie Fellowships in Strasbourg (France)

(English version below)

Pensiero medievale (o rinascimentale) a Strasburgo.

Tra poco riapriranno i bandi Marie Skłodowska-Curie Fellowship dell’Unione Europea (per esempio gli Individual Fellowship – IF). Si tratta di un fellowship particolarmente importante e strategico (24 mesi), con ottimo stipendio e fondi di ricerca.

Lo so per esperienza, perché lo vinsi anni fa e fu un’esperienza di ricerca e umana decisiva. Adesso a mia volta ho il piacere di ospitare dei Marie Curie Fellows, all’Università di Strasburgo, che è un luogo estremamente propizio per la ricerca.

Per questo invito chi avesse voglia di lavorare a un proprio progetto di ricerca nel campo del pensiero medievale (o rinascimentale) – un progetto innovativo, importante, fattibile, quello che chiamano un progetto “outstanding” –  a valutare una candidatura per una Marie Curie Fellowship dell’Unione Europea qui a Strasburgo, con la mia supervisione e quindi a contattarmi ( briguglia@unistra.fr ).

Una descrizione sommaria dei MCF si trova qui, in attesa del bando imminente https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en e http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/ ed è il caso di darci un’occhiata, prima di scrivermi.

Per candidarsi in Francia è necessario non aver lavorato qui negli ultimi 3 anni per più di 12 mesi, il resto dipende solo dall’importanza del progetto, dalla voglia di fare ricerca (e un po’ anche dalla nostra esperienza europea).

I nostri uffici aiuteranno poi i candidati a migliorare il progetto da tutti i molteplici punti di vista per rendere la candidatura ancora più competitiva.

Medieval and Renaissance Thought in Strasbourg

In a few weeks, the Marie Sklodowska Curie Programme of the European Union (for instance the Individual Fellowships) will open the new calls for 2017. This fellowship programme represents an excellent and strategic career opportunity for researchers, up to 24 months for funded project.

I speak from my own experience: ten years ago I obtained a Marie Curie fellowship and I can say that it was a decisive experience, both for my career, and my personal life.

In my turn, now I’m glad to host Marie Curie Fellows at the University of Strasbourg, an excellent working environment for researchers.

I would like to invite anyone interested in working on individual research projects on medieval or renaissance thought to contact me (briguglia@unistra.fr).

I encourage you to apply for this important grant and I’ll be happy to consider innovative, ambitious, and outstanding projects to be based at the University of Strasbourg with my supervision.

The forthcoming 2017 call is expected for April 12, 2018: meanwhile, take a look at the Marie Curie Actions website: https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en and http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/

In order to apply for a MSC in France the researcher must not have resided or carried out his/her main activity here in France for more than 12 months in the 3 years immediately before the call deadline. However, the success of the application depends on the scientific quality of the project and the candidate’s determination to pursue a top level research career.

Our experience in European Funds and EU Programs is also a valuable resource: our university offices will follow the preparation of the application, providing infos, relevant materials and a pre-screening service in order to improve the competitiveness of the application.